Marta Del Grandi

live report

Marta Del Grandi Marta Del Grandi all'Auditorium Novecento: pura magia

di Enzo Restaino

Concerto del 10/04/2026

#Marta Del Grandi#Rock Internazionale#Alternative

Marta “Hari” Del Grandi in concerto è più di un semplice live, è un invito ad entrare in un sogno onirico fatto di note, di suoni emotivi che esulano da logiche di scale prettamente musicali, e diventano Natura. Sul palco del suggestivo Auditorium Novecento di Napoli, Marta Del Grandi insieme al suo ensemble di musicisti ha portato in scena il suo recente disco Dream Life (Fire Records 2026), dimostrando che la musica può non avere confini e trascinarti oltre i solchi di un vinile, farti emozionare con l’immaginazione… “io nel pensier mi fingo, ove per poco il cor non si spaura..” dice il Poeta di Recanati, ed è quell’altrove in cui proietta la musica della cantautrice…un posto immaginario dove sentire una paura adrenalinica, quella che si prova quando esplori il mondo fuori dalla comfort zone. 

Dream Life offre alla cantautrice un repertorio molto valido, che le permette di fluttuare all’interno della setlist alternando momenti di forte impatto sonoro e vocale ad altri più intimisti, in un’alternanza piano/forte tipica del Grunge, ad esempio, e che la Nostra sfodera consapevolmente (anche perché è un richiamo degli ascolti giovanili, dunque è sedimentato). Inizia tutto con l’opening You Could Perhaps, scelta perfetta sia nel disco sia live: è brano che apre possibilità e sigla un patto con l’ascoltatore a prepararsi a un ascolto immersivo. Personalmente, riconduco questo album ai suoni dell’acqua, così come Selva era disco d’aria…e gli arrangiamenti mi confermano la sensazione sonora! Secondo brano è la solida title-track che ha un’apertura killer nell’inciso che s’imprime; poi è la volta dell’accoppiata Antarctica e 20 Days of Summer che rappresenta ancora al meglio quel forte/piano -in questo caso- di cui parlavo prima. 

Antarctica è brano da sperimentazione jazz con lavoro intricato di fiati, noise elettrici e un groove irresistibile, ma 20 Days è senza dubbio il pezzo più bello del disco: mette in musica le qualità della Nostra dal punto di vista sia delle armonie e delle melodie, c’è un arrangiamento pulsante e sospeso, sia per l’impasto delle voci, oniriche, con un testo che è metafora dell’alienazione dei giorni nostri, e ancora un richiamo all’acqua nel suo incedere profondo e ondulato. Questo lato inquieto della sua scrittura è affascinante, e forse è la cifra che in me trova maggiore fascinazione. I pezzi con i nuovi arrangiamenti si allargano, si distendono grazie a un ottimo feeling con il resto della band…Snapdragon quando parte ha un’intro tribale, le voci si arrampicano tra gli alberi della Selva, e poi parte la danza sciamanica in cui si lancia, questa volta lasciando qualche minuto di silenzio alla sua chitarra elettrica. 

Il resto della scaletta si snoda in molto credibile fino in fondo, all’ultima Stay: nel mentre ci sono i pezzi nuovi (Neon Lights) e vecchi (Mata Hari) dedicati all’amata danzatrice (e non solo) di inizio Novecento, che fanno definitivamente accostare Marta Del Grandi alla grandissima Lene Lovich, anche per le sperimentazioni vocali davvero enormi.

Apertura dello show affidata alla brava Valentina Polinori che porta sul palco canzoni non banali e con testi surreali a tratti; pubblico preso benissimo e con gli occhi felici a fine show…chiaro segno che la strada segnata è quella dell’Arte, nel nome dell’Arte.