Intervista agli Electric Circus

Intervista agli Electric Circus


15/10/2017 - News di Margherita Press

Gli Electric Circus sono una band strumentale con influenze jazz e psichedeliche, che si lascia ispirare da generi come il funk, la musica etnica, il blues. Li abbiamo intervistati in occasione dell’uscita del loro album “24/7″

Come nascono i vostri brani?

La nostro principale fonte di idee è l’improvvisazione. Usiamo la jam libera come mezzo per cercare un flusso musicale continuo, naturale e senza particolari vincoli. Ovviamente non è scontato e non succede tutte le volte, ma è stata fino ad ora la base per molti dei nostri brani. Alle volte lavoriamo a partire da un frammento proposto da uno di noi, e più raramente partiamo da una composizione scritta precedentemente. Nell’ultimo disco sono solamente due (uno e mezzo in verità) i brani che portano la firma di uno solo dei componenti. Tutti gli altri nascono da un’improvvisazione libera.

In seguito è chiaramente necessaria una fase di elaborazione, pulizia, selezione delle idee ed arrangiamento, che viene affrontata in maniera più lucida e razionale, seguendo una specifica idea compositiva o di sonorità.


Il vostro primo disco è uscito ad Aprile 2017, come sta andando?
A 6 mesi dall’uscita non possiamo che essere soddisfatti. Abbiamo promosso il disco con una ventina di date sparse per il centro/nord Italia, e la risposta del pubblico e degli organizzatori è sempre stata ottima. Inoltre abbiamo già venduto quasi tutte le copie fisiche, cosa per nulla scontata che ci ha permesso di rientrare immediatamente delle spese e di poter pensare con tranquillità al prossimo progetto.

Dal punto di vista musicale questi mesi sono stati necessari per vedere con una diversa ottica il nostro lavoro. Abbiamo ragionato molto su quelli che secondo noi sono i difetti ed i punti di forza di 24/7, cercando di capire cosa mantenere e cosa limare nell’approccio alle prossime composizioni.

In live abbiamo sperimentato, modificato alcune parti, cambiato formazione e suoni, cercato di trovare un equilibrio diverso cogliendo ogni occasione di cambiamento.

Questo lavoro è stato fondamentale soprattutto perché ci permetterà di entrare in sala prove con un’idea più consapevole della nostra musica e delle nostre capacità.


Che differenze ci sono con il vostro primo ep del 2014?

Moltissime. Evoluzione è stato un lavoro quasi totalmente istintivo. Suonavamo insieme solamente da qualche mese, avevamo messo insieme un po’ di materiale originale e abbiamo avuto subito voglia di inciderlo. Ci siamo piazzati in studio e abbiamo registrato l’EP in presa diretta, salvo qualche piccola sovraincisione.

Anche l’ultimo disco è stato registrato principalmente in presa diretta, ma l’approccio è stato diverso. Innanzitutto abbiamo iniziato a lavorare nell’ottica delle registrazioni circa 9 mesi prima di entrare in studio. In secondo luogo ogni pezzo è stato concepito con una propria identità ed un proprio sound. Da qui anche sono nate le diverse collaborazioni con i musicisti che hanno partecipato alle sessioni.

Quest’ultimo è un aspetto che ci piace molto del nostro modo di fare musica: abbiamo sempre avuto una formazione flessibile (a parte il nucleo chitarra-basso-batteria-sax che è rimasto costante negli ultimi 2 anni) e per questo assumiamo diverse sfumature in base alle persone che suonano con noi. Ci piace pensare di essere una sorta di collettivo di musicisti.

Da dove prendete ispirazione per le vostre composizioni?
Bella domanda. Ognuno di noi ha un background leggermente diverso, come è normale in un qualsiasi gruppo di persone che ascoltano musica da quando hanno capacità di intendere e di volere. Alcuni di noi hanno ascoltato grandi dosi di rock classico, progressive e psichedelico, ma anche di musica elettronica, reggae o musica cantautorale e ci accomuna sicuramente una passione per il jazz, il blues e la black music.

In generale ci ispira tutta quella che consideriamo musica libera, genuinamente espressiva, organica, viva ed intensa.

Per questo apprezziamo molto anche quella che viene chiamata musica etnica o world music. Esiste un mondo (la maggior parte del mondo in verità) che suona diversamente da come lo facciamo noi, con strumenti diversi, con intenti diversi, con una filosofia diversa. Ascoltiamo molto di questo materiale, a partire dalla musica africana in tutte le sue sfumature, (Fela Kuti, Mulatu Astatke, la musica maliana o tuareg), passando alla musica cubana o caraibica, fino alle forme di improvvisazione della musica indiana o mediorientale, solo per citare alcuni esempi. Pensiamo che sia una risorsa troppo preziosa per essere tralasciata.

Ci piacciono gli esperimenti di contaminazione e amiamo gli artisti che sono riusciti a sintetizzare in uno stile musicale diverse sonorità, a qualsiasi genere essi appartengano.

State suonando in giro?
Si abbastanza, non ci possiamo lamentare. Come già detto da quanto è uscito il disco a fine Aprile abbiamo fatto una ventina di date sparse per il centro/nord Italia. Abbiamo praticamente toccato tutte le regioni dalla Toscana in su, e non vogliamo fermarci qui.
Ci siamo sempre organizzati i concerti e tour da soli e per questo il risultato è ancora più soddisfacente. Non è solo questione di riuscire a fissare un concerto, senza rimetterci dei soldi. E’ fondamentale riuscire a collocare la propria musica nel luogo adatto perché venga ascoltata con le giuste orecchie, di persone che potrebbero essere interessate al nostro progetto.

Non nascondiamo che non ci dispiacerebbe affatto l’idea di affidarci ad un’agenzia di booking e vedere come si lavora con dei professionisti del settore.

In ogni caso dopo l’ultimo concerto in programma (il 14 ottobre in Cavallerizza a Torino) probabilmente ci prenderemo una breve pausa dai live per concentrarci sulla composizione di nuovi brani. Vivendo a distanza (tra Torino e Bologna) e non essendo professionisti (siamo studenti o abbiamo un altro lavoro) trovare il tempo per incontrarci è difficile.