live report
David Byrne Quando l'ottimismo incontra la genialità: David Byrne e lo spettacolo totale per due sere agli Arcimboldi
di Autori vari
Concerto del 21/02/2026
Il 21 e il 22 febbraio resteranno per sempre scolpiti nella storia del Teatro degli Arcimboldi di Milano, e nella memoria di chi ha assistito a uno dei due live sold out di David Byrne e del suo splendido gruppo, dopo ben otto anni dal precedente concerto, di cui potete leggere qui il report. Un evento simile merita di essere ricordato con un live report a più voci, che raccolgono le impressioni di chi c'era, e che rappresentano il pubblico intergenerazionale che si è lasciato travolgere dall'energia della performance. Difficile descrivere in modo adeguato l'onda di emozioni provate, tra classici senza tempo, per un artista da sempre all'avanguardia, e nuove canzoni dal recente Who Is The Sky?. Ci tentiamo...e buona lettura!
Angela Del Rosso - The name of this man is David Byrne.
David Byrne ha deciso di meravigliarci tutti! Sì, perché, quando a febbraio assisti a quello che si candida ad essere IL concerto dell'anno, tu sai già che i suoi colleghi dovranno seriamente darsi da fare per superarlo... Due ore di musica fuori dal tempo: moderna e classica, pop e colta, leggera e profondissima, il tutto mentre sul palco dodici esseri umani sorridenti danzano, suonano e cantano senza soluzione di continuità, come se gravità e fatica fossero mere opinioni... Un'esperienza catartica per mente, corpo, cervello, anima, e anche per quei muscoli che non ricordavo di avere, visto che mi sono ritrovata a ballare e cantare, sorridendo, quasi senza accorgermene.
Byrne è un geniaccio vero: uno che potrebbe vivere di greatest hits (e che hits!) e invece no, decide che è troppo facile e alza l'asticella. Canta, suona e balla brani dei Talking Heads (che amo da sempre) e della sua carriera solista, inserendo con naturalezza anche i pezzi dell'ultimo album, l'ottimo "Who's the Sky?" che si uniscono molto bene agli altri. E poi c'è lui, che balla e si muove, insieme agli altri performer, in una forma che definire invidiabile è poco, sempre cantando e suonando perfettamente.
Musicisti senza postazione fissa, backdrop colorati e intelligenti, talora ironici, messaggi politici e sociali mai urlati, ma chiarissimi. E soprattutto un invito semplice e potente: "amore e gentilezza" che in questo "tempo sbandato" (cit), con quella musica, quell'energia, quella grazia ti dà un po' di fiducia in più nell' umanità.
Grazie David, ne avevo davvero bisogno. E, a giudicare dal teatro tutto in piedi, non ero l'unica.
Paolo Pieretto - Davanti a un genio visionario
David Byrne appare sul suolo lunare e ci indica la Terra sulle note di Heaven perché, lui dice, è questo il Paradiso e conviene averne cura. Già questo primo brano, dal repertorio dei Talking Heads, dice molto di quello che non sarà un concerto tradizionale, ma una performance immersiva, come non avevo visto da nessuna rockstar. Del resto da quando vidi Stop making sense, ho ben in testa come Byrne non abbia mai accettato di muoversi solo nei confini della forma-canzone classica. Così oggi da ultrasettantenne non è un dinosauro che ripete all'infinito i suoi cavalli di battaglia per un pubblico di nostalgici, ma un artista assolutamente fresco. Incredibile vedere sul palco tredici artisti (definirli musicisti non renderebbe completamente l'idea) suonare, ballare e disegnare coreografie come in uno spettacolo di Broadway. Il tutto senza deludere chi si aspettava le hit, più o meno identiche negli arrangiamenti, ma attuali, per il nuovo senso assunto grazie alle scenografie proiettate e alle coreografie. Mi sono dilungato, ma sarebbe bastato scrivere "genio visionario"..
P.S.: andatelo a vedere, quest'estate: ne vale la pena.
Lara Clemensi - Colui che tiene in pugno due generazioni
“Qua hanno tutti la mia età”, è la prima frase che dice mio padre, classe 1961, a me non appena entriamo nel gremito teatro Arcimboldi di Milano. Lo smentisco subito, facendogli notare tutti i miei coetanei, giovani sui 20 anni e meno, anche loro in compagnia dei propri genitori e parenti. Poi, mi chiedo se anche loro hanno trascorso serate insieme a guardare il film concerto “Stop Making Sense” e “David Byrne’s American Utopia”, e soprattutto mi domando quanto di ciò che stiamo per vedere assomiglierà a questi show del passato.
Lo spettacolo inizia, e la risposta arriva quasi immediatamente: accompagnato da tre dei nove musicisti, David Byrne canta una versione acustica di Heaven dei Talking Heads, mentre sullo sfondo buio la Terra, immortalata dalla Luna, sorge lentamente. Il brano finisce, e successivamente sulle note di Everybody Laughs, tratto dall’ ultimo disco Who Is The Sky?, Byrne catapulta il suo pubblico sul (nostro) pianeta: se fossimo alieni, qual è la prima cosa che il musicista di Dumbarton ci mostrerebbe? Una serie di video girati a New York inizia a scorrere sui fondali: cantieri dove un giorno si erigeranno nuovi grattacieli, sacchi dell’immondizia ammassati lungo la strada, e ovviamente i suoi abitanti, da chi dorme sulle poltrone abbandonate sui marciapiedi, ai turisti che si riprendono mentre assaggiano il cibo locale. Molte delle persone in questi video indossano la mascherina, introducendo da subito un argomento attuale: la pandemia.
Nel 2026, Byrne usa il suo repertorio per parlare delle sue, e nostre, paure e difficoltà durante quel periodo, della mancanza del contatto con l’esterno, ma anche del privilegio di trascorrere il lockdown in una casa che lo ha ispirato a comporre My Apartment Is My Friend. Ma il racconto del presente non si ferma solo alla quarantena: Life During Wartime, nata per sfogare il senso di paranoia e instabilità che i cittadini di New York provavano nel 1979, oggi viene portata sul palco insieme a riprese che condannano la brutalità dell’ICE e del New York Police Department durante le recenti manifestazioni, in cui intravediamo bandiere della Palestina, del Messico e cartelli che recitano “FULL RIGHTS FOR ALL IMMIGRANTS, STOP DEPORTATION NOW!”. Ahimé, same as it ever was. Le canzoni dei Talking Heads si dimostrano ancora una volta intramontabili; d’altronde ce lo conferma anche il pubblico, che si alza subito in piedi per ballare e battere le mani a tempo non appena parte la prima nota di This Must Be The Place. Mi rispondo quindi che no, lo show non è né il famoso concerto del 1984, né l’ultimo del 2019, ma il nostro presente, raccontato ancora una volta con un corpo di ballo in tinta unita, che sa divertire il pubblico e farsi prendere sul serio quando è necessario.
L’ex frontman dei Talking Heads ha ancora tanta creatività da dare al mondo della musica, e chi c’era all'Arcimboldi può confermare che non ha sicuramente bisogno di aggrapparsi alla nostalgia dei suoi fan per tenere in pugno sia la generazione di mio padre, sia la mia.
Laura Bianchi - La resistenza diventa atto d'amore, e viceversa
Provo tanto fastidio per alcuni modi di dire correnti: uno è "epocale", un altro è "iconico", ma il peggiore è "esperienza immersiva". Ma stasera, in piedi a spellarmi le mani per applaudire David Byrne, chioma bianca da sciamano, sguardo stupito da bambino, voce intatta, e i suoi dodici apostoli, semiafona per le urla, dopo aver perfezionato la tecnica del ballo da seduta, mi ritrovo a pensarli tutti e tre. Spettacolo epocale, iconico, esperienza immersiva. Mr. Byrne, sei riuscito a strappare dalla mia testa parlante solo definizioni e aggettivi abusati, che non descrivono comunque che una minima parte di quello a cui ho assistito: un'altra forma di spettacolo, inclassificabile e indescrivibile. Uno spazio vuoto, flessibile, cangiante, senza oggetti scenici né orpelli, riempito con musica, luci, immagini, visual che trasformano continuamente le pareti e il pavimento, volta per volta, in cielo, foresta, campi di grano, suolo lunare, città, uffici, strade con tombini e strisce di gomma di bicicletta; soprattutto, corpi in movimento, e teste pensanti, oltre che parlanti. Strumenti e musicisti in libera uscita: niente fili, niente postazioni definite, una marching band perfettamente coordinata nei movimenti e nel ballo, e una costellazione di persone, come suggerisce la loro localizzazione sullo schermo e sul pavimento durante Independence Day, con lo stesso font che usa l'applicazione Stellarium. Musicisti giovani, ma bravissimi: dai percussionisti (Mauro Refosco, Timothy Keiper, Stephane San Juan e Yuri Yamashita) al violino e chitarra di Ray Suen, alle tastiere di Daniel Mintseris, e su tutti Kely Pinheiro, una bassista eccellente per un compito non facile, non fare rimpiangere la mitologica Tina Weymouth, e infine Sasha Rivero, Jordan Dobson (anche al sax), Sean Donovan, Tendayi Kuumba e Hannah Straney, coristi - danzatori, che tracciano traiettorie solo apparentemente casuali, ma in realtà coerenti, precise, coese tra loro; com'è la vita stessa.
Byrne ci invita, tutti, a guardare la Terra dalla Luna, su Heaven, la prima canzone (1979, o scritta oggi?), o il cielo dalla Terra, con stupore, amore, fiducia nel genere umano e nella sua capacità di resistenza, e a riflettere sul nostro posto nel mondo; ha il coraggio di parlare della pandemia, il grande tabù rimosso di questi anni, proiettando immagini dei balconi italiani il 25 aprile 2020, dopo What Is The Reason For It?, e prima di Like Humans Do; per introdurre My Apartment Is My Friend, invece, racconta cosa faceva lui in pandemia, da solo, aprendoci le porte del suo meraviglioso attico ("ho disegnato molto, guardato documentari naturalistici, e, quando uscivo in bicicletta, ascoltavo le voci della gente che parlava tra loro..."). Un appello per tutti, perché ci riconosciamo come esseri umani, e perché sappiamo essere umani, facendo cerchio, che è la figura più inclusiva dell'intera geometria, a patto che sappia aprirsi e non emarginare, come quello che i tredici formano durante il quasi gospel Everybody's Coming To My House, raccolti nello spazio di luce circolare che si allarga lentamente, al ritmo del clapping di tutto il teatro.
È una religione essenziale, colorata e sonora, il cui verbo è "Love and kindness are a kind of resistance" e i cui adepti devono, come unica condizione, dismettere l'approccio negativo, disfattista, cinico e rinunciatario nei confronti della vita, eliminando ogni traccia di pessimismo, in nome dell'amore per l'umanità, in nome di un'utopia realizzabile. Gli applausi su Life During Wartime (del 1979, o scritta oggi?), quando compaiono immagini delle proteste anti ICE o Trump, e pro Palestina, sembrano testimoniare che, almeno in questo spazio felice, vivono l'empatia e la solidarietà. Se resiste ancora l'entusiasmo nella sua accezione etimologica, stasera lo proviamo tutti: uno stato di ispirazione divina, in cui veramente "l'uomo è un dio per l'uomo, se conosce il proprio dovere", come suggeriva Cecilio millenni fa. Perché questo fa l'arte, quando passa davanti e dentro di noi: ci rende migliori, più simili a quello che dovremmo essere sempre. E, ancora una volta, come quarant'anni fa, ci rende felici. Perché siamo contemporanei di David Byrne: una buona reason to be cheerful, no?
Giovanna Mentasti - Abbracciare la complessità dell’esistenza
Mia madre e io andiamo a tanti concerti, ma non prendiamo quasi mai i biglietti in anticipo. Per quello di David Byrne il 22 febbraio, però, li abbiamo acquistati il maggio precedente. Quando le cose succedono “once in a lifetime”, bisogna assicurarsi di cogliere al volo la possibilità di prendervi parte. Sono bastati pochi brani e lo sguardo emozionato di mia madre per convincermi che quella sera non saremmo potute essere in nessun altro luogo, se non agli Arcimboldi.
C’è davvero qualcosa di magico nella musica dei Talking Heads, qualcosa che trascende il tempo e accomuna una ragazza di 25 anni con chi quelle canzoni le ascoltava a 25 anni, ma quando erano appena uscite. E c’è qualcosa di ipnotico in Byrne, che, pur non muovendosi con la stessa potenza che aveva negli anni ’80, è ancora capace di reinventarsi, e costruire uno spettacolo unico, immersivo, dinamico e, più di tutto, che sa traslare in note e immagini lo spirito del tempo. “Our earth is our heaven”, dice Byrne alla fine del primo brano, e l’impressione è che sia al tempo stesso una convinzione, ma anche una provocazione: se “heaven is the place where nothing ever happens”, ciò non può essere più lontano da ciò che succede ogni giorno nel nostro Pianeta. Trasmesse sui pannelli led che inglobano il palco, dai lati al pavimento, seguono infatti immagini che alternano scenari di quiete, come la foresta di This must be the place e il vero appartamento di Byrne durante My apartment is my friend, a slogan e affermazioni politiche e sociali, t-shirt, riprese di episodi di police brutality su Life during wartime, e persone mascherate che camminano per New York durante il picco della pandemia in Everybody laughs.
La Terra, raccontata da Byrne, è un paradiso di conflitto e compromesso, di un equilibrio costantemente precario tra la pace – interiore, globale – e il caos. Nulla è veramente cambiato dai tempi di Stop Making Sense, perché, in fondo, né i contesti, né le persone cambiano radicalmente; tutto si trasforma, assume nuove forme e contorni mantenendone la sostanza. E forse è proprio questa immanenza che rende Byrne e la sua musica così incisivi: la capacità di mutare assieme al mondo, e di raccontarlo come un padre che conforta i suoi figli senza nascondere di provare a sua volta paura, rabbia e incertezza. Un concerto può dare la sensazione di esistere al di fuori dalla realtà per un paio d’ore, fare dimenticare i problemi e le difficoltà della propria vita; ma uno spettacolo come Who is the sky?, che usa precisamente la materia del reale per “divertire” lo spettatore, ci rende al contrario così consapevoli della complessità dell’esistenza da convincerci che è meglio abbracciarla, piuttosto che fuggirla.
GRAZIE A GIOVANNI DANIOTTI PER LE FOTO DELLA PRIMA SERATA (COSTUMI BLU) E A GIOVANNA MENTASTI PER QUELLE DELLA SECONDA SERATA (COSTUMI ARANCIONI)
SETLIST (il 21 febbraio è stata suonata la cover dei Paramore, il 22 no)
Heaven
Everybody Laughs
And She Was
Strange Overtones
Houses In Motion
T Shirt
Nothing But Flowers
This Must Be The Place (Naive Melody)
What Is The Reason For It?
Like Humans Do
Don't Be Like That
Independence Day
Slippery People
Moisturizing Thing
My Apartment Is My Friend
Hard Times (Paramore cover)
Psycho Killer
Life During Wartime
Once In A Lifetime
Everybody's Coming To My House
Burning Down The House