live report
Geese I Geese a Milano per Unaltrofestival: un sold out reale, l'energia, la naturalezza, il rito laico
di Autori vari
Concerto del 19/08/2026
Per l'evento forse più importante di questo torrido agosto milanese, che vede i Geese protagonisti di un sold out incredibile al Circolo Magnolia, per Unaltrofestival, ecco due voci diverse, per generazione e formazione, Laura Bianchi e Giovanna Mentasti, che ci raccontano la superlativa performance della giovanissima band newyorkese, reduce da un successo di critica e di pubblico con il loro terzo album Getting Killed. Buona lettura!
Laura Bianchi
I Geese e il Kintsugi hanno una relazione molto stretta: l'antica tecnica giapponese trasforma le fratture, che il tempo infligge negli oggetti rotti, in linee d'oro uniche, che, lungi dal nasconderle, le evidenziano in modo elegante e creativo. I ragazzi di Brooklyn, che in sei anni sono passati dall'essere una garage band a una delle più importanti realtà della musica suonata, nonché role model dei GenZ, sono consapevoli che il rock, come è stato concepito, è andato in pezzi, fagocitato da logiche commerciali e dalla ripetizione di modelli obsoleti, ma riescono a ricostruire una realtà diversa, in cui l'oro delle giunture risplende, luccica e la fa diventare originale, coerente e innovativa. Il pubblico giovane più cosciente, quello che non si fa manipolare da algoritmi e da musica di plastica, lo sa bene; e premia il loro tentativo di restituire energia, smalto e oro a un genere e a un rapporto, quello tra chi è sopra e chi è sotto il palco, che rischiava di deteriorarsi e spegnersi per sempre.
Per questo, quella che sembrava una scommessa persa in partenza, diventa invece un trionfo. Il 19 dell'agosto più caldo del secolo, all'Idroscalo di Milano, proporre un concerto dei Geese sarebbe potuto essere fallimentare. Il sold out è arrivato quindi come una pioggia rinfrescante, ed è un sold out reale, per molti motivi. Innanzitutto, per chi è sotto il palco: sono giovani, giovanissimi, coetanei dei quattro membri originari, tutti di 24 anni, Cameron Winter: Voce, tastiere e chitarra, Emily Green: Chitarra, Dominic DiGesu: Basso, Max Bassin: Batteria, a cui si aggiunge Sam Revaz (ben 28 anni...), alle tastiere, che nel disco sono suonate da Winter. Sono i giovani che, al termine del concerto, si fermeranno sulla pista per ballare in un dj set che comprende Strokes, Franz Ferdinand, Fontaines D.C., MGMT, ossia, il meglio del rock anni Venti. E sono giovani coinvolti, entusiasti, totalmente presi dalle canzoni, che cantano a squarciagola, tutte, non solo quelle da Getting Killed, ma anche quelle degli album precedenti - ben cinque da 3D Country e una da Projector - con un rispetto, reciproco e per la band, che sfiora la complicità e la venerazione. Sono consapevoli di assistere a uno spettacolo unico, atteso, perché i Geese non si sono mai esibiti in Italia, (sono arrivati a Zurigo, o al Primavera Sound di Barcellona), e hanno atteso anni per verificare se si tratta dell'ennesimo gruppo costruito a tavolino, o se c'è della stoffa su cui puntare per i prossimi anni.
La stoffa c'è, e gli over 40, che ricordano performance rock passate alla storia, lo possono certificare: un'ora e mezza (poco? per gli standard del passato sì, ma diamo tempo al tempo...) tiratissima, in cui i cinque dimostrano ampiamente una qualità fondamentale per un live, ossia, la voglia di divertirsi tra loro e di divertire chi li ascolta, grazie a un muro di suono potente, coinvolgente, e grazie a una complicità tra loro assolutamente spontanea, naturale, come se suonassero ancora nel seminterrato di Bassin, sei anni fa. Poi, c'è il carisma di Winter, che tiene il palco con una fisicità senza filtri, animale, alla Jagger, ma senza i suoi birignao, e con una vocalità duttile, che passa da toni bassi a urli liberatori, a cui fanno seguito le cavalcate elettriche di Green, il martellare del basso di un incontenibile DiGesu, a mio parere vera colonna portante del suono della band, la batteria furibonda di Bassin, e le svisate psichedeliche di Revaz. Il tutto, senza fronzoli spettacolistici: no video, no visual, no maxischermi, luci essenziali, e l'accento "solo" su suoni che rimescolano mondi e direzioni, spazi e tempi, e canto, e testi importanti e poetici, e corpi che spesso danno le spalle al pubblico, non per indifferenza verso chi ascolta, ma per mantenere il contatto al loro interno, e anche una buona dose di coraggiosa autoironia, quando chiamano un fan, Giovanni John Squillante, che mostra un cartello con la richiesta di poter suonare con loro - "Lo facciamo solo in Italia!", esclama Winter - , e che si rivela poi un ottimo batterista (suona anche con Angelica Bove e Anna Castiglia), sostituendosi a Bassin su Bow Down.
I video rendono solo parzialmente l'energia che la band trasmette, e che contagia tutti, dalla prima all'ultima fila di una platea sterminata e felice, certa di di essere là dove tutto succede, dove si deve, e da nessun'altra parte, e di assistere non solo a un concerto, ma a un evento unico, in cui la sperimentazione domina, trasformandolo in un happening di psichedelia jazz, con picchi di rabbia punk e altri momenti dall'intensità quasi insostenibile, come nella perfetta Islands of Men.
Bel Kintsugi, ragazzi. Mi fate sperare nel futuro del rock suonato e vissuto. Grazie.
Giovanna Mentasti
A sentire i racconti di chi è presente, più che a un concerto sembra di assistere a una sorta di messa laica. E per una volta la definizione non sembra esagerata. Alla prima data italiana dei Geese si ha infatti la sensazione di trovarsi davanti a un rituale già consolidato, con dinamiche e gesti ben precisi: il pubblico sembra sapere esattamente quando e cosa cantare, quando ballare e quando lanciarsi nel pogo. Una familiarità sorprendente, per una band di ventenni newyorkesi al debutto nel nostro Paese, eppure il Magnolia appare contemporaneamente troppo piccolo per contenere la portata del fenomeno e perfetto per creare quell’atmosfera irripetibile da “prima volta” che, tra qualche anno, verrà ricordata con la stessa nostalgia riservata ai concerti che segnano un’epoca. Perché, da quello che vediamo e sentiamo in una calda serata d’agosto, la traiettoria dei Geese sembra destinata a puntare sempre più in alto. Anche se nel pomeriggio, tra i primi in fila, non mancano i coetanei di Cameron Winter, Emily Green, Dominic DiGesu e Max Bassin, ciò che colpisce maggiormente è la straordinaria varietà del pubblico. Oltre i cancelli d’ingresso, si incrociano generazioni diverse, accomunate dalla stessa curiosità: un padre che spiega al figlio di dieci anni cosa sta per assistere, cinquantenni in fila per una birra, adolescenti che discutono animatamente di musica. Una trasversalità che si poteva prevedere, e che, ancor prima dell’inizio dello show, sembra già suggerire che questa è una band con un potenziale speciale. Alle 21:00 in punto risuonano le prime note di Husbands, e quella sensazione che aleggiava nell’aria trova immediatamente conferma. Aprire il concerto con uno dei brani più amati di Getting Killed potrebbe sembrare una scelta rischiosa, se non fosse che i 15 brani che ci accompagnano nell’ora e mezza seguente mantengono lo stesso altissimo livello qualitativo. Bassin non sbaglia un colpo, Green sfodera assoli di grande maturità e personalità, il basso di DiGesu è un cuore pulsante, mentre la voce di Winter si fonde con quella del pubblico, in un coro continuo che sembra aspettare di urlare quei brani da sempre.
Ogni canzone di Getting Killed viene accolta con entusiasmo e partecipazione, compreso l’intermezzo di Bow Down, ima sono soprattutto i pezzi del repertorio precedente a convincere definitivamente la band che Milano è davvero the place to be. I See Myself, Fantasies/Survival – eseguita solo un paio di volte negli ultimi due anni, e accolta come un regalo per un pubblico carichissimo – e l’esplosiva 2122, trasformano il Magnolia in una massa compatta di energia. A chiudere il set è Taxes, seguita dall’encore di Trinidad. Si apre così l’ultimo pogo della serata, anche se la sensazione è che non si sia mai davvero fermato, fatta eccezione per la parentesi più sospesa di Au Pays du Cocaine. Il pubblico salta e canta come se dovesse esorcizzare tutti mali del mondo. “There's a bomb in my caaaaaar!", urla Winter, ma la vera bomba sono loro sul palco. E quale onore essere stati presenti alla loro esplosione.
FOTO COVER E GALLERY LARA CLEMENSI
La foto di John Squillante è presa dal suo profilo Instagram.
SETLIST
Husbands
Getting Killed
Islands of Men
Crusades
Half Real
2122 (con Lazy Mary - Luna mezz'o mare di Lou Monte ascoltata dal cellulare di Cameron Winter)
Cowboy Nudes
100 Horses
I See Myself
Fantasies/Survival
Cobra
Gravity Blues
Bow Down (con John Squillante alla batteria)
Au Pays du Cocaine
Taxes
BIS:
Trinidad