Walter Beltrami

Walter Beltrami

Paroxysmal Postural Vertigo...


19/07/2011 - di Vittorio Formenti
Walter Beltrami è stato più volte presentato e recensito su queste colonne, ricevendo invariabilmente espliciti riconoscimenti di stima e di apprezzamento incondizionato; il suo ultimo Paroxysmal Postural Vertigo, uscito nel corrente 2011 per la casa Auand, resta il lavoro migliore che abbiamo ascoltato in questi mesi ed abbiamo pertanto ritenuto di dedicare un’intervista  al suo creatore per approfondirne le caratteristiche specifiche. Probabilmente la lettura dell’articolo risulterebbe più proficua dopo aver ascoltato il cd ma potrebbe anche risultare uno stimolo alla ricerca del disco. In ogni caso l’auspicio è che aiuti alla diffusione di una vera e propria gemma del nostro panorama musicale, che non vorremmo restasse nascosta dal mare magnum della mediocrità e della pigrizia mentale dei nostri giorni.
Mescalina: la chiacchierata vuole essere dedicata al tuo ultimo splendido lavoro, Paroxysmal Postural Vertigo.  Prima di entrare nei dettagli vuoi presentarci le origini e le motivazioni di questa tua realizzazione?
***Walter: come scritto anche nelle note del disco lo spunto affonda le radici nel periodo in cui ho sofferto di vertigini posturali benigne che mi hanno intrappolato per circa sei mesi; un’esperienza decisamente insolita e totalmente destabilizzante. Si diventa incapaci di vivere la propria esistenza in modo naturale e l’unica via d’uscita è, oltre ad un grande esercizio di pazienza, reinventarsi dei punti fermi totalmente nuovi. Occorre farsi guidare dall’istinto e dalla fiducia per restare in equilibrio in un mondo che in equilibrio non è più. Durante i tentativi di sopravvivenza di quel periodo, ho iniziato a sentire nella testa delle melodie schizofreniche e contorte, che si sovrapponevano a ritmi sincopati e dispari. Da qui è nata l’idea di questo disco in cui ho riportato la trasfigurazione delle percezioni che avevo in quei momenti; dopo i primi mesi di sofferenza, quando le situazioni erano diventate un po’ meno invalidanti, ho addirittura scoperto un certo piacere nel vedere le cose in maniera diversa: mi hanno insegnato nuovi punti di vista, regalandomi nuovi stimoli creativi.

***Mescalina: a quando risale tutto questo?
***Walter: a un anno e mezzo fa; ho finito di scrivere gli ultimi brani più o meno una ventina di giorni prima di entrare in studio. È un episodio abbastanza recente.

***Mescalina: seguendo nell’ordine lo sviluppo dei brani partiamo da BBPV, in realtà strutturato  su due pezzi successivi di cui il primo è un intro. Questo pare evocare l’annuncio della vertigine che arriva, con dissonanze quasi post rock ed un ritmo stralunato e dilatato del violoncello.
***Walter:  Strano dover ricostruire a posteriori la vicenda... Non compongo mai in modo didascalico, tuttavia è verissimo che i miei lavori, da Timoka  ai futuri che ho in mente, hanno una logica da suite, da concept album. Certe cose quindi, pur non essendo definite razionalmente, seguono una logica precisa a cui però non penso in fase di scrittura. Diciamo che è diventata parte di me e quindi opera in modo istintivo. Ho pensato l´intro di BBPV come un prologo, un´anticipazione delle vertigini imminenti che poi irrompono violente nel pezzo vero e proprio, BPPV. L´intro contiene già tutti gli elementi dello sviluppo successivo ma è possibile scoprirli solo una volta ascoltato il brano e facendo un percorso a ritroso; il violoncello suona i power chords che poi ricorrono nel pezzo; il basso suona addirittura le primissime note di chitarra di BPPV ma rallentate da un looper e rese quasi irriconoscibili.

***Mescalina: il brano successivo, che poi  è il vero e proprio BBPV, in effetti pare proseguire con una certa continuità  e propone alcuni paradigmi del cd. Il ritmo sincopato è un elemento narrativo che esalta quel senso di instabilità di cui si parlava, le dinamiche si rafforzano ed è come se la vertigine si manifestasse in pieno; partono quei duetti tra sax e violoncello che si inseriscono su di una polifonia di gruppo più che su di un’alternanza a chorus solisti.
***Walter: in effetti questa è la chiave di lettura del disco. Volevo snocciolare la melodia e sviluppare la struttura del brano tramite l’interazione di vari strumenti; l’accoppiata tra sax e violoncello,  che a volte si sovrappongono, a volte si inseguono oppure si distanziano, rappresenta un ingrediente fondamentale in questa logica. Questa staffetta descrive quello che ti succede nei momenti di vertigine; perdi un punto di riferimento e devi volare a coglierne un altro, un po’ come quelle scimmie che nella foresta volano da una liana all’altra come acrobati, senza mai fermarsi. Il livello melodico tuttavia non è il solo aspetto da sottolineare, lo stesso accade anche per quello ritmico. La chitarra esordisce con una cellula tematica che poi viene mantenuta durante tutto lo sviluppo del pezzo con una sorta di poliritmia; infatti la composizione apparente è un classico funk in 4/4 ma il tempo della chitarra sottostante è molto più complesso, generalmente dispari e mai con le cadenze coincidenti con quelle della linea principale. L’effetto è la produzione di una  logica instabilità che ha richiesto anche molto tempo di elaborazione; nonostante sia un brano di apertura BBPV è stato infatti concluso solo poco prima di entrare in studio.

***Mescalina: proseguiamo nell’analisi sequenziale con il successivo Mind the Mind!. Il brano appare più articolato, con un sax che veleggia tra linee melodiche talvolta alla Ayler ma con anche passaggi più visionari alternati alla riconferma del tema. Siamo sempre sotto l’effetto della vertigine?
***Walter: Decisamente! E´ forse il brano più rappresentativo assieme a Seamont´s manoeuvre. Il titolo è nato solo nel momento in cui mi sono trovato a trascrivere il brano per gli altri musicisti, operazione che mi ha richiesto parecchio tempo perché, nonostante riuscissi a suonarlo con molta facilità, non era  altrettanto semplice  schematizzarlo per  via di uno suo certo carattere schizoide, un po’ tipico del mio approccio compositivo e improvvisativo. Il problema stava nel cambio della metrica in ogni battuta generando un disastro ritmico talmente difficile da leggersi per gli altri che mi ha portato a dire.. attenzione alla tua mente…da cui il titolo. Nelle note del disco ho indicato un codice numerico apparentemente strampalato ma che in realtà rappresenta la metrica delle battute, ogni volta diversa; la prima è in 7/4, la seconda in 4, la terza in 7, la quarta in 2 e così via. Questo appare complesso da leggere ma l’impressione all’ascolto è di orecchiabilità e di scorrevolezza assoluta; non è stata una cosa voluta, è stata solo una conseguenza degli scherzi che la mente mi giocava al tempo.

***Mescalina: quindi è il risultato dell’effetto del disagio di cui soffrivi?
***Walter: probabilmente è più il risultato di una mia stravaganza esistenziale che non del disturbo fisico: io scrivo i miei pezzi in un modo che a me pare estremamente semplice e naturale, strutture AABA molto lineari, alla Cole Porter, almeno secondo la mia percezione. Gli altri però mi facevano notare certe complessità che, a quel punto, ho cercato di osservare dal di fuori, in modo distaccato, e devo dirti che a momenti mi terrorizzavo! Scherzi a parte, mi sono reso conto di una certa visionarietà del mio modo di vedere le cose, che evidentemente si traduce anche in ciò che scrivo.

***Mescalina: bene, ma se ritorniamo alla sequenza dei brani incontriamo You See  in cui pari recuperare canoni più classici, con l’uso del clarinetto e un approccio cameristico quasi fosse un ritorno alla stabilità. E’ un momento voluto nel concept del disco?
***Walter: in effetti qui ho voluto rappresentare l’andamento fasico dei momenti di vertigine con il ritorno alla calma; la storia è raccontata nel flusso tra momento di destabilizzazione e di equilibrio. Anche qui comunque c’è una componente di libertà, lasciata in questo caso al basso di Stomu con un solo assolutamente personale come solo lui sa fare.

***Mescalina: tu passi poi a quello che, almeno a nostro parere, è il climax del lavoro. #2 è un brano epocale per via del mix tra riff, impro, struttura particolari, visceralità; insomma, c’è veramente tutto.  Qual’è l’origine del titolo e poi cosa rappresenta il riff che hai scelto per il brano?
***Walter: questo brano è un po’ il vertice del disco, con la sua ferocia nell’attacco ben sottolineata dall’impianto rock, scelto volutamente per il suo potere di impatto. Per questo motivo l’ho collocato al centro del disco, spingendo così al massimo il richiamo della vertigine. Non ti nascondo che il brano contiene una dedica anche al qui presente intervistatore; ricordo infatti che quando ci vedemmo per l’intervista in occasione di Timoka uno dei brani che ti erano piaciuti di più fu PPP, abbreviazione cinematografica della dizione tecnica di primissimi piani .Il mio desiderio era quello di dare un’altra vita a quel pezzocon più energia, approfittando anche del contributo di un batterista come Jim Black. Il brano quindi è un figlio di PPP,  numero 2 appunto; il titolo ne rappresenta la gestazione in continuità. Inoltre la prima versione  era stata realizzata con il contributo del violoncello, suonato a metà tra la chitarra elettrica di Hendrix e il sax di John Coltrane; ti inviai in anteprima la registrazione e ricordo che mi dicesti quanto sarebbe stato bello inserire anche un sax. Detto e fatto, sicuro che ti sarebbe piaciuto.

***Mescalina: sono commosso e devo dire che hai raggiunto in pieno l’obiettivo di colpirmi, il pezzo è semplicemente favoloso. Quello che più mi ha impressionato comunque è stato l’uso fatto del violoncello, selvaggio e con una timbrica più unica che rara. Questo effetto è stato frutto di una tua intenzione o di uno slancio autonomo di Vincent ?
***Walter: l’idea è stata mia ma poi lo sviluppo è stato lasciato ai musicisti; normalmente io imposto l’architettura del brano ma non  vincolo mai gli strumentisti che devono essere liberi nell’interpretazione. Io scelgo i musicisti sapendo a priori come suonano e scrivo anche pensando alle loro caratteristiche; non ho scritto i brani pensando al basso, al sax, al cello o alla batteria ma sapendo che avrebbero suonato Stomu, Francesco, Vincenti e Jim.

***Mescalina: cosa mi dici di Lilienthal? Pare un brano con coordinate da free collettive che realizza un passaggio ardito rispetto al classicismo e al rock dei due brani che lo precedono.
***Walter: è probabilmente il brano più sperimentale del disco, dedicato al pioniere dell’aviazione tedesca Otto Lilienthal al quale è intitolato l’aeroporto di Berlino. Sono sempre stato affascinato dalla sua biografia, per quel coraggio di sperimentare su se stesso dei veicoli improbabili e talvolta impossibili al punto da risultargli fatali, dato che perì in un incidente di volo. In punto di morte disse che “..nella vita bisogna accettare anche qualche sacrificio” ; un vero eroe alternativo. Inoltre Otto è anche il mio cane, un personaggio altrettanto pazzoide e bizzarro. Il pezzo in realtà ha una struttura abbastanza semplice, di tipo AABA ed è una sorta di dedica e tributo a tutti quei personaggi lunatici che mi hanno sempre affascinato come Cyrano de Bergerac e Don Chisciotte in letteratura o Coleman e Monk in musica. Le sezioni A sono molto “ornettiane”, la B invece è un riff di chitarra composto dagli elementi del pezzo e poi accelerato creando un loop instabile, spigoloso e a malapena a tempo. Ho poi chiesto a Francesco e a Vincent di suonare la stessa melodia e loro sono stati bravissimi nell´imitare l´andamento zoppicante e alieno della macchina!

***Mescalina: dal disco pare emergere un’attenzione al ricorso a strutture diversificate; brani in ABA, passaggi in contrappunto, pezzi in due momenti contrapposti. Hai dedicato un’attenzione particolare  al disegno delle strutture?
***Walter: bella domanda! Dopo aver fatto caso ai pareri dei critici e dei colleghi sulla mia musica mi sono messo ad ascoltarla per cercare di riconoscere quelle peculiarità che gli altri ritrovavano nelle mie composizioni.  Questo perché il mio approccio è istintivo anche se non misterioso, le cose escono da sé. In genere, quando scrivo, tendo ad evitare strutture astruse preferendo un approccio alla semplice forma canzone, anche se il risultato sembrerebbe totalmente agli antipodi da una Song. Cerco sempre di pensare: come suonerebbe un alieno se dovesse trovarsi davanti solo questa partitura? Se è in grado di leggerla allora significa che ne capisce la forma, che resta sostanzialmente intatta; la ricerca si sposta quindi su altri aspetti.

***Mescalina: il settimo brano è What Is; la prima parte evoca un sound ECM che pare riportarci ai tempi di Timoka.
***Walter: quelle radici in qualche modo sono sempre lì; tuttavia c’è una certa differenza nei confronti del suono mitteleuropeo che citi per la timbrica proposta dagli strumentisti di questo lavoro. Questo pezzo è composto da tre brevi cellule melodiche che suono con la chitarra a mo’ di collante . Ai musicisti ho chiesto di entrare da lontano sulla nota Mi, che io uso molto quando scrivo anche per la sua “banalità” esecutiva sulla chitarra e la sua ovvietà; chiunque prenda in mano una chitarra suonerà probabilmente quella nota perché è la prima corda a vuoto che trova. Mi diverte giocare un po´ in fase di composizione; usare una nota “scontata” come veicolo per entrare e “fare entrare” in un mondo sonoro al contrario insolito e ricercato. Volevo che il pezzo fosse un lamento; che arrivasse da lontano e finisse con un’esplosione di dolore, affidata alla presa timbrica di Francesco, in grado come nessun altro di conciliare l’urlo e il dramma con la poesia e l´ironia.

***Mescalina: arriviamo a Seamont’s Manoeuvre, brano rock jazz con punte psichedeliche particolarmente evidenti. Ce ne racconti le origini?
***Walter: la Manovra di Seamont è un’operazione quasi da tortura medioevale a cui si viene sottoposti con l’intento immaginifico di eliminare il disturbo; me l’hanno praticata due volte sbattendomi in varie posizioni ma senza sortire effetti particolari. Nonostante l’obiettivo fosse quello di recuperare l’equilibrio in realtà la manovra intensificava la sensazione di vertigine fino a provocare effetti quasi visionari. Da qui il carattere psichedelico del brano che sottolinea proprio quei momenti portati ai massimi livelli di distorsione. Il pezzo è in realtà molto istintivo, quasi schizoide, con frasi del sax e della chitarra esasperate proprio per creare l’impressione di follia spontanea.

***Mescalina: è certamente uno dei brani con il maggior effetto a livello narrativo. Nel brano che segue, Unexpected Visit, intervengono  delle percussioni con un effetto più dolce e si nota uno stretto interplay tra tutti, con avvicendamenti sovente concentrati anche all’interno della battuta singola. Cos’è in realtà questa visita inattesa?
***Walter: è l’unico brano del disco totalmente improvvisato, nessuna aveva preparato alcunché; inoltre quella registrata è stata la primissima take di studio, che è risultata essere la più fresca. Avevamo bisogno di un certo ritorno alla calma che abbiamo ritrovato con questa improvvisazione dilatata. Qui Jim, alla batteria, ha sfoggiato tutto il suo repertorio percussionistico in modo molto innovativo, conciliando creatività con timbriche anche europee. In generale i batteristi sono o tecnici del beat o creatori di suoni; Jim riesce a fondere le due qualità in modo unico. Oltre al suo set di batteria qui usa anche molti oggetti, come per esempio un carillon, e nemmeno saprei ben dirti da dove e come ricava i suoi suoni tanto è imprevedibile e geniale. 

***Mescalina: si può pertanto parlare di un contributo anche degli altri musicisti alle tue composizioni, magari anche solo tramite idee ed interventi estemporanei del momento?
***Walter: in realtà la cosa migliore del disco è che ci ha visti esprimerci come un gruppo; in studio abbiamo discusso e condiviso parecchi aspetti  che hanno portato ad un vero e proprio lavoro di squadra. Data la mia passione per il cinema potrei paragonare il lavoro di un compositore a quello di un regista di un film che sa condividere il lavoro con gli attori. A me interessa che la melodia, il mood e l’arrangiamento di base siano capiti e quindi rispettati, lasciando però ampio margine ai musicisti nell’interpretazione. Per me un bel disco non prescinde mai da talento, sensibilità ed apertura mentale degli artisti che vi partecipano.

***Mescalina: su che base hai scelto il cast quasi stellare che ti ha accompagnato?
***Walter: credo di avere una certa dote istintiva nella selezione dei musicisti , che in generale ho scelto a botta sicura per i miei lavori senza restarne deluso finora. Lavoro anche in un altro gruppo con un batterista finlandese eccezionale, Markku Ounaskari, che ho scoperto ascoltandolo su un disco. L´ho contattato tramite myspace e ci siamo ritrovati a debuttare con il mio progetto senza mai esserci visti prima e il risultato è stato eccellente!

***Mescalina: bene, sappiamo della perfetta intesa che hai con Francesco al sax già comprovata su Timoka. Ma se pensiamo a Vincent Courtois e al suo lavoro solista L’imprevue sarebbe difficile intuirne una compatibilità col tuo mondo. Cosa ti ha portato invece a prendere una così felice decisione?
***Walter: l’analogia con Vincent è più intima, le sue scelte armoniche sul violoncello sono molto simili alle mie. Inoltre lo conosco bene come musicista e sapevo che ama molto sperimentare con gli effetti, cosa che faceva soprattutto in giovane età. A Stomu, il bassista, ho chiesto di portare anche tutti i suoi effetti. E´ un autentico architetto sonoro oltre che uno dei migliori bassisti in circolazione. Di Jim Black ho sempre amato la sua originalissima destrutturazione del tempo, operazione che gli riesce senza nulla togliere al groove e all´energia.  Ero rimasto folgorato dal suo disco Alasnoaxis e poi ebbi l’occasione di conoscerlo in Austria in occasione di un workshop nel quale ero restato colpito dalla sua versatilità, che coniugava con una rara profondità.

***Mescalina:  quanto c’è di episodico in questa intesa di gruppo e come invece potrebbe, se possibile, diventare una realtà stabile?
***Walter: nulla di episodico! Nei concerti che abbiamo tenuto dopo l’uscita del CD l’empatia non ha fatto che crescere. Dal vivo stiamo adottando anche un approccio più fisico, cercando un impatto sonoro sempre maggiore.  Un giornalista che recensì un nostro concerto al Pinocchio Jazz Club di Firenze disse che il locale quasi non poteva contenere l’energia della band, e questo mi ha fatto molto piacere.

***Mescalina: completando l’analisi del disco arriviamo all’ultimo brano, Verbal  Realities. Qui riemerge la vena di Timoka, pur con una corposità maggiore e dei tratti quasi grotteschi e sardonici coerenti con l’idea di fondo del lavoro. Questo ritorno alle origini rappresenta in qualche modo l’uscita dal tunnel del disagio?
***Walter:  Questo è un vecchio brano che avevo registrato nel mio disco Piccoli Numeri, ancora precedente a Timoka, che avevo scritto pensando alla voce di Tom Waits. Il titolo si riferisce a quelle che io definisco “realtà verbali”: il linguaggio stesso che crea realtà senza alcun contatto con il vero.  Inoltre questo è un brano la cui melodia amo particolarmente e volevo dargli una seconda vita approfittando del contributo di questo gruppo. Il brano è stato stravolto rispetto alla registrazione originale, abbiamo sviluppato molto l´improvvisazione collettiva, alla fine della quale il ritorno al tempo scandito da Jim con l’unisono di chitarra, sax e cello dà una sensazione di risoluzione, di epilogo che quasi evoca una vittoria finale. In questo senso mi ha molto soddisfatto come passaggio di chiusura del lavoro, ancor più perché non essendo un brano rilassato la vittoria espressa non è tanto quella sul disturbo quanto sull’incapacità di accettarlo e viverlo. 

***Mescalina: in questo lavoro troviamo confermata ancora un’apparente limitatezza dei tuoi interventi strumentali rispetto al ruoli assunti dagli altri. Sei quindi più interessato ad esprimerti come compositore che come esecutore?
***Walter:  Questo credo sia abbastanza normale per tutti quei musicisti interessati alla musica piuttosto che all´auto-celebrazione. Suono dove serve. La musica viene sempre prima. Un´altra ragione è che la mia musica preferita, in generale, non è musica chitarristica.  Nei miei pezzi la chitarra è più un collante, un elemento di continuità e di aggregazione, per cui non risalta ma nemmeno può distaccarsi dalla trama. In realtà ho anche un progetto in solo nel quale, per evidenti ragioni, la chitarra è l’autentica protagonista del lavoro. Inoltre, tra i tanti progetti in cantiere prevedo di tornare alla formula del trio che avevo adottato per molto tempo agli inizi e che mi aveva poi stancato perché continuavo ad ascoltare me stesso. Ho sentito quindi la necessità di aprirmi verso altri suoni per poi tornare, in qualche modo, anche al mio strumento. Sentirete quindi dei futuri lavori in cui la sei corde torna protagonista e magari rimpiangerete i bei tempi della misuratezza!!

Ben difficile che si rimpianga alcunché!! Piuttosto siamo sempre più curiosi di vedere in che modo questo instancabile musicista riuscirà a colpirci ancora, come ha saputo fare fino ad oggi. Nel frattempo abbandonatevi alla vertigine; non occorre andare in quota, basta sdraiarsi sul divano e caricare sul lettore il disco giusto; Paroxysmal Postural Vertigo vi farà girare davvero la testa.



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