Il saltimbanco e la luna. Un omaggio a Enzo Jannacci<small></small>
Italiana • Canzone d`autore

Susanna Parigi Il saltimbanco e la luna. Un omaggio a Enzo Jannacci

2014 - Incipit

22/04/2014 di Mario Bonanno

#Susanna Parigi#Italiana#Canzone d`autore

Enzo Jannacci parlava da solo e coi limoni. Biascicava idee, (mezze)frasi amare, sfoghi, ideali. Comunicava per cenni, per gradi zero di surrealtà, per comicità, dolore, musical, tanto da rintuzzare il significante in blob fonemico, in un guazzabuglio concettuale da cui tirava fuori frammenti di verità nascoste. L’intero modo di scrivere/interpretare jannacciano può ricondursi in fondo a questa girandola di tic, scarti, smozzichii, onomatopee, digressioni, pause, dissonanze. Jannacci era inafferrabile: un saggio, un ossimoro vivente, difficile inquadrarlo facendo a meno dei luoghi comuni (che peraltro non gli somigliano affatto). A lui i neuroni frullavano in testa come eliche - genio e (s)regolatezza - , e se non erano i neuroni a girargli erano le così dette "pallei” di fronte alle ingiustizie del mondo cane. Era in questi casi che, forse, cantava. Scriveva e cantava, cantava e denunciava, cantava e poetava: a suo modo, tra il brusco e il lusco, il detto e non detto, lo sberleffo e la malinconia. Con quella faccia (un po’ così) che si ritrovava - una faccia a metà strada tra l’acchiappanuvole e il pugile suonato - poteva permettersi tutto e il suo contrario. E magari poi uno non se l’aspettava da un tipo con una faccia così, certe parole durissime dentro le strofe, subito dopo un non-sense, un ritratto, una risata: spiazzati, come un portiere da un bravo rigorista.

Il fatto sostanziale è che Jannacci era cintura nera di karate, buon musicista e sicuramente matto come un cavallo. Di quei matti lucidi, però, che dicono cose che agli altri sfuggono, o che magari pensano e poi non dicono. Sempre a un passo della stonatura e della sbadataggine. Dalla parte della divergenza, degli ultimi e dei penultimi di un’ Italia perenne “stile mafieria”, però senza slogan e senza partito preso. In definitiva (beh, quasi) e in sede di commento su Jannacci va bene qualsiasi cosa purchè non si tralasci il suo umanesimo, l’estrazione morale delle cose che pensava/diceva/scriveva/cantava.  Alla luce di tutto ciò (della difficoltà ontologica che implica tutto ciò), meglio che i vivi seppelliscano i loro morti unavolta di più, che tradotto in parole poverissime per il caso nostro, sarebbe: lasciamo in pace i mostri sacri del cantautorato che non ci sono e che non c’è più, please. Piantiamola  una buona volta con gli omaggi post-mortem, le rivisitazioni, i tributi collettivi.

Bisogna averci i muscoli del capitano, la tempra di Ulisse e la follia di chi non ha niente da perdere per mettersi faccia a faccia con quelli come Enzo Jannacci. Oppure bisogna averci il talento sui generis combinato all’umiltà di Susanna Parigi che muovendo dal chirurgo-cantautore registra un disco coi controfiocchi (Il saltimbanco e la luna. Un omaggio a Enzo Jannacci). Come se fosse la cosa più facile del mondo misurarsi col microcosmo civile e sgangherato del Nostro e venirne fuori senza, non dico le ossa rotte ma neanche un graffio.

Susanna Parigi è qui di una bravura da lasciare senza fiato, credo che ad Andrea Pedrinelli (giornalista, scrittore, agit-prop janniacciano) non potesse venire in mente artista migliore per la sua esplorazione teatrale di storie italiane e canzoni jannacciane che adesso è diventata questo disco qua. L’aspetto che più sorprende della Parigi è l’abnegazione, la capacità catartica (l'alta scuola musicale gliela conoscevo già) con cui riesce a entrare dentro i climi teneri-feroci di Jannacci. Stare dietro al suo modo di cantare insolito e sbilenco, sempre una tacca sotto al cedimento della voce, lasciarsi andare all’emozione propria e altrui, gettare alle ortiche l’intonazione perfetta (per una volta, ma sì, chissenefrega), affidarsi a un pianoforte che da solo vale un’orchestra, senza un segno di croce (che dio me la mandi buona) e colpire dritta nel segno. “Come una freccia in fondo al cuore”, cantava Ron una vita fa.

Mi ha preso il più classico dei nodi in gola, e mi ha preso da subito, sin dall'attacco di Mamma che luna che c’è stasera. Lasciamo stare La fotografia, Vincenzina e la fabbrica, Io e te, che ci sta - tranne che non sei l’uomo di ghiaccio -, io  ho cominciato a commuovermi con Mamma che luna che c’è stasera, capite cosa intendo? Una canzone che chi la conosce è bravo, e che Susanna Parigi restituisce col pathos che solo chi Jannacci (il suo universo) lo ha introiettato a dovere, lo ha sentito suo, a partire da dentro - pancia e cuore - può restituire.

Oltre alla scelta di una track-list non convenzionale (comprende le tracce del cantautore meno inflazionato: Liquida, Il cane con i capelli, Sono timido, L’attenzione, E l’era tardi) il grande merito della Parigi è quello di avere reso (dal) vivo il tasso di intensità emotiva che è delle canzoni jannacciane, ri-arrangiando per pianoforte solo i pezzi uno a uno, da one woman band che sa a memoria il fatto suo, senza infingimenti pop (al diavolo più che mai il pop!), né cedimenti da finta-nera, né ruffianaggini da pianobar. In forza a un talento adamantino (che non è mai acqua): a volte arrampicandosi sulle note, a volte cambiando tono e colore alla voce, a volte recitando e basta, come a un certo punto della struggente Natalia, il pezzo che mi ha definitavamente sorpreso alle spalle con tanto di furtiva lacrima a seguire (prima  piangevo solo tra me e me, la mia età non è più verde, che volete farci). Natalia con la quale vorrei lasciarvi, perché ci ho visto dentro il senso infinito dello scrivere-cantare-sentire-vivere jannacciani e la sensibilità (anche) interpretativa di Susanna Parigi.

Natalia che meriterebbe di essere riportata per esteso ma di cui vi passo solo un accenno. Il  resto recuperatelo da questo cd che non dovete mancare se vi sta minimamente a cuore la canzone d'autore, o insomma quello che ne resta. Le parole di Natalia che vi avevo promesso. Senza la musica, nude e crude, appese tra cielo e terra: “Natalia, la faccia quasi color della cera/ Natalia non vedi le flebo che ti sparano dentro/ e a vederti non sembri neanche vera/ e siamo qui davanti a te coi bei vestiti verdi dei chirurghi americani/ Natalia, far finta di essere perplessi/ come fa ogni professionista che si rispetta/ ma la cera ricorda qualcuno dei tasti bianchi del mio pianoforte/ Natalia, tu non sai che bisogna riaprirti il torace/ che è una cosa che rompe sempre i coglioni (…) Natalia che hai solo sette anni e fai la figlia di ferroviere/ proprio quello al quale il professore di Torino/ ha chiesto venti milioni ben sapendo che male che vada c'è sempre la colletta/ e siamo bei freschi di tasse/ è tutto Natalia/ Natalia che hai capito che all'ospedale di Milano/ sei la numero trentotto giù in lista di attesa/ Natalia con la valvola nel cuore messa dalla parte sbagliata/ già ma queste son cose che la canzone non dice mai, mah”.

 

Track List

  • MAMMA CHE LUNA CHE C’ERA STASERA
  • L’UOMO A META’
  • LA FOTOGRAFIA
  • VINCENZINA E LA FABBRICA
  • LIQUIDA
  • IO E TE
  • L’INSULTO DELLE PAROLE
  • NATALIA
  • IL CANE CON I CAPELLI
  • SONO TIMIDO
  • L’ATTENZIONE
  • E L’ERA TARDI
  • COME GLI AEREOPLANI
  • PARLARE CON I LIMONI
  • EL PORTAVA I SCARP DEL TENNIS

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