Kernel Panic<small></small>
Jazz Blues Black − Impro − Rock & jazz

Walter Beltrami

Kernel Panic

2013 - Parco della Musica
11/10/2013 - di
Platone, nel “mito della caverna”, evocava i diversi livelli di conoscenza a cui l’uomo poteva arrivare partendo dalle sensazioni fino a raggiungere il contatto con la realtà ideale.
Parafrasandone il contenuto e stiracchiandone un po’ la simbologia ci viene naturale evidenziare che anche la musica di Walter Beltrami, jazzista bresciano di assoluto livello (suona la chitarra ma soprattutto compone e guida gruppi “over the top”), stimoli in modo completo tutte le modalità percettive di  chi la ascolta: sensazioni (leggasi pancia), impressioni (leggasi cuore), ragionamenti (leggasi mente).

Kernel Panic è, se non ricordiamo male, la quinta fatica dell’artista del quale desideriamo richiamare come capitoli consigliati Timoka (2009) e Paroxysmal Postural Vertigo (2011), con particolare riferimento a quest’ultimo considerato da chi scrive un capolavoro.

Kernel Panic --> sensazioni: la musica di Walter ha un eccellente impatto immediato. Il suo ricorso a stilemi rock che ricordano Zappa o il Canterbury avvinghiano subito  chi ascolta; la dimensione jazz discende direttamente dal gusto per le frasi melodiche brevi alla Coleman, che Walter usa come riferimenti tematici in strutture (generalmente)  tipo ABA. In queste la prima e l’ultima parte vertono sulla frase, la parte intermedia è più libera; ciò genera un effetto ad elastico estremamente intrigante. La composizione quindi affascina subito, di primo acchito.

Kernel Panic -->impressioni: la musica si lascia poi facilmente sondare in profondità e rivela entusiasmo, idee e vitalità. I lavori di Walter sono sovente basati su “concept” con spunti anche autobiografici; in Paroxysmal l’idea veniva da una sindrome benigna sofferta dall’autore (e poi superata), in questo  lavoro il riferimento è stato un inconveniente informatico avuto in studio. Da questo l’artista  ha preso spunto per riflettere più in generale sul senso del “reset duro” come unica soluzione ai problemi che stiamo vivendo. Tutto ciò conferisce unità e compattezza al disco trasmettendo la sensazione del vissuto, del voluto e dell’immaginato in modo irrimediabilmente coinvolgente. A questo si aggiunga il carattere di sana visionarietà che Walter immette nelle sue composizioni, sfiorando talvolta la psichedelica o il dadaismo.

Kernel Panic -->  ragionamenti: è la dimensione che si raggiunge se ci si sofferma sul lavoro e se ci si dedica un po’ di attenzione. La dimensione del concept sopra citata favorisce un esame delle trame estraendone una loro logica in chiave narrativa. La struttura dei brani, richiamata per le sue conseguenze sulle sensazioni, ha anche un’evidente dimensione organica  per cui i  brani risultano pensati e progettati, almeno nel loro canovaccio di base. L’uso dei temi, il contrappunto dei fiati, il riff ritmico del basso, la fantasia del drumming si fondono con un’organicità che non sarebbe possibile senza un disegno complessivo che il compositore trasmette al gruppo e, di conseguenza, al pubblico. I pezzi si evolvono sciorinando sviluppi imprevisti ma precisi; è come ascoltare un discorso fatto a braccio, non letto, ma basato su idee e intenti chiari. L’improvvisazione in questo modo si sublima nella logica e offre molto da gustare anche alla mente.

Ci rendiamo conto solo ora di non aver fatto menzioni specifiche di brani e musicisti ma, in fin dei conti, anche loro si sublimano nella dimensione del gruppo e del concept.

Per gli artisti comunque è d’obbligo sottolineare il carattere dell’ “all star group” che, una volta tanto, non è somma di individualità ma ne è il prodotto (con tutti i fattori molto maggiori di uno): Bearzatti è il meglio al sax tenore e se la cava bene anche col clarino, un vero e proprio Coltrane terreno;  Falzone è il vertice della tromba nazionale, a suo agio soprattutto nei passaggi più “alternativi”;  Takeishi è un folletto del basso elettrico in grado di tenere i temi oltre che il ritmo;  Black è un drummer al quale madre natura pare aver regalato quattro arti  indipendenti per cui interallaccia le sue risorse (piatti e pelli) in modo unico.

In quanto ai brani ci  rifiutiamo di  esporre la solita banale enumerazione in sequenza e ne citiamo solo tre a mo’ di campione esemplificativo.

Odd Dogs, che presenta la struttura già ricordata a tema / impro / tema con una base in perfetta simbiosi tra rock e jazz,  risolta in un superamento dei due generi per arrivare a qualcosa di originale, di inusuale  in coerenza al titolo e celebrata dall’eccellente contrappunto dei  fiati e dalla staffetta con la chitarra; la batteria poi meriterebbe un ascolto tutto suo per via di quel funambolismo creativo quasi poliritmico che sembra voler inseguire tutte le cadenze dei compagni.

Doctor D., in cui la logica ABA ha una fase A fluidissima, gradevolissima, principalmente rock, con un break B spezzato e contorto, quasi schizofrenico rispetto alla sezione introduttiva. Anche qui lo sviluppo del brano è sostenuto dalla sezione ritmica assolutamente fenomenale per la sua continuità.

Skin, con in rilievo una volta tanto la chitarra ed una tromba onomatopeica nonché un semplice ma efficace punteggìo del basso. Anche qui la schizofrenia e la visionarietà non manca nella sezione centrale dove a divagare sono tromba, sax e chitarra in un New Orleans dell’anno 3.000; le battute del sax poi sono il climax del disco.

Che dire? Il resto scopritelo  da soli. Ormai Walter non ci stupisce più, riuscirebbe a farlo solo se producesse qualcosa di mediocre e per questo lo preghiamo di evitarci sorprese. 

Number one, dritto e filato in cima alla playlist del 2013 senza se e senza ma.

Track List

  • Odd Dogs
  • Doctor D.
  • Re: tormented
  • Is This for Real?
  • Skin
  • Kalvero
  • Panic
  • Jeopardy
  • The Storm
  • The Envisioneer

Walter Beltrami Altri articoli