Geese Getting Killed
2025 - Partisan/Play It Again Sam
Attenzione: questo disco dà dipendenza, è ad alto tasso di dopamina, ma può causare insonnia. È Getting Killed, il nuovo disco dei Geese, la band di Cameron Winter, che, a soli ventitré anni, ha già inanellato uno splendido album solista (Heavy Metal), e ora si prepara a conquistare il mondo con questo terzo album con la band: un insieme di canzoni, strano, eccitante, evocativo, luminoso e oscuro, cantate e suonate benissimo, con una grande cura dei cori, delle atmosfere, degli arrangiamenti, che sprigionano energia affascinante, dai beat ossessivi, e con una melodia di fondo che non si può dimenticare.
Merito di Kenneth Blume, alias Kenny Beats, che ha curato il suono complessivo, realizzando un mix originale, che attinge alle radici hip hop, ma vi aggiunge reminiscenze stonesiane, free jazz, rock e avantgarde, il tutto spruzzato da un'attitudine punk che amalgama il tutto in modo insospettabile e personale. La title track ne è un efficace esempio: percussioni afro, cori ucraini campionati, staffilate hard, mentre la voce salmodia la propria impotenza di essere umano davanti alla crudeltà di questo tempo: "I, I can't even hear myself talk / I'm trying to talk over everybody in the world / I, I can't even taste my own tears / They fall into an even sadder bastard's eyes".
Ma tutto il disco è un'esplosione di parole e suoni che intercettano un sentimento comune, tra l'angoscia e la resistenza, come è giusto che sia, quando si tratta di arte vera. Fin dalla prima traccia, Trinidad, il perimetro in cui si muove l'ispirazione di Winter e del gruppo è espresso chiaramente: noise, jazz, suoni discordanti, la chitarra di Emily Green, un blues di base che segue la voce del leader mentre, con una sorta di cantilena, racconta il suo disorientamento, il suo sentirsi vivo e in colpa contemporaneamente, anche se ripete "I try...I try...", e trova una soluzione drammatica e provvisoria nel lamento che si trasforma in urlo "There's a bomb in my car!", sostenuto dalla batteria di Max Cassin.
Altrove, in Islands of Men, il basso percussivo di Dominic DiGesu funziona come controcanto alla voce che si lancia in lunghi acuti, mentre, in Taxes, eleva una protesta poetica contro il peso schiacciante delle tasse, espressa con frustrazione e rassegnazione, e, sul finale, critica la crisi sanitaria negli Stati Uniti, giungendo con decisione al verso: "Dottore, guarisci te stesso, d'ora in poi mi spezzerò il cuore". Ma, per capire meglio l'intenzione della band, occorre anche seguire il video, piccolo capolavoro di arte contemporanea:
Sono molti gli spunti su cui riflettere, perché Geese non è solo il suo leader - anche se la sua voce, in miracoloso equilibrio tra Patti Smith, Cave, Byrne, Jagger, è ipnotica e i ritornelli che confeziona sono un'autentica forza -, ma è una band eccellente, che trasforma le idee e le parole in suono complessivo, che non dimentica i modelli (Stones, Stooges, Talking Heads, Strokes), e che, anche in fase di registrazione, intende trasmettere su disco le stesse vibrazioni live, lanciandosi in performance vicine alla resa dal vivo e creando una tensione complice tra i componenti, palpabile anche al primo ascolto, come in Bow Down, tra percussioni, clapping e cori, o nella caustica, urbana Half Real, col suo portato di disincanto.
Per questi motivi, e anche per molti altri che si scoprono in ogni traccia, fino alla conclusiva Long Island City Here I Come, lunga suite infuocata dai versi visionari e crudi, possiamo sperare che Geese si trasformino presto nella band che un po' ci manca: giovani, arrabbiati, poetici e dannatamente bravi.
"All people must smile in times of war": non diamo retta a General Smith (100 Horses), ma in tempi di guerra teniamo la guardia alta, e ascoltiamo i Geese.
Merito di Kenneth Blume, alias Kenny Beats, che ha curato il suono complessivo, realizzando un mix originale, che attinge alle radici hip hop, ma vi aggiunge reminiscenze stonesiane, free jazz, rock e avantgarde, il tutto spruzzato da un'attitudine punk che amalgama il tutto in modo insospettabile e personale. La title track ne è un efficace esempio: percussioni afro, cori ucraini campionati, staffilate hard, mentre la voce salmodia la propria impotenza di essere umano davanti alla crudeltà di questo tempo: "I, I can't even hear myself talk / I'm trying to talk over everybody in the world / I, I can't even taste my own tears / They fall into an even sadder bastard's eyes".
Ma tutto il disco è un'esplosione di parole e suoni che intercettano un sentimento comune, tra l'angoscia e la resistenza, come è giusto che sia, quando si tratta di arte vera. Fin dalla prima traccia, Trinidad, il perimetro in cui si muove l'ispirazione di Winter e del gruppo è espresso chiaramente: noise, jazz, suoni discordanti, la chitarra di Emily Green, un blues di base che segue la voce del leader mentre, con una sorta di cantilena, racconta il suo disorientamento, il suo sentirsi vivo e in colpa contemporaneamente, anche se ripete "I try...I try...", e trova una soluzione drammatica e provvisoria nel lamento che si trasforma in urlo "There's a bomb in my car!", sostenuto dalla batteria di Max Cassin.
Altrove, in Islands of Men, il basso percussivo di Dominic DiGesu funziona come controcanto alla voce che si lancia in lunghi acuti, mentre, in Taxes, eleva una protesta poetica contro il peso schiacciante delle tasse, espressa con frustrazione e rassegnazione, e, sul finale, critica la crisi sanitaria negli Stati Uniti, giungendo con decisione al verso: "Dottore, guarisci te stesso, d'ora in poi mi spezzerò il cuore". Ma, per capire meglio l'intenzione della band, occorre anche seguire il video, piccolo capolavoro di arte contemporanea:
Sono molti gli spunti su cui riflettere, perché Geese non è solo il suo leader - anche se la sua voce, in miracoloso equilibrio tra Patti Smith, Cave, Byrne, Jagger, è ipnotica e i ritornelli che confeziona sono un'autentica forza -, ma è una band eccellente, che trasforma le idee e le parole in suono complessivo, che non dimentica i modelli (Stones, Stooges, Talking Heads, Strokes), e che, anche in fase di registrazione, intende trasmettere su disco le stesse vibrazioni live, lanciandosi in performance vicine alla resa dal vivo e creando una tensione complice tra i componenti, palpabile anche al primo ascolto, come in Bow Down, tra percussioni, clapping e cori, o nella caustica, urbana Half Real, col suo portato di disincanto.
Per questi motivi, e anche per molti altri che si scoprono in ogni traccia, fino alla conclusiva Long Island City Here I Come, lunga suite infuocata dai versi visionari e crudi, possiamo sperare che Geese si trasformino presto nella band che un po' ci manca: giovani, arrabbiati, poetici e dannatamente bravi.
"All people must smile in times of war": non diamo retta a General Smith (100 Horses), ma in tempi di guerra teniamo la guardia alta, e ascoltiamo i Geese.
