David Byrne

David Byrne

Teatro degli Arcinboldi


31/07/2018 - di Paolo Ronchetti
Reasons to be cheerful: Summer, Buddy Holly, the working folly

Good golly Miss Molly and boats

Hammersmith Palais, the Bolshoi Ballet

Jump back in the alley and nanny goats…

Spiace non trovare i nomi dei musicisti che, capitanati da David Byrne, hanno prodotto una delle esperienze musicali e teatrali più belle e intelligenti viste nella mia vita: spiace non sapere chi sono i coreografi con cui sono stati studiati i movimenti compiuti dai musicisti per 100 minuti sul palco; spiace non sapere chi ha fatto le luci e ideato quel complesso e spaventosamente efficace sistema di tracciaggio dei movimenti dei singoli musicisti sulle luci a led; chi ha ideato il palco; se lo spettacolo è frutto di un lavoro di tante teste e che ruolo ha avuto Byrne nella sua ideazione. Per la prima volta da anni vorrei intervistare qualcuno per saperne di più. Per sapere come sia possibile sorprendere per l’ennesima volta dopo quarant’anni di show innovativi e meravigliare con lo spettacolo/concerto più entusiasmante della carriera.

L’arrivo agli Arcimboldi è in una sala piena di cinguettii esotici che ci accompagnano sino all’inizio del concerto quando l’apertura delle tende ci mostra una specie di grande cubo grigio e permeabile delimitato da fitte e lunghe catene al cui interno Byrne, novello Amleto, sembra interrogare, sulle note di Here, ultima traccia di American Utopia, il cervello che tiene tra le mani. A fare compagnia a Byrne solo due cantanti straordinari alle prese con movimenti e coreografie semplici e d’effetto. Ma è con il secondo brano, Lazy (ultima traccia di Grown Backwards 2004), che lo spettacolo diventa da intimo a collettivo. Quello che si vede ora sul palco sono 12 musicisti, anche “ballerini” e cantanti (solo due non sono microfonati) scalzi e completamente liberi. Sono liberi da fili e aste e vivono i propri strumenti portandoseli addosso con quella naturalezza che gli permette di compiere potenti coreografie senza nessun apparente impaccio. Le luci seguono i musicisti con un sistema tracciante raffinatissimo così come raffinatissime sono le coreografie che sanno, in piccolo, del miglior teatro sperimentale dagli anni 70 in poi. Movimenti che profumano del Teatro/Danza di Pina Bausch e di avanguardia Newyorchese e che sono (fortunatamente) lontani dalle belle ma spesso inutili coreografie derivate dal musical che vengono usate delle icone del pop rock degli ultimi 30 anni (da Prince a Lady Gaga passando per qualsiasi nome possa venirvi in mente). Una capacità di fare spettacolo con il tanto ma anche, e soprattutto, con il poco con una essenzialità che rimanda a Peter Brook. Una piccola lampadina o un faretto per fare ombre dal basso in controluce, usando un apparato tecnologico d’avanguardia in una forma semplice e umana.

Oltre a David Byrne, saltuariamente anche chitarrista, ci sono due cantanti, un chitarrista, un bassista, un tastierista e sei percussionisti che rendono la musica così ricca che Byrne si preoccupa di rassicurare sulla assenza di basi registrate (e giuro che anche io faccio fatica a credere che tutto sia rigorosamente live!). I brani - grazie all’apporto dei sei, o più, percussionisti - acquistano in potenza con una stratificazione poliritmica che da una parte fa venire voglia di muoversi e ballare, e dall’altra rende oggettivamente arduo battere le mani sul tempo “forte” della battuta talmente intricato è l’incrociarsi delle ritmiche. Ed è il terzo brano, I Zimbra, uno degli otto brani del periodo Heads recuperati per questo tour, che ci fa capire quanto l’aspetto percussivo e quello corale siano fondamentali nel pensiero di questo spettacolo voluto fortemente collettivo. Il suono latino di Ray Momo viene innestato con forza da ritmiche africane e infine reso essenziale da una sorta di sottrazione post-moderna che sembra in parte debitrice delle strutture ritmiche post-reichiane. Rispetto alla scaletta, che trovate in calce e che è eseguita in maniera straordinaria, segnalerei, fra tutti i brani, la splendida versione/omaggio di Dancing Together il brano che la scomparsa Sharon Jones cantava nel musical scritto da Byrne e Fatboy Slim Here Lies Love. Veramente da brividi così come la finale Hell You Talmbout, una cover di Janelle Monáe in cui vengono elencati, in un call & response con il pubblico, i nomi degli afroamericani uccisi negli USA dalla polizia o da violenze razziste.

Ma all’incredibile aspetto prettamente musicale si deve aggiunge la gestalt dello spettacolo: la sua forma globale, comprendente dell’aspetto visuale e della capacità di raccontare, che lascia meravigliati e storditi! Da sempre importante negli show di Byrne questa volta la freschezza quasi “croccante” di ciò che vediamo e ascoltiamo dà una sensazione inesauribile di stupore infantile che ci e insegue per giorni.

E allora, per trovare una chiave per parlare e raccontare meglio di questo spettacolo, bisogna provare ad allontanarsi da ciò che si è visto e sentito; ipotizzare che questo tour sia così entusiasmante perché ha alle sue spalle un progetto come Reasons To Be Cheerful una campagna/invito alla felicità che da tempo accompagna gli atti e i pensieri di Byrne e che potete seguire qui: https://www.reasonstobecheerful.world/  

Il fatto che il nuovo album e il progetto, negli ultimi tre anni, si siano sviluppati contemporaneamente non può non aver influenzato reciprocamente le cose. Reason to Be Cheerful, è un progetto che prende il nome dal brano omonimo di Jan Dury (musicista accidentale accidentalmente punk, freak vero e autore della iconoclastica, e incompresa, Sex & Drougs & Rock and Roll: un intellettuale vero che andrebbe studiato come abc per capire molto di società e industria dello spettacolo).

In quella canzone, citata a inizio articolo, venivano elencati i motivi per essere felici di alzarsi dal letto ogni mattina (e tra l’estate, Buddy Holly e Good Golly miss Molly nell’elenco facevano capolino anche Volare “il soprano di John Coltrane e “Adie Celentano!”).

In questo tour, a partire dal pensiero che l’ha motivato, viene mostrato qualcosa che, senza presunzione, è un invito a ricercare una REASON TO BE CHEERFUL che riguardi tutti. È un invito a ricercare la felicità partendo da piccoli gesti e affetti sino al ricominciare a compiere gesti di responsabilità personale e sociale (e qui Byrne, in uno dei pochi momenti parlati dello spettacolo, invita il pubblico ad andare a votare invece che arrendersi ad una sterile critica). Impegno Civico, Clima, Cultura Energetica, Istruzione/Educazione, Scienze della Salute, Tecnologia Urbana e mille altre cose fanno da sfondo e da humus vitale all’architettura su cui è costruito anche questo tour. Non enunciazioni, ma continui atti concreti attuati in questi anni e che danno profondità a questo spettacolo: Senza buonismi e facilonerie; senza orpelli politici; senza proclami roboanti. Reason To Be Cheerful. Semplicemente!

Ho visto tanti concerti nella mia vita, nessuno li ha mai fatti come Byrne; nessuno lo ha mai fatto come lui oggi; al di là di ogni aspettativa con un concerto colto, moderno e teatrale.

Scaletta:

Here (American Utopia)

Lazy (grown Backwards - 2004)

I Zimbra (Talking Heads)

Slippery People (Talking Heads)

I Should Watch TV (David Byrne & St. Vincent)

Dog`s Mind (American Utopia)

Everybody`s Coming to My House (American Utopia)

This Must Be the Place (Naive Melody)(Talking Heads)

Once in a Lifetime (Talking Heads)

Doing the Right Thing (American Utopia)

Toe Jam (Brighton Port Authority)

Born Under Punches (The Heat Goes On) (Talking Heads)

I Dance Like This (American Utopia)

Bullet (American Utopia)

Every Day Is a Miracle (American Utopia)

Like Humans Do (Look into the Eyeball - 2001)

Blind (Talking Heads)

Burning Down the House (Talking Heads)

1°bis

Dancing Together (Here Lies Love - 2010)

The Great Curve (Talking Heads )

2°bis

Hell You Talmbout (Janelle Monáe)

Fotografie fortunose di Paola Prandini e Paolo Ronchetti

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