Che si voglia o no, un nuovo film di Tarantino è comunque un evento. E l’attesa e la fama che ha preceduto l’uscita di “Inglorious Basterds” ne ha amplificato la portata, fatto sempre pericolosissimo e controproducente per una pellicola. Nonostante questo, il film risulta essere un altro grande tassello da aggiungere alle pietre miliari del regista del Tennessee, assieme a capolavori quali come “Le Iene”, “Pulp Fiction” e “Kill Bill”. Il rischio più grosso era quello di trattare un argomento storico più “europeo” che “americano”, quello di commettere un passo falso, come è successo per Spike Lee e il suo “Miracolo di Sant’Anna”. Ma Tarantino da questa impresa ne esce vincitore, e alla grande: si vede che è uno che vive di pane e cinema e che conosce quello europeo come le sue scarpe. Il suo culto per i b-movies italiani e non l’ha portato infatti ad interessarsi ad un film di Enzo G. Castellari, da cui “Bastardi senza gloria” prende ispirazione. Si viene subito rapiti dalla storia; per tre quarti di film, il vero capolavoro è la sceneggiatura, perfetta, ineccepibile, ogni parola e ogni sguardo sono messi al punto giusto, conditi da uno stile registico ai massimi livelli. Si entra totalmente nelle vicende dello squadrone di “cacciatori di nazisti” capitanati da Brad Pitt, un manipolo di “assassini buoni” che durante la seconda guerra mondiale, nella Francia occupata, tentano di collezionare più scalpi possibile di soldati nazisti. La storia si incrocia con quella dello spietato boia di ebrei, uno straordinario Christopher Waltz, e a quella di una mingherlina ebrea camuffata da gestore di un cinema, interpretata da un’altrettanto brava Mélanie Laurent, anche lei vera rivelazione del film. Di fianco a loro diverse figure, come quella di Diane Kruger bella e fatale e, naturalmente, dei vari Bastardi, tutti caratterizzati perfettamente. Così il film ci regala quasi due ore di scene indimenticabili, prima fra tutte, per tensione ed emotività , quella nella taverna. Poi si giunge al regolamento di conti nel cinema, per sforare le due ore, e qua la sceneggiatura perde un po’ di spessore, ma ormai è troppo tardi, la tarantinomania è già scoppiata fin dalle prime scene, e si può concedere un po’ di faciloneria dell’ultima mezzora. Comunque si riprende con un grande finale, dove viene concretizzato il sogno della grande vendetta ebrea. Il film, vuoi per le sue citazioni da b-movie, da film bellici, dagli spaghetti western, per la sua costruzione narrativa, per lo stile di ripresa, per la sceneggiatura, viene voglia di classificarlo in un genere, per poi rendersi conto che è tutto inutile, essendo semplicemente un film di Tarantino, e basta!