live report
Primavera Sound I suoni di Primavera Sound - day 2
di Autori vari
Concerto del 04/06/2026
Giovanna Mentasti e Lara Clemensi
Secondo giorno del Primavera Sound, in realtà il primo giorno pieno di festival: è proprio vero che la musica è una delle forze più potenti che esistano, e una buona colonna sonora può rendere sopportabile qualsiasi cosa, anche restare in piedi per ore sotto una pioggia torrenziale. Ma andiamo con ordine, perchè questa giornata, oltre a dei bassi sorprendentemente bassi, ha regalato anche picchi altissimi, momenti che difficilmente verranno eguagliati nei due giorni successivi.
La nostra giornata, destinata a concludersi alle quattro del mattino, inizia già alle 13:30, ben due ore prima dell’apertura dei cancelli, sotto un cielo che diventa sempre più grigio. Una scelta che potrebbe sembrare azzardata e incosciente, se non fosse che, una volta arrivati davanti al Parc del Fòrum, notiamo di non essere gli unici ad aver avuto la stessa intuizione: la fila si snoda a serpentina attorno all’intero perimetro dell’Auditori Rockdelux. Di tutte le persone in attesa, solo 3000 riusciranno ad assistere a uno dei set più attesi del festival: Cameron Winter, da solo al pianoforte. I veterani raccontano che una situazione simile, per un artista in auditorium, non si era mai vista: normalmente si riesce a entrare anche a concerto iniziato. Eppure, nell’ultimo anno e mezzo, il ventiquattrenne newyorkese ha costruito qualcosa di speciale, sia come frontman dei Geese, che vedremo più tardi, sia con una carriera solista spesso accostata, per approccio cantautorale, a Leonard Cohen e Bob Dylan. Noi siamo tra i fortunati ad assistere a questo momento, per di più in prima fila, e dire che l’attesa sia stata ripagata è riduttivo. In un’ora, con solo un pianoforte e quattro luci, Winter offre quello che, a fine festival, resta a nostro parere il set più emozionante e immersivo. Colpisce la capacità di creare così tanto con così poco, mettendo al centro la musica, testi di grande potenza e una voce così intensa da vibrarci nelle ossa.
Usciamo dall’auditorium ancora frastornate e, continuando a commentare quanto appena visto, ci dirigiamo verso il Revolut Stage nell’area principale per lasciarci andare alle atmosfere elettroniche e funky di Blood Orange. Dev Hynes, quando non è impegnato come produttore per la scena alt-pop, si conferma uno dei nomi più interessanti dell’R&B contemporaneo, capace di fondere influenze diverse in una cifra personale riconoscibile. Il suo ultimo album, Essex Honey, vanta collaborazioni con artisti come Lorde, Caroline Polachek e Brendan Yates dei Turnstile, e dal vivo si traduce in un set rilassato ma coinvolgente. Dal fondo del pit ci concediamo così un momento di leggerezza, prima di spostarci verso i Geese.
La giovane band newyorkese, reduce dall’album Getting Killed, appare ormai lanciata verso il rock stardom. L’affluenza e l’energia del pubblico lo dimostrano chiaramente, andando oltre le aspettative tipicamente riservate a un’esibizione pomeridiana. Ed è proprio durante il loro set che la situazione inizia a complicarsi: dopo pochi brani arrivano le prime gocce, che a metà scaletta si trasformano in un vero e proprio temporale. Nonostante tutto, Winter e la band proseguono senza esitazioni, urlando “There’s a bomb in my car!” sotto la pioggia battente, mentre un moshpit di spettatori ormai fradici tenta di mantenere alta l’energia.
È chiaro che, da lì a sera, saremo tutti zuppi. Nel frattempo, una comunicazione ufficiale annuncia la cancellazione dei set di Alex G e Mac DeMarco.
Da qui in poi, la giornata diventa una successione caotica di eventi. Chiunque si trovasse nei pressi dei palchi colpiti si riversa verso altre esibizioni, come in preda a una crisi di astinenza musicale, affollando i pochi palchi ancora operativi. Anche noi migriamo verso il set di Oklou, talentuosa produttrice e dj francese: sotto una pioggia incessante, è impossibile non pensare a quanto sarebbe stato diverso ascoltare i suoi brani in un contesto più raccolto (appuntamento a ottobre al Club To Club di Torino!), eppure è qui che troviamo conforto nella distesa indistinta di impermeabili e poncho che continua a muoversi senza sosta, perché, quando sei in pista, non puoi fare altro che ballare.
Nel frattempo arriva un’altra comunicazione, ancora più drastica: cancellati anche i set di Massive Attack, Doja Cat, TV Girl e Bad Gyal. Sei headliner eliminati in poche ore dal maltempo. Nell’occhio del ciclone, un unico faro: Father John Misty. Il cantautore accoglie il pubblico sotto il suo palco con un’energia quasi salvifica, come un padrone di casa capace di offrire riparo e conforto ai mendicanti durante la tempesta. Il suo live assume una dimensione quasi mistica, mentre la pioggia va e viene, come se davvero riuscisse a creare una sorta di rifugio sospeso per gli spettatori.
La magia, però, non dura per sempre. Il resto della notte scorre tra tentativi di trovare riparo e illusioni di ripresa alla normalità, fino a quando, ore dopo, con la pioggia che lentamente diminuisce, ci lasciamo andare a una danza liberatoria durante il set dei Fcukers. Il loro electropop è lo sfogo perfetto per una giornata caratterizzata da una forte instabilità, ma che, nonostante tutto, ha saputo regalare momenti di grande bellezza.
Stanche e inzaccherate, rinunciamo a malincuore al set di Yousuke Yukimatsu, nonostante fosse tra quelli che ci incuriosivano di più. La pioggia ci ha fermate, ma solo momentaneamente: davanti a noi restano ancora due giorni di festival, pronti per essere vissuti al massimo.