Christopher Nolan

Drammatico

Christopher Nolan Odissea


2026 » RECENSIONE | Drammatico | Avventura
Con Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway, Robert Pattinson, Lupita Nyong`o, Zendaya, Charlize Theron



15/07/2026 di Laura Bianchi
Raramente un film ha suscitato tante polemiche, prima ancora di uscire nelle sale, quanto The Odyssey, il nuovo film di Christopher Nolan, coprodotto da Universal Pictures. Commenti prevenuti, di chi non ha ancora visto il film, intrisi di pregiudizi e supponenza, riferiti soprattutto alle scelte del cast, che include anche attori afroamericani. Mescalina segue da sempre Nolan, e non poteva mancare all'anteprima del film, proiettata in 70mm all'Arcadia di Melzo. Questo è il lungo e ricco racconto di Laura Bianchi.

L'Odissea di Nolan: il mito torna a parlarci - Una rilettura simbolica del poema omerico che attraversa guerra, memoria, identità e ritorno, restituendo all'epica una sorprendente contemporaneità.

La Sala Energia dell'Arcadia (nome quanto mai adatto) di Melzo è enorme. Lo schermo altrettanto. Le immagini e i suoni scuotono, travolgono; le poltrone vibrano sotto i colpi delle spade, le ondate della tempesta, i passi di Polifemo o dei Lestrigoni, le urla dei Greci. Il kolossal di Nolan va visto al cinema, indubbiamente; chi lo aspetta in streaming, pensando forse che il proprio home theatre possa reggere l'impatto, si sbaglia di grosso.
Come si sbaglia chi pretende di valutare, senza averla vista, ma basandosi solo sul colore della sua pelle, la performance di Lupita Amondi Nyong'o, l'attrice keniota, già premio Oscar per 12 anni schiavo, che interpreta Elena, istigando al boicottaggio, senza pensare che appare in quattro scene su quasi tre ore di film, né che, comunque, l'appellativo "dalle bianche braccia" significa anche in senso lato "splendenti"; e lei splende davvero, di bravura e magnetismo.
Come si sbaglia chi fa della filologia spicciola sul colore e sulla forma delle armature di Agamennone o dei Lestrigoni, più simili a quelle di eroi fantasy che antichi, o chi polemizza sulla scelta di un linguaggio moderno, antiepico, diverso da quello usato dai kolossal storici hollywoodiani, pur non avendo ancora visto il film, e quindi non avendo colto la portata simbolica di ogni dettaglio che il regista ha voluto inserirvi.

Che l'Odissea non sia di Omero è risaputo: ammesso e non concesso che sia esistita una sola persona che abbia messo per iscritto la storia dell'assedio e della caduta di Troia (Iliade), e del nòstos, il ritorno a casa, del re di Itaca Odisseo dopo la sua partenza dall'Asia Minore (Odissea), tuttavia ci si deve ricordare sempre che siamo di fronte a un mito fondativo, seminale, che ingloba più culture ed etnie, e che è stato tramandato per via orale dagli aedi, i nostri moderni storyteller, o rapper, che, su base ritmica, raccontavano le gesta di eroi e dèi, e ricordavano le regole basilari della civiltà, come il coraggio, la saggezza, l'equilibrio tra ragione e istinto, e soprattutto la xenìa, la legge sacra imposta da Zeus, ossia il rispetto per lo straniero che arriva nelle nostre terre, a cui bisogna dare ospitalità e che si deve considerare inviolabile. Per questo, ad esempio, l'aedo contemporaneo nel film è Travis Scott, artista hip hop psichedelico, che aveva già lavorato col regista in Tenet, che apre il film con una battuta spesso ripetuta nella storia: “A war, a man, a trick — a trick to break the walls of Troy,” ed è presente anche nei titoli di coda con un brano intenso e suggestivo, When I Am Home, composto con lo stesso Nolan, cantato da James Blake, e orchestrato da Ludwig Göransson.

Che l'Odissea sia patrimonio dell'umanità è certo: perché parla a tutti e a ciascuno, in ogni epoca. Le attualizzazioni che compie Nolan nella sua rilettura del poema vanno tutte in una sola direzione, che non è quella della semplificazione, della banalizzazione superficiale, e tantomeno della spettacolarizzazione. Questo non è un "peplum", non è una rievocazione storica stile Palio di Siena, e non è neanche un fantasy tratto da un fumetto, come era stato 300 di Zack Snyder. È piuttosto una lunga, articolata, avvincente, attuale riflessione sulla guerra, sul potere, sulla responsabilità, sul destino e sul rapporto tra uomo e Dio, e  lo dichiarano ogni episodio, ogni situazione in cui Odisseo si trova. Qualche esempio.

La tanto criticata Elena, in questo caso, torna da Menelao, ma viene da lui sfregiata, privata della sua perfezione estetica; il marito afferma la propria supremazia sulla donna, che non è più la bellissima e desiderata "moglie trofeo", ma diviene un possesso, su cui vendicare l'infedeltà subìta. Circe (che ha il volto antico di Samantha Morton) degrada i compagni di Odisseo a maiali dediti a un "all you can eat" dominato dai bassi istinti. Calipso (la divina Charlize Theron) dà voce alla nostra psiche, che, durante uno stress post traumatico, tende a rimuovere i ricordi disturbanti con i fiori di loto moderni: analgesici e tranquillanti. La presenza di Atena, con lo sguardo parlante di Zendaya, significa il costante confronto di Odisseo - sempre meno eroe, sempre più uomo - con la saggezza, col fato, e con la tentazione all'antropocentrismo, che tutti noi avvertiamo ancor oggi, e che Dante ha saputo rappresentare così bene nel canto 26 dell'Inferno. I Lestrigoni hanno armature quasi steampunk, in contrasto con quelle dei Troiani, a simboleggiare il contrasto tra la loro "nuova in-civiltà" inumana, che non pratica la xenìa, e che distrugge le regole precedenti in nome della supremazia sul mare. Non a caso, da questo breve episodio discende la vera catastrofe di Odisseo, che, da re di una flotta di centinaia di reduci, si riduce a capo di una sparuta nave di disperati sopravvissuti, che muoiono in una tempesta scatenata da Zeus, indignato perché, sopraffatti dalla fame, hanno divorato i buoi sacri al Sole. Infine, il ritorno a casa di Odisseo, per il quale Nolan si è ispirato ai western di Leone, vede come figura dominante quella femminile, con Penelope che si impone sulla forza bruta dei Proci guidati da Antinoo (vampiresco, ambiguo e ambizioso Robert Pattinson), lei unica custode della civiltà, che non vuole un marito qualsiasi, ma quel marito, il suo Odisseo, con cui salpa verso un Occidente dantesco, uniti nella vita, nella lontananza e nella morte.

Ma anche ogni dettaglio della produzione del film rimanda a un universo di simboli, che è facile riconoscere.
Innanzitutto, la fotografia di Hoyte Van Hoytema, aiutata anche dal formato nativo IMAX (è la prima pellicola nella storia a essere girata integralmente in questo formato), dà estremo risalto a ogni elemento della scena, mettendo a fuoco sia chi sta sullo sfondo, sia i primi piani, a significare che, nella storia, non esiste solo l'epica, ossia gli eroi, i potenti, i capi che decidono le sorti altrui, ma anche la cronaca, ossia gli altri, la massa. Come la stessa massa di soldati insepolti, che, evocata in un Ade tra nebbie e cenere, incalza Odisseo e i pochi compagni rimasti, ossessionanti ombre di un passato che non passa. O come il popolo di Troiane e Troiani, che, durante l'incendio, viene brutalmente sterminato, alla guida non tanto di Odisseo, quanto di un Agamennone che ha la statura imponente e l'armatura di un Batman, tanto inquietante, quanto struggente, nel suo successivo apparire come ombra nell'Ade.

Poi, la sceneggiatura, che non solo rispetta la caratteristica episodica del poema, con gli incastri spazio-temporali cari al Nolan di Inception, ma ne amplia anche i punti di vista, fornendo allo spettatore un'ulteriore esperienza intellettuale: collaborare alla ricostruzione storica attraverso i racconti di Odisseo (parlerò poi di Matt Damon), di Penelope (una straordinaria, matriarcale Anne Hathaway, che ha la dignità e la statura della Medea pasoliniana), di Menelao (l'intenso Jon Bernthal), di Telemaco (Tom Holland, impulsività e puerilità in miracoloso equilibrio), di Calipso, di Eumeo (incredibile John Leguizamo), che offrono una molteplicità di interpretazioni, a confermare la plasticità del mito, che è tale proprio perché si offre all'eternità di qualunque epoca storica, e la supera.

Inoltre, la musica del fido Ludwig Göransson non sceglie una colonna sonora tradizionalmente epica, ma lavora su un insieme di strumenti arcaici, percussioni come i gong in bronzo, e fiati soprattutto, come l'aulos, ma anche la lira, incrociandoli con altri moderni, elettronici, e con la presenza, rara, ma importante, delle voci umane, tra cui James Blake, per ricreare proprio non solo l'eternità dei simboli narrati, ma anche l'intimità e l'umanità del mondo epico, in palese contrasto con quanto i luoghi comuni possano suggerire: una storia vissuta da donne e uomini, che si riflette in quella raccontata da eroine, dee, dèi ed eroi.

Ancora, la regia e la scelta del cast, tutt'altro che banale, tantomeno orientata a suscitare sterili polemiche. Nolan non solo guida con mano sicura gli attori, ma rifiuta anche la ricostruzione digitale, e gira tutte le scene all'aperto, suggerito, per sua ammissione, dal Vangelo secondo Matteo di Pasolini, e aiutato dalla scenografa Ruth De Jong; ogni luogo rappresenta un'idea diversa del rapporto tra uomo e natura. L'Islanda diviene l'inospitale e spettrale Ade, e le riprese hanno la luce algida del Sole di mezzanotte; nella grotta di Nestore, in Messenia, popolata da api, la troupe è entrata per ricreare l'antro di Polifemo; la foresta scozzese di Culbin diviene il labirinto in cui i Troiani si perdono sotto attacco dei Lestrigoni; Aït Ben Haddou, un villaggio fortificato nel Marocco centromeridionale, è la Troia splendente prima della distruzione; Favignana, con il suo castello di Santa Caterina, inaccessibile altrimenti che a piedi, diviene Itaca, miraggio lontano nei ricordi di Odisseo.

Impressionante è, per concludere, il lavoro fatto su e con il protagonista principale. Matt Damon regala la sua migliore interpretazione, incarnando l'ansia, l'esitazione, il desiderio, la nostalgia - etimologicamente, il dolore per un ritorno difficile o impossibile - che può provare chiunque stia attraversando un momento doloroso della propria vita, al punto che, pur conoscendone la sorte finale, seguiamo con trepidazione la suspence dell'azione. L'"uomo dal multiforme ingegno", come viene abitualmente tradotto l'epiteto omerico polùtropos, diviene anche quello che si apre la strada in molte direzioni, che cambia costantemente forma, che si adatta alle circostanze, resistendo e indagando insoliti modi per riuscire nell'intento. Un uomo, e, nel suo corrispettivo femminile Penelope, una donna, moderni: flessibili, ma fermi nel proposito; elastici nelle decisioni, ma costanti nello scopo; aperti al dialogo, ma severi con le ingiustizie.

Se si pensa che questo sia solo un ennesimo kolossal, un'operazione hollywoodiana, una provocazione fine a se stessa, allora significa che si sta perdendo di vista la creatività di un artista. Invece, il suo Odisseo ci rappresenta, ricapitolando in sé tutte le nostre odissee quotidiane.


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