Little Wide Open <small></small>
Rock Internazionale • Folk • alternative, americana, rock, pop

Kevin Morby Little Wide Open

2026 - Dead Oceans

26/05/2026 di Alfonso Fanizza

#Kevin Morby#Rock Internazionale#Folk

Fino a qualche mese fa, Kevin Morby era, personalmente, uno di quegli artisti che, dal punto di vista musicale, conoscevo poco, giusto qualche canzone ascoltata casualmente. Un artista di cui non avevo mai approfondito la conoscenza musicale, fino al giorno, in cui, preso da un impulso improvviso, ho pensato che fosse giunto il momento di cimentarmi con la sua opera. E scelta non poteva essere più giusta, perché l’immersione totale nei suoi dischi mi hanno portato a conoscere e apprezzarne lo stile musicale.

Ciò che rende meritevole il songwriting di Morby è la sua capacità di muoversi con naturalezza in un contesto puramente indie – folk, lasciandosi, allo stesso tempo, influenzare dagli altri generi: si apre al rock, strizza l’occhio al country e non disdegna le delicate sfumature pop.
I testi intelligenti, accompagnati a melodie orecchiabili, sono i punti di forza che hanno contribuito a rendere il cantautore texano uno tra i più interessanti esponenti della poesia popolare americana, quella che risente molto dell’influenza di grandi autori come Bob Dylan e Lou Reed.
Le sue canzoni, da un lato profonde e riflessive, dall’altro emozionanti e coinvolgenti, capaci di perlustrare le grandi tematiche della vita e della società, riflettono la sua profonda comprensione del mondo circostante e delle dinamiche umane. D’altra parte, la voce calda e leggermente graffiante, dal tratto malinconico, rappresenta l’elemento unificante capace di trasmettere determinate emozioni attraverso le sue canzoni.

L’ottavo e nuovo album Little Wide Open rappresenta il terzo capitolo, dopo Sundowner (2020) e This Is a Photograph (2022), di una “trilogia non programmata” con la quale Morby racconta il Midwest dopo il suo ritorno a Kansan City. Un disco al quale l’amica e acclamata scrittrice Rachel Kushner ha dedicato il saggio Field Guide to the North American Troubadour e nel quale spiega: “Per lui, “LWO” è il cielo immenso, le piccole vite: sono le sue origini nel Midwest e ogni senso del dovere, ogni modestia, ogni familiarità e ogni isolamento: la terra, la gente e ciò che di tutto ciò è dentro di lui”.

Intimo e personale, Little Wide Open racconta, con tutta la sensibilità possibile, un'America fatta di autostrade e piccole città del Midwest, focalizzandosi sulla quotidianità del musicista in viaggio attraverso storie d’amore folk – rock e farfalle che si accoppiano.
Morby ci fa conoscere le sue Badlands: “Welcome to the Badlands/ Where the sky expands and you and I expire/ Just like sparks flying off some firecracker/ In the big disaster we call home/ Where God could be a dog/ Barking in the dark”.
Posta proprio in apertura, Badlands è un racconto intimo tra un disorientamento esistenziale e la ricerca di un’identità.
Le canzoni di Morby ruotano attorno a tematiche centrali costanti che l’autore dimostra di saper ornare con un tocco personale e poetico attraverso sensazioni e immagini. Die Young, infatti, racconta, a suo modo, la vita da musicista (“And this old econoline always getting low on gas”): una lettera d’amore country – folk, non solo sul percorso fatto, ma anche sui compagni di viaggio incontrati in tutti questi anni, in particolar modo la sua compagna di vita Kathryn Crutchfield, in arte la cantautrice Waxahatchee, conosciuta proprio in questo suo girovagare per concerti.

Little Wide Open è un continuo susseguirsi d’indomabili emozioni, Morby ha raggiunto una maturità tale da trasformare ogni ballad in piccole perle compositive che ti conquistano dopo ogni ascolto. La chitarra di Morby tesse trame e colora brani coinvolgenti, emozionanti e ricchi di estro come Javelin, 100,000, Little Wide Open, All Sinners e Bible Belt.
Menzione speciale per Natural Disaster, una ballata folk malinconicamente emotiva che dimostra come il songwriter statunitense abbia raggiunto oramai un livello tale da poterlo annoverare tra i migliori esponenti del genere.

Nel disco sono presenti diversi ospiti, ciascuno con un contributo prezioso. In particolare Aaron Dessner (The National), non solo come musicista ma anche come produttore artistico, ha conferito al lavoro una dimensione profonda e cinematografica, fortemente legata a un’idea di “Americana contemporanea”. Tra gli altri, ci sono anche l’inaspettato cameo di Lucinda Williams in Natural Disaster, Amelia Meath (Sylvan Esso) in Javelin e in Badlands assieme a Justin Vernon (Bon Iver) evocano il suono delle sirene dei tornado, Meg Duffy (Hand Habits), Tom Moth (Florence + Machine) e tanti altri.

Un’opera dallo spessore assoluto che entusiasmerà non solo i vecchi estimatori.

Track List

  • Badlands
  • Die Young
  • Javelin
  • All Sinners
  • Natural Disaster
  • 100, 000
  • Little Wide Open
  • Cowtown
  • Bible Belt
  • I Ride Passenger
  • Junebug
  • Dandelion
  • Field Guide for the Butterflies

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