Eugenio Finardi

live report

Eugenio Finardi La Voce Umana di Eugenio Finardi con la chitarra di Giuvazza a Milano: un viaggio nella musica e nella storia

di Laura Bianchi

Concerto del 13/04/2026

#Eugenio Finardi#Italiana#Canzone d`autore

Com'è relativo il tempo: due ore possono sembrare eterne, pesanti, e farsi dimenticare subito, oppure lievi e fugaci, ma lasciare dentro tanto. È il caso di questa sera, al Teatro Manzoni di Milano: Eugenio Finardi, accompagnato dal poliedrico chitarrista e produttore Giovanni Giuvazza Maggiore, incanta il foltissimo pubblico con l'ultima data del tour teatrale Voce Umana, in attesa che riprenda a giugno quello estivo, che già aveva raccolto molti consensi nel 2025, anno del suo ritorno discografico con il bellissimo album Tutto.

Molto diverso dal progetto Euphonia Suite, proposto nel 2023, questo spettacolo ha, fin dalle premesse, un'impostazione colloquiale: i due sul palco simulano la costruzione di uno spettacolo intitolato Voce Umana, simile, ma differente rispetto alla pièce teatrale che Jean Cocteau propose nel 1930, perché, come il cantautore spiega all'inizio, Cocteau parlava delle parole che la voce dice; "ma la voce in realtà ha una forza che supera quello che ci immaginiamo." Parte da queste riflessioni un percorso nei diversi modi di usare la voce, in cui Finardi intreccia esperienze e ricordi, dai canti di strada napoletani, o a quelli genovesi, presenti alla fine di Creuza de mä, alla "gravitas" della vocalità di De André, dagli incontri con i due Lucio, il "microtono" usato da Battisti e la "voce primaria", simile a quella del suo clarinetto, di Dalla, alla "mezza voce", tipica dei direttori di orchestra, che possedeva Battiato, fino a quella, indimenticabile, che partiva dal "barrel chest" dell'amico, anzi, del "fratello maggiore" Demetrio Stratos, e arrivava fino a noi, per cambiarci per sempre. E proprio a Stratos, al concerto epocale del giugno 1979, che, da augurio di guarigione, divenne un canto funebre per una delle voci più straordinarie di ogni tempo, Finardi dedica lo stesso blues cantato in quella occasione, e che da allora è la sua canzone rifugio: Hold on, rinnovando, in me che allora ero presente, le stesse profonde emozioni.

Questo è l'unico brano eseguito solo, chitarra e voce, senza la presenza del funambolico Giovanni Giuvazza Maggiore, responsabile di tutti gli arrangiamenti, a perfetto agio tra pedaliere, campionamenti, chitarre acustiche ed elettriche, e splendido interlocutore, che fa diventare il monologo un dialogo tra due generazioni: la prima, testimone di tempi eroici, difficili e irrecuperabili, e la seconda, curiosa, rispettosa e affascinata. Entrambi intrecciano trame sonore preziose, fili che annodano la lunga carriera del cantautore in un unico tessuto coerente e cangiante, dai sogni di Oggi ho imparato a volare, o Non è nel cuore, che non dimostrano i loro cinquant'anni, a La forza dell'amore, con cui Finardi ha fatto pace di recente, spogliandola degli orpelli rock imposti dai produttori anni Novanta,

alla vertiginosa Un uomo, composta di getto, in un tempo misto, e di cui racconta la genesi misteriosa, "come se una Musa mi avesse avvolto col suo velo". Ma sono presenti anche canzoni recenti, che entrano in relazione con quelle lontane, come la mitologica Musica ribelle, inno generazionale, che si scioglie nella pacata riflessione di La mano di uno che sa, o La battaglia, ideale prosecuzione della toccante Mio cucciolo d'uomo.

In ogni brano, si avvertono la mano e la creatività di un Giuvazza in grandissima forma, che renda omaggio a Townsend di Who are You, o ricami da par suo l'atmosfera blues, tra minore e maggiore, del gioiello senza tempo Notte, o si diverta a supportare Finardi nell'esecuzione della delicata Cinquecento sogni, inizialmente pensata, con Vittorio Cosma, per uno spot della FIAT, ma poi incisa completandone il testo.

Richiamato sul palco a gran voce, Finardi regala Amore diverso, la canzone d'amore universale, scritta per la figlia, ma che ognuno, nel proprio cuore, dedica alle persone care, in un silenzio sospeso, che si rompe in un battito di mani, quando al testo si incrociano evocazioni della musica afro, tanto amata dal cantautore.

Al termine, la nostra voce umana si unisce in un solo coro, per ringraziare ancora una volta per il dono splendido di canzoni suonate con grande gusto e cantate con trasporto, intensità e una voce inossidabile. Due ore preziose, da custodire con cura.

FOTO E VIDEO DI FRANCO VALSECCHI