Mercanti Di Liquore Non ci troverete mai
2025 - Distribuzione A1 Entertainment
E meno male li abbiamo trovati, I Mercanti di Liquore, il gruppo capitanato dal cantautore Lorenzo Monguzzi, anche se loro intitolano il nuovo lavoro Non ci troverete mai. Ma forse chi li trova ha antenne speciali; in un mondo discografico sempre più asfittico e pilotato da persuasori neanche tanto occulti, è difficile smarcarsi dalla presa di pubblicità e musica di plastica, di sedicenti artisti dediti al culto dello streaming e dell'algoritmo, per ascoltare con orecchie e cuore aperti, per ricevere messaggi scomodi, per spaziare in suoni che presentano una grande vaietà di generi.
Ci pensa la band, che ha saputo rinnovare, nei decenni, membri e stili, mantenendo in Monguzzi un punto fisso, coerente, seppur dinamico, attento alle trasformazioni di un'Italia in cui l'artista stenta a riconoscersi, ma che continua caparbiamente ad amare e a volere migliore. Si è così circondato di sodali affini, alcuni molto più giovani di lui - fatto sul quale scherza spesso anche nei live -, ed è riuscito nell'impresa di avere, sopra e sotto il palco, la nuova generazione accanto a quella sua coetanea, unite nella comunanza di ideali. La band quindi, vicino a Monguzzi e a Nadir Giori (anche coi Sulutumana) al basso e contrabbasso, vede i trentenni Andrea Verga (All Aboard) al banjo, mandolino, chitarre elettriche, Elio Biffi (Pinguini Tattici Nucleari, Servi Disobbedienti), a tastiere e fisarmonica e Lorenzo Bonfanti (Bonfire) alla batteria; tutti partecipano poi ai cori, oltre ad aver prodotto il lavoro e scritto le musiche, mentre i testi sono di Monguzzi.
Proprio i testi sembrano rappresentare l'ossatura del disco, che sotto l'aspetto musicale accoglie una grande varietà di toni, dall'aggressività combat folk (la caustica canzone - elenco Gli amici dell'odio), all'ironia del latin (la gioiosa celebrazione, col basso elettrico di Giancarlo Charlie Cinelli e il parlato di Antonio Amadeus Pinnetti, di Quel Giorno in cui, in un paesino brianzolo pregno di pregiudizi, si sposarono Roberto e Walter), fino alla delicatezza metaforica dell'inno antiwar Il topo, dal crescendo emozionante, o alla confessione pensosa Prigioniero poetico (Oscar al miglior titolo 2025). Le parole scendono con esattezza, lucidità implacabile e inesausta sete di giustizia, dipingendo il ritratto di un intellettuale - e usiamola, questa parola tanto preziosa, e tanto bistrattata - che, pur facendo le debite proporzioni, si trova a essere corsaro come Pasolini, o inattuale come Nietzsche, in una società e in un'umanità in cui lui si ostina a credere, nonostante le evidenti contraddizioni: si ascoltino il Quadretto di provincia, dipinto con realistico disincanto e interpretato con acume da Lella Costa e Francesca Botti, o Nel Quartiere, di cui "non si azzardi il mondo a disturbare la tranquillità feroce". Ed emerge il profilo di un gruppo di musicisti stretti intorno a Questa chitarra, come si intitola la traccia di chiusura, chitarra e voce sole, in cui Monguzzi canta "io sopra di lei, e lei con me addosso / Andremo a vedere la gente, Avremo da perdere niente".
Se "trema la fortezza d'Occidente, tremano le fondamenta", noi abbiamo trovato I Mercanti di Liquore. E non li lasciamo tanto facilmente. Al limite, ci nascondiamo con loro.
Ci pensa la band, che ha saputo rinnovare, nei decenni, membri e stili, mantenendo in Monguzzi un punto fisso, coerente, seppur dinamico, attento alle trasformazioni di un'Italia in cui l'artista stenta a riconoscersi, ma che continua caparbiamente ad amare e a volere migliore. Si è così circondato di sodali affini, alcuni molto più giovani di lui - fatto sul quale scherza spesso anche nei live -, ed è riuscito nell'impresa di avere, sopra e sotto il palco, la nuova generazione accanto a quella sua coetanea, unite nella comunanza di ideali. La band quindi, vicino a Monguzzi e a Nadir Giori (anche coi Sulutumana) al basso e contrabbasso, vede i trentenni Andrea Verga (All Aboard) al banjo, mandolino, chitarre elettriche, Elio Biffi (Pinguini Tattici Nucleari, Servi Disobbedienti), a tastiere e fisarmonica e Lorenzo Bonfanti (Bonfire) alla batteria; tutti partecipano poi ai cori, oltre ad aver prodotto il lavoro e scritto le musiche, mentre i testi sono di Monguzzi.
Proprio i testi sembrano rappresentare l'ossatura del disco, che sotto l'aspetto musicale accoglie una grande varietà di toni, dall'aggressività combat folk (la caustica canzone - elenco Gli amici dell'odio), all'ironia del latin (la gioiosa celebrazione, col basso elettrico di Giancarlo Charlie Cinelli e il parlato di Antonio Amadeus Pinnetti, di Quel Giorno in cui, in un paesino brianzolo pregno di pregiudizi, si sposarono Roberto e Walter), fino alla delicatezza metaforica dell'inno antiwar Il topo, dal crescendo emozionante, o alla confessione pensosa Prigioniero poetico (Oscar al miglior titolo 2025). Le parole scendono con esattezza, lucidità implacabile e inesausta sete di giustizia, dipingendo il ritratto di un intellettuale - e usiamola, questa parola tanto preziosa, e tanto bistrattata - che, pur facendo le debite proporzioni, si trova a essere corsaro come Pasolini, o inattuale come Nietzsche, in una società e in un'umanità in cui lui si ostina a credere, nonostante le evidenti contraddizioni: si ascoltino il Quadretto di provincia, dipinto con realistico disincanto e interpretato con acume da Lella Costa e Francesca Botti, o Nel Quartiere, di cui "non si azzardi il mondo a disturbare la tranquillità feroce". Ed emerge il profilo di un gruppo di musicisti stretti intorno a Questa chitarra, come si intitola la traccia di chiusura, chitarra e voce sole, in cui Monguzzi canta "io sopra di lei, e lei con me addosso / Andremo a vedere la gente, Avremo da perdere niente".
Se "trema la fortezza d'Occidente, tremano le fondamenta", noi abbiamo trovato I Mercanti di Liquore. E non li lasciamo tanto facilmente. Al limite, ci nascondiamo con loro.
