Arcade Fire Pink Elephant
2025 - Columbia/Sony Music
Non giriamoci intorno: gli Arcade Fire non vengono da un periodo molto roseo.
A marzo 2022, pochi giorni dopo l’annuncio dell’album WE, Will Butler, fratello minore del frontman Win Butler, annunciò la sua uscita dagli Arcade Fire, pur ribadendo che sarebbero restati i suoi amici e la sua famiglia. Terminato il nuovo disco, già a fine 2021 aveva lasciato la band.
Qualche mese dopo, ad agosto, invece piombarono su Win pesanti accuse di molestie e di rapporti con giovani fan definiti “inappropriati”, considerata la differenza di età e le dinamiche di potere nel rapporto appunto artista-fan. Una bella bomba, che portò a non poche polemiche e tensioni, ma la moglie del frontman e altra componente fondamentale della band, Régine Chassagne, non esitò a difenderlo e Win Butler ammise in una lettera aperta di avere avuto varie relazioni extra-coniugali con delle ragazze, ma brevi e consensuali, ricordando comunque i vari momenti difficili affrontati nella vita, tra il ricordo di abusi infantili, alcolismo e depressione. Riuscirà ora la band a buttarsi alle spalle tutto questo?
Quasi tre anni dopo la band canadese torna con il settimo album, Pink Elephant, in uscita il 9 maggio e prodotto da Win Butler, Régine Chassagne e Daniel Lanois (celebre produttore di nomi come U2, Peter Gabriel, Bob Dylan, Neil Young e tanti altri), il primo album senza Will, il primo dopo questo brutto scandalo, il primo che vede, tra le altre cose, Régine al basso e Win alla batteria.
Si tratta così di un disco figlio di cambiamenti, che in qualche modo ci mostra anche altri Arcade Fire, quelli del 2025. L’apertura è affidata alla sontuosa quanto vagamente sinistra intro strumentale Open Your Heart or Die Trying, fascinosa e dal retrogusto amaro, ma in generale il disco si presenta come meno epico di altri lavori e i fan già si stanno lamentando solo leggendo le primissime recensioni e/o in base ai primi singoli. Eppure, la title-track non sarà esplosiva, ma è un brano molto ispirato, che propone un indie-rock malinconico con venature molto “americane” e versi di una sincerità disarmante:
“And the way it all changed
Makes me wanna cry, but
Take your mind off me”.
Il titolo infatti fa riferimento a quell’effetto strano e paradossale per cui più si cerca di non pensare a qualcosa e più il pensiero diventa difficile da evitare.
L’altro singolo estratto dal disco, Year of the Snake, celebra proprio il mutamento qui e ora, in questo 2025 anno lunare del serpente, la trasformazione e il cambiare pelle, pur restando autentici e sinceri, pure a costo comunque di avere il cuore a pezzi.
La voce di Régine accarezza il brano con dolcezza soffiata, mentre l’intensità cresce nel duetto con Win e grazie alla base ritmica pulsante; le chitarre elettriche qui e lì si fanno poderose a sostenere la canzone, che suona in qualche modo ferma e quasi rassicurante, perché cambiare è doloroso a volte, ma pure necessario.
La lunga Circle of Trust torna invece a ritmi suadenti e quasi ballabili, mentre l’alchimia delle voci si fa seducente e ammaliante; un mantra ipnotico, che prosegue nella successiva Alien Nation, probabilmente la canzone più grandiosamente rock ed elettrica del lotto.
Dopo un nuovo intermezzo musicale, Beyond Salvation, questa volta più etereo, inizia il lato B del disco e nella minimale, per lo più acustica e impalpabile, Ride and Die, si torna a parlare (con un filo di malinconia che quasi rompe la voce di Win) di come si debba sopravvivere ai cambiamenti e reinventarsi, sottolineando che in fondo la cosa più importante è restare insieme.
Si torna alla disco e al dance-rock poi in I Love Her Shadow, che, complice Lanois, suona molto U2 e Bono-esque: un brano orecchiabile e quasi estivo, ma senza perdere qualità e spessore nell’arrangiamento sfaccettato.
Dopo un’ultima strumentale, l’evanescente She Cries Diamond Rain, la chiusura è affidata a Stuck in my Head, che parte con una linea di basso marchio di fabbrica degli Arcade Fire, diventa un convincente pezzo folk-rock per sfociare in una coda enfatica e dolente e poi infine in una staffilata finale di sonorità affilate e quasi space.
Globalmente l’album dà l’impressione di essere magari un po’ sottotono, ma mostra comunque varie anime della band e appunto ci mostra quello che gli Arcade Fire sono nell’anno del serpente: meno barocchi, ma forse più autentici e diretti, forse a tratti più emozionanti, tra momenti dolenti, brani più lievi, o magnetici e sinuosi, e l’esigenza di rinnovarsi e andare avanti, per non morire. Il livello resta alto ed è un ritorno atteso e da ascoltare.
A marzo 2022, pochi giorni dopo l’annuncio dell’album WE, Will Butler, fratello minore del frontman Win Butler, annunciò la sua uscita dagli Arcade Fire, pur ribadendo che sarebbero restati i suoi amici e la sua famiglia. Terminato il nuovo disco, già a fine 2021 aveva lasciato la band.
Qualche mese dopo, ad agosto, invece piombarono su Win pesanti accuse di molestie e di rapporti con giovani fan definiti “inappropriati”, considerata la differenza di età e le dinamiche di potere nel rapporto appunto artista-fan. Una bella bomba, che portò a non poche polemiche e tensioni, ma la moglie del frontman e altra componente fondamentale della band, Régine Chassagne, non esitò a difenderlo e Win Butler ammise in una lettera aperta di avere avuto varie relazioni extra-coniugali con delle ragazze, ma brevi e consensuali, ricordando comunque i vari momenti difficili affrontati nella vita, tra il ricordo di abusi infantili, alcolismo e depressione. Riuscirà ora la band a buttarsi alle spalle tutto questo?
Quasi tre anni dopo la band canadese torna con il settimo album, Pink Elephant, in uscita il 9 maggio e prodotto da Win Butler, Régine Chassagne e Daniel Lanois (celebre produttore di nomi come U2, Peter Gabriel, Bob Dylan, Neil Young e tanti altri), il primo album senza Will, il primo dopo questo brutto scandalo, il primo che vede, tra le altre cose, Régine al basso e Win alla batteria.
Si tratta così di un disco figlio di cambiamenti, che in qualche modo ci mostra anche altri Arcade Fire, quelli del 2025. L’apertura è affidata alla sontuosa quanto vagamente sinistra intro strumentale Open Your Heart or Die Trying, fascinosa e dal retrogusto amaro, ma in generale il disco si presenta come meno epico di altri lavori e i fan già si stanno lamentando solo leggendo le primissime recensioni e/o in base ai primi singoli. Eppure, la title-track non sarà esplosiva, ma è un brano molto ispirato, che propone un indie-rock malinconico con venature molto “americane” e versi di una sincerità disarmante:
“And the way it all changed
Makes me wanna cry, but
Take your mind off me”.
Il titolo infatti fa riferimento a quell’effetto strano e paradossale per cui più si cerca di non pensare a qualcosa e più il pensiero diventa difficile da evitare.
L’altro singolo estratto dal disco, Year of the Snake, celebra proprio il mutamento qui e ora, in questo 2025 anno lunare del serpente, la trasformazione e il cambiare pelle, pur restando autentici e sinceri, pure a costo comunque di avere il cuore a pezzi.
La voce di Régine accarezza il brano con dolcezza soffiata, mentre l’intensità cresce nel duetto con Win e grazie alla base ritmica pulsante; le chitarre elettriche qui e lì si fanno poderose a sostenere la canzone, che suona in qualche modo ferma e quasi rassicurante, perché cambiare è doloroso a volte, ma pure necessario.
La lunga Circle of Trust torna invece a ritmi suadenti e quasi ballabili, mentre l’alchimia delle voci si fa seducente e ammaliante; un mantra ipnotico, che prosegue nella successiva Alien Nation, probabilmente la canzone più grandiosamente rock ed elettrica del lotto.
Dopo un nuovo intermezzo musicale, Beyond Salvation, questa volta più etereo, inizia il lato B del disco e nella minimale, per lo più acustica e impalpabile, Ride and Die, si torna a parlare (con un filo di malinconia che quasi rompe la voce di Win) di come si debba sopravvivere ai cambiamenti e reinventarsi, sottolineando che in fondo la cosa più importante è restare insieme.
Si torna alla disco e al dance-rock poi in I Love Her Shadow, che, complice Lanois, suona molto U2 e Bono-esque: un brano orecchiabile e quasi estivo, ma senza perdere qualità e spessore nell’arrangiamento sfaccettato.
Dopo un’ultima strumentale, l’evanescente She Cries Diamond Rain, la chiusura è affidata a Stuck in my Head, che parte con una linea di basso marchio di fabbrica degli Arcade Fire, diventa un convincente pezzo folk-rock per sfociare in una coda enfatica e dolente e poi infine in una staffilata finale di sonorità affilate e quasi space.
Globalmente l’album dà l’impressione di essere magari un po’ sottotono, ma mostra comunque varie anime della band e appunto ci mostra quello che gli Arcade Fire sono nell’anno del serpente: meno barocchi, ma forse più autentici e diretti, forse a tratti più emozionanti, tra momenti dolenti, brani più lievi, o magnetici e sinuosi, e l’esigenza di rinnovarsi e andare avanti, per non morire. Il livello resta alto ed è un ritorno atteso e da ascoltare.
