Oh My God<small></small>
Rock Internazionale − Pop − Indie Rock

Kevin Morby

Oh My God

2019 -
22/07/2019 - di
La poetica della produzione musicale dell’ex Woods ed ex The Babies Kevin Morby non è mutata a partire dal suo primo album solista, Harlem River, il cui brano eponimo ha mantenuto lo stesso fascino ipnotico di quando uscì sei anni fa, tant`è vero che nel 2018 è stato reimmesso sul mercato sotto forma di singolo, rimissato in chiave dub. Morby canta nello stile di un Lou Reed, di un Leonard Cohen, di un Bill Callahan o di un Ben Osborn. Uno stile dunque più affine al dire, all’asserire o più raramente al cadenzato declamare che al melodico dispiegarsi della voce. Voce che suona meno profonda e più adenoidale rispetto agli artisti menzionati e che ama tappeti sonori scarni, in cui i pochi strumenti risultino facilmente riconoscibili. Se nei primi quattro dischi i pezzi erano costruiti soprattutto sulle chitarre, ed era la batteria a dettare la ritmica, in quest’ultimo Oh My God il musicista cresciuto a Kansas City opta per atmosfere più eteree, prevalentemente caratterizzate dal suono del pianoforte, dell’arpa, dei legni e degli ottoni. Le canzoni del disco sono inoltre impreziosite da cori femminili e da percussioni che spesso si affrancano dalla dittatura del rullante, come in No Halo, cadenzato da un sorprendente battimani gospel, o nella seducente Nothing Sacred / All Things Wild, in cui le stesse voci, insieme ai bonghi, sviluppano una sorta di controcanto al lead singer. In pezzi come Oh My God, Savannah e, soprattutto, Ballad of Faye, è invece il sassofono a farla da padrone. Nell’ultimo esempio citato, Morby si prende una pausa e lascia condurre il brano al soffio che attraversa l’ancia dello strumento magistralmente suonato dal nuiorchese Cochemea Gastelum, uno dei sax players più richiesti dagli studi di registrazione americani.

 Oh My God appartiene alla categoria dei concept albums. A tenerlo insieme, oltre a un’estetica musicale che è corretto definire alternative pop, è l’afflato religioso dei testi. Sia ben chiaro: non abbiamo a che fare con un alfiere del Christian Rock, né con un epigono della musica Spiritual del Sud degli Stati Uniti. Il concetto dispiegato nell’album parte piuttosto dalla constatazione fenomenologica della frequenza nel discorso di spie verbali che rimandano ‒ pur in contesti profani ‒ alla divinità (Oh My God). Si va dalla gratitudine per lo stare al mondo che si fa tensione panica (Nothing Sacred / All Things Wild, Seven Devils, I Want to Be Clean) al bisogno di rivolgersi direttamente al Signore nei momenti di sconforto (OMG Rock n Roll, Piss River, O Behold); dall’accettazione mistica della volontà imperscrutabile dell’Altissimo (No Halo, Hail Mary, Savannah, Congratulations) alla fede nel potere salvifico della Provvidenza (Sing a Glad Song).

 Per le ragioni summenzionate, Oh My God è un album notevole di un artista che ha indubbiamente messo a fuoco il proprio stile. La piacevolezza dell’ascolto è inoltre amplificata dalla qualità della produzione dell’ottimo Sam Cohen, capace di creare un suono levigato, etereo e sensuale.

Track List

  • Oh My God
  • No Halo
  • Nothing Sacred / All Things Wild
  • OMG Rock n Roll
  • Seven Devils
  • Hail Mary
  • Piss River
  • Savannah
  • Storm (Beneath the Weather)
  • Congratulations
  • I Want to Be Clean
  • Sing a Glad Song
  • Ballad of Faye
  • O Behold