live report
Diana Krall Diana Krall a Tener-a-mente: come si rivisitano i classici
di Laura Bianchi
Concerto del 16/07/2026
Elegante, magnetica, inguainata in un lungo abito di satin a maniche lunghe che immaginiamo le procuri un'altrettanto lunga sofferenza, visto il clima non precisamente fresco, ma che non traspare da nessun gesto: la divina Diana Krall sale sul palco dello scenografico Anfiteatro del Vittoriale, invitata d'eccellenza per il Festival Tener-a-mente, ci tiene subito a farci sapere che torna qui per la terza volta, incantata dal posto,e ci avvisa: "We have a lot of songs, so be prepared!"
Ma non siamo mai davvero preparati alla bellezza; nemmeno a quella fatta di voci e di suoni, di pause e parole, dell'alchemica interazione tra musica e silenzio. E Krall ci stende subito, con una I've got you under my skin, che dà inizio a una masterclass su come si reinterpreta un classico. Accanto a canzoni più recenti, come il brano di Alicia Keys, Like You'll Never See Me Again, o Happiness is my weakness, del marito Elvis Costello, presente in platea dopo il concerto di Perugia, convivono moltissime perle del songbook americano e standard jazz. Ascoltiamo così una Let's Face the Music and Dance totalmente destrutturata, reinventata, fatta propria, eppure riconoscibile nella sua potenza espressiva, mutante com'è tra bossa nova e lirismo. Oppure, una Honeysuckle Rose batteria e piano, frenetica e appassionata; ancora, The Look of Love di Burt Bacharach, languida e sensuale, con una lunga coda pianistica e un accenno a This Girl's in Love With You, dello stesso autore, che collaborò a lungo con Costello; come ultimo bis, Music, Maestro, Please!, uno standard jazz scritto da Allie Wrubel e Herb Magidson negli anni ’30, con un grandissimo assolo di Marc Ribot, in splendida forma, concentrato e chino sulla sua chitarra, a ricamare controcanti, ritmi e voli armonici come solo lui sa fare.
Il trio che la accompagna è composto da fuoriclasse: il fido Dennis Crouch al contrabbasso riesce a costruire un dialogo pulsante sia coi tasti del pianoforte, a volte percossi, altre volte accarezzati da Krall, sia con Jay Bellerose alla batteria, ed entrambi strappano più di un applauso a scena aperta, dopo improvvisazioni ricche di fraseggi e invenzioni che stupiscono, pur senza nessuna ombra di sterile virtuosismo. Di Ribot si potrebbe parlare per ore, con le sue chitarre che imprimono al pianismo della musicista un colore sempre diverso, tra jazz, blues, sperimentazioni e passaggi vagamente folk; è il cuore pulsante del quartetto, geniale e imprevedibile agli ascoltatori, che gustano ogni nota nel silenzio più totale, tra momenti delicati - Just Like a Butterfly That's Caught in the Rain, canzone amata dal padre di Krall, o I'm Confessing - e altri più dinamici, come il già citato ultimo bis, o East of the Sun, and West of the Moon.
La voce cangiante dell'interprete, arrochita e resa ancora più suadente dall'approccio intimo e dalla situazione raccolta, nonostante si trovi di fronte a un vasto pubblico di un anfiteatro all'aperto, scende nel cuore di tutti, fino all'ultima fila, emoziona e commuove, con la forza senza tempo di classici sempre attuali, perché resi personali.
Così, mentre il web si accapiglia su quanto sia accettabile la reinterpretazione cinematografica di Nolan dell'Odissea omerica, Diana Krall ci dice che, quando si ha a che fare con un classico, occorre farlo proprio e accantonare criteri filologici e di esattezza documentaristica, per farlo parlare alle sensibilità contemporanee. Una lezione da imparare e da tener a mente...
FOTO COVER ENRICO SAVI