Lucio Corsi

live report

Lucio Corsi L'artista dalla multiforme Anima

di Elisa Valmori

Concerto del 25/06/2025

#Lucio Corsi#Italiana#Alternative

Un’altra data da tutto esaurito per il Sequoie Music Park di Bologna, al Parco delle Caserme Rosse, il 25 giugno scorso. È atteso con impazienza il fenomeno musicale del momento, pur non provenendo dal mondo della musica mainstream : Lucio Corsi.

Il cantautore toscano ha davvero qualcosa di diverso dagli altri: riprende la tradizione del cantautorato italiano, con la capacità di rimandare immagini e narrare storie partendo da un aneddoto quasi insignificante, come spettatore attento in ascolto di vite che si muovono. Apprezzato dal pubblico di nicchia, che lo segue nei club di tutta Italia sin dagli esordi, è asceso agli onori di pubblico e critica dopo aver calcato il palco dell’Ariston lo scorso febbraio, dal quale ha saputo parlare a tutti, nonostante la sua immagine, tra il gotico e il bohémien, non fosse di immediata comprensione per un pubblico più generalista.

Non c’è calca all’entrata, la fila si svolge in modo ordinato e pacifico, complice il fatto che il pubblico è composto in larga parte di giovani e giovanissimi con le rispettive famiglie (ma anche di facce già viste sui palchi di tutta la regione, a riprova del fatto che Corsi è un artista che incuriosisce proprio tutti, anche gli addetti ai lavori). 

Pertanto si potrebbe pensare a un live “per famiglie”… Niente di più sbagliato.

A ingannare l’attesa, sale sul palco Mazzariello, giovane cantautore campano, che, nonostante la conclamata agitazione, sa conquistare il pubblico presente con la sua sincera simpatia e con la sua musica pop piena di colori e di emozioni, positive e negative, declinate in una chiave intima, personale e scanzonata.

Fa un caldo infernale; Lucio Corsi si fa attendere qualche minuto in più rispetto all’orario previsto, ma non si risparmierà in energia e sudore dall’inizio alla fine dell’esibizione: saranno quasi due ore di musica senza sosta, per un totale di 26 brani, tratti prevalentemente dagli ultimi tre lavori in studio, intelligentemente alternati tra set infuocati in puro stile rock’n’roll e sezioni più intimiste, nelle quali siede al piano o imbraccia la chitarra acustica, dando corpo a diapositive che provengono dalla sua mente immaginifica.

L’allestimento del palco è piuttosto minimale: un gigantesco amplificatore tridimensionale (con un dettaglio eloquente, i volumi sono regolati al massimo) svetta alle spalle dei musicisti, schierati in assetto chitarristico importante: ad accompagnarlo, oltre alla sezione ritmica e al piano, ci sono altre due chitarre, il cui suono è nevralgico nella sua musica.

L’artista toscano entra in scena insieme ai musicisti, col volto truccato di bianco e i lunghi capelli sciolti, vestito della sua ormai iconica giacca giallo-nera dalle larghe spalle (che toglierà in fretta, data la temperatura ancora rovente). I riferimenti culturali della sua immagine – che è parte integrante della sua narrazione musicale, oltre che segno di riconoscibilità - sono molteplici, e vanno dalla tradizione teatrale dei mimi ai riferimenti culturali del glam rock degli anni '70.

Con un colpo di chitarra attacca Sentirsi soli in una grande città (dall’album Cosa faremo da grandi?, 2020), e saluta il pubblico avvicinandosi a esso, che a sua volta solleva una quantità mai vista di telefoni cellulari.

I tecnici lo inseguiranno per tutta la sera nelle sue scorribande tra il pubblico per “aggiustargli” il cavo del microfono: Lucio non si contiene, è timido ma al contempo sinceramente scatenato, seppur di poche parole nella prima parte del set, in cui intona un pezzo dopo l’altro: La bocca della verità, in cui a tratti rimanda al modo di Renato Zero e inonda il pubblico di energia; Danza classica, dalle chiare reminiscenze chitarristiche hard rock; Radio Mayday, tutte tratte dall’album La gente che sogna pubblicato nel 2023, sulle cui note, quasi in un tutt’uno, intona Questa vita (dall’ultimo album del 2025, in cinquina al Premio Tenco Volevo essere un duro), dai fraseggi che rievocano un'intenzione che riporta a Rino Gaetano.

Con Amico vola via (da Cosa faremo da grandi?) Lucio esprime tutta la sua anima visionaria, trasformando “un gesto di violenza contro una stagione” (a Lugano spazzarono via le foglie dalla strada) “in un gesto d’amore verso una persona” (c’era un mio amico che era troppo secco, col vento volava)", a riprova di quanto detto sulla canzone d’autore italiana e sulla straordinaria capacità dell’artista di creare un mondo da un dettaglio; peculiarità che, ormai, sopravvive davvero in pochi eletti. Da quest’ultimo album è tratta Trieste, su cui Corsi lascia per un attimo la chitarra e siede al piano, dando inizio a un set che alterna momenti di commozione autentica ad altri di energia in puro stile rock’n’roll; seguono infatti Sigarette, brano noto al grande pubblico che lo canta insieme a lui, e Il re dei rave (tratte, entrambe, da Volevo essere un duro), dalla batteria incalzante e dalle chitarre distorte riprodotte a livelli di ottave differenti (effetto tanto caro all’hard rock, che i Darkness hanno riportato in auge al grande pubblico), ormai cifra stilistica del fraseggio chitarristico di Corsi.

C’è grande intesa tra lui e i musicisti, anch’essi di grande presenza scenica, come si confà agli artisti che calcano palchi dagli esordi.

Con Orme (tratto da La gente che sogna) e La ragazza trasparente (da Cosa faremo da grandi?) sembra lasciarsi andare, entrando nella parte più intima del live. L’esecuzione è talmente intensa che dal pubblico si leva, spontaneo, un inno in suo favore, che lui ricambia affettuoso, ringraziando.

La lepre e Il Lupo sono gli unici brani tratti da Bestiario musicale, il concept album sugli animali della Maremma, terra del cantautore, pubblicato nel 2017; il primo eseguito in una versione minimale con chitarra acustica - che manterrà anche nella emozionante versione della successiva Senza titolo (da Cosa faremo da grandi?) -, il secondo, dal motivo di tastiera ironico ed eseguito con una ritmica di batteria incalzante alla Strokes.

Arrivati circa a metà del live, è il momento di lanciare il pezzo che lo ha consacrato a Sanremo, Volevo essere un duro (tratto dall’omonimo album), e subito dopo, Situazione complicata, su cui qualcuno dal pubblico intona spontaneo un “respiri piano per non far rumore”: in effetti, l’ironia del brano rimanda per un attimo al Vasco dei primi tempi (“l’unico difetto che ha è suo marito”). Ma Lucio fa suo ogni pezzo, è ironico, divertente, ha davvero l’attitudine di un grande frontman.

La travolgente energia di Francis Delacroix (nome d’arte del fotografo Francesco Cerutti con cui Corsi collabora e a cui il brano è dedicato), ormai celebre brano dell’ultimo disco, investe nuovamente il pubblico: Lucio cambia strumenti come gli abiti, li indossa, e si scatena in un assolo di armonica, avvicinandosi al pubblico facendo impazzire i tecnici con il cavo del microfono.

È in questo momento che esplode tutta l’attitudine rock’n’roll dell’artista, che si consacra con Magia nera (dall’album La gente che sogna), facendo poi muovere le anche con Let there be Rocko (da Volevo essere un duro), divertente storia del bullo della scuola dal classico giro blues eseguita con lo spirito di Edoardo Bennato.

Ecco che torna nuovamente al piano, in un’incessante danza tra il palco e gli strumenti, colpendo ancora una volta al cuore con Cosa faremo da grandi? (dal medesimo album), illuminato nel buio della notte, così come per Tu sei il mattino (da Volevo essere un duro), ed infine per Altalena Boy, unico brano tratto dal suo primo lavoro Altalena Boy/Vetulonia Dakar del 2015.

Si avvicina l’epilogo, e Corsi ringrazia tutti - ma proprio tutti, citandoli con nome e cognome - i musicisti e i tecnici che lavorano con lui.

Dopo aver accennato un omaggio a Lucio Dalla, intonando al piano...e non andar più via, e a Ivan Graziani, di cui esegue un frammento di Monnalisa - con intro che sottende chiaramente un rimando a Peter Gunn Theme dei Blues Brothers, a riprova del fatto che la musica è contaminazione costante -, attacca Astronave giradisco (ancora da La gente che sogna), per chiudere il live, tutto in un’unica soluzione senza bis, con una versione “sgangherata” (come lui stesso la definisce) di Francis Delacroix, sulla quale si toglie la maglia e, vestito solo di pantaloni bi-colore bianco e rosso, si getta in mezzo al pubblico in uno stage diving memorabile, in una spirale crescente di entusiasmo.

Ci saluta sulle note di Twist It (Shake Your Tail Feather) di Ray Charles e The Blues Brothers, evidentemente un orgoglioso omaggio alla musica che lo ha appassionato sin da bambino.

Giunti alla fine, lo scetticismo iniziale (quantomeno, il mio), dovuto al timore che il grande successo che lo ha investito avrebbe potuto pregiudicare la sua anima, è solo un vago ricordo: Lucio Corsi domina i piccoli palchi tanto quanto i grandi, senza per questo svendersi alla musica generalista, rimanendo fedele a se stesso e alla sua natura semplice e complessa allo stesso tempo. Pratica la cura del dettaglio nei testi, ma sprigiona tutta la sua natura irriverente e anticonformista negli arrangiamenti dei brani, ognuno dei quali è un unicum, e nell’esibizione live, in cui si apre piano piano sino a esplodere. I rimandi alla tradizione - che sono innegabili - appaiono rispettosi omaggi alla musica d’autore che lo ha formato e ispirato, che lui ha saputo rileggere in una chiave del tutto personale e nuova, che non ha eguali in Italia, al momento.

È un successo più che meritato: la fiamma ribelle, che arde in Lucio Corsi, non si può né comprare, né svendere.