Cristina Dona`

interviste

Cristina Dona' Altro che aperitivo... elettronica preistorica in scena!

11/12/2021 di Arianna Marsico

#Cristina Dona`#Italiana#Alternative

Cristina Dona' ti incanta sul palco e quando le parli. Ha un magnetismo tutto suo, che ti rapisce. E' stato davvero un piacere intervistarla qualche giorno dopo la presentazione del nuovo album "deSidera" per parlare del disco ma anche di tanto altro.
Mescalina: Hai parlato del desiderio come tema principale, tema che sembra quasi aver guidato un approccio un po’ tribale nel suono, come se l’istintualità e il desiderio abbiano influenzato le scelte sonore.

Cristina: È una considerazione interessante, che sicuramente calza anche se non l’avevo mai pensata. Le scelte che ha fatto prevalentemente Saverio (Lanza ndr) sotto la mia supervisione ruotano molto intorno alle parole, anche singole. Perché, come forse abbiamo detto anche quella sera, il lavoro è partito e si è sviluppato da piccoli frammenti di testo cantato che io mandavo a Saverio, attorno ai quali lui ha cominciato da subito a costruire un mondo sonoro. Perciò il tema, anche se lo abbiamo scoperto alla fine, questa volontà di dare un ritmo, un suono alle canzoni, deve aver spostato la direzione sonora verso quello che dicevi, qualcosa che ha a che fare con le viscere, con un mondo tribale o comunque primitivo. Non a caso poi è uscita la definizione “elettronica preistorica”. Il desiderio ha sicuramente a che fare con l’inconscio o con qualcosa di atavico, per questo è anche difficile da dominare, circoscrivere, anche se poi i desideri nella loro accezione più nobile non dovrebbero essere circoscritti ma liberati. Ormai quando parliamo del desiderio, al di là di quello amoroso, di solito immaginiamo che abbia a che fare con la materia, che è ancora un altro discorso. Il riferimento a qualcosa di ancestrale mi piace molto come osservazione, perché poi questa elettronica preistorica ha un passo un po’ pesante nei brani, anche un po’ greve. Mi ricorda una zampata di dinosauro che segna il tempo e scandisce un cammino.

Mescalina: Questo periodo che stiamo vivendo, che è stato in qualche modo, e in parte lo è ancora, di compressione dei desideri. Qualsiasi scelta comporta il ponderare tutta una serie di cose che prima facevi di getto, fosse anche il semplice ricordarsi la mascherina prima di uscire. In qualche modo la parte istintiva di cui dicevamo risulta ancora più legata e sorprende ancora di più scoprire che gran parte del disco lo hai composto prima di tutto lo stravolgimento che stiamo vivendo. Che effetto ti ha fatto vederlo uscire in un mondo totalmente cambiato e che ha compresso gli aspetti più liberi? Quanto pensi che possa aver impattato in negativo o in positivo sul messaggio di deSidera ?

Cristina: Il pensiero di un album inserito in un contesto storico come questo, un album poi che ho visto svilupparsi dal 2015 fino al crowdfunding della primavera di quest’anno, ha assunto tonalità spesso diverse. Ricordo bene che quando è scoppiato il primo lockdown, con i brani che stavano prendendo identità sonora e letteraria, confrontandomi con Saverio e con Gianni Cicchi, che è il mio manager, ci è sembrato che fosse la colonna sonora del momento che stiamo vivendo. In realtà mi sembra che il Covid non abbia fatto altro che aprire uno squarcio su una realtà che aveva comunque degli eccessi, e una velocità che non è cambiata. È difficilissimo, ma non impossibile, invertire la rotta. Dal primo lockdown a oggi il disco ha assunto delle angolazioni ogni volta nuove, a seconda di come cercassi di immaginare quanto sarebbe stato impattante il suo arrivo per chi avesse avuto voglia di ascoltarlo. Un po’ questo mi preoccupava, perché ho sempre immaginato che nei momenti di maggiore difficoltà in cui si trova una società, come il primo o il secondo dopoguerra, ci fosse bisogno di leggerezza, e la leggerezza in questo disco proprio non c’è. Ciò non toglie che sia figlio di quello che ha preceduto la pandemia, che come ti ho detto ha avuto e ha lo scopo, se uno scopo esiste, di sottolineare le storture di una società, che se vogliamo possiamo guardare, oppure giriamo la faccia dall’altra parte. Le riflessioni del disco sono rivolte a un comportamento che spesso mi mette in crisi perché mi rendo conto di essere preda di istinti pavloviani, di automatismi, senza farmi delle domande su quale sia la conseguenza di questi automatismi. Avremmo potuto decidere di non farlo uscire e di iniziare a lavorare ad altro. Queste riflessioni però per me sono importanti. Mi faceva sorridere uno dei primi versi “altro che aperitivo ci siamo bevuti il pianeta”, scritto nel 2016 o nel 2017, su questa coppia in un centro commerciale dove in genere ci sono anche i bar.  In una sorta di illuminazione quasi catartica su un comportamento consumista è nata questa frase, come se uno dei due si fosse fermato all’improvviso a urlare di fronte all’ennesimo bar. Il problema non è l’aperitivo in sé, ma diventa un simbolo di un modo di vivere che poi prima del primo lockdown è uscito come status quasi… Milano non si ferma, Bergamo non si ferma. Ci ho tenuto a precisare nel comunicato stampa che quelle parole erano nate prima, ma anche se fosse stato interpretato diversamente non sarebbe stato un problema.

Mescalina: Una cosa che ho notato, e non è capitato solo con il tuo lavoro, è che molti si erano preparati dei dischi che sarebbero dovuti uscire nel 2020, con un lavoro quindi di mesi o anni prima. Non pochi dischi, quando poi sono effettivamente usciti, sembravano scritti per parlare di quello che stiamo vivendo dal 2020. È un po’ come se gli artisti, forse per una questione di maggiore sensibilità, avessero anticipato i problemi che erano già in circolo e come dici tu aspettavano di esplodere. Anch’io ho avuto l’impressione che tutti i problemi usciti in ogni ambito, dalle condizioni lavorative all’affollamento delle aule scolastiche alll’inquinamento stessero  lì, pronti. È come se gli artisti avessero fatto da sentinelle, passami il termine, e i dischi a prescindere dal momento di composizione avessero mantenuto una piena attualità e una certa capacità di preveggenza.

Cristina: Credo che questa capacità la abbiano un po’ tutti, il problema è che siamo disabituati, se non troviamo il momento di sintonia in cui decidi di metterti all’ascolto dell’essere umano, e spesso ce ne dimentichiamo. Noi artisti lo facciamo per mestiere, lo dobbiamo fare. Cito spesso una poesia di Mariangela Gualtieri, Nove marzo duemilaventi, che descrive benissimo quella sorta di momento in cui siamo stati presi alla sprovvista. Ma chi è stato preso alla sprovvista non si era reso conto di come stavamo andando avanti, correndo verso un precipizio, chi non se ne è accorto non ha avuto il tempo di chiederselo. Ci sono corsi e ricorsi storici, che vedono una civiltà essere messa in crisi anche da pandemie e da un sistema economico arrivato al suo apice, da investimenti esagerati nella corsa agli armamenti. Non è che nel mio album si racconti tutto questo, però la poesia, leggila se hai modo, è una fotografia di quello di cui stiamo parlando. Io come tanti ho sofferto moltissimo quando è ripartito tutto, come se si potesse ripartire alla stessa velocità di prima, se non doppia, facendo finta di niente. Invece il pianeta si era fermato, o meglio si erano fermati gli esseri umani, il pianeta era riuscito a respirare in qualche modo, siamo noi quelli in grave pericolo di sopravvivenza. Alla fine abbiamo deciso, non faccio niente da sola se non scrivere testi, c’è sempre un confronto continuo, che questo disco conteneva delle riflessioni che ci andava di condividere.

Mescalina: A questo spaesamento è legato in parte Senza fucile né spada, che poi è l’unico brano che hai scritto in questo periodo, e di cui ho trovato molto interessante l’esibizione del 2 dicembre.

Cristina: Ti ringrazio. Ogni canzone ogni volta si rinnova di emozioni diverse, ma questa se ne porta dentro davvero un’infinità. Abitando in Val Seriana, come hai sentito quella sera, ho vissuto assieme a tutta la popolazione di questi luoghi una vera apocalisse. È stato l’unico brano nato durante la pandemia e, a parte piccole finestre per lo spettacolo che si chiama Perpendicolare in collaborazione con Saverio Lanza e lo straordinario coreografo Daniele Ninarello, durante il lockdown non sono stata in grado di scrivere canzoni. Un altro disco non sarebbe nato.

Mescalina: Ognuno ha reagito a modo suo, c’è chi ha scritto tantissimo e chi si è comprensibilmente fermato.

Cristina: Ho sentito dire a tanti di avere vissuto un blocco creativo, ho sentito anche un’intervista a Baricco al riguardo. Quel brano (Senza fucile né spada ndr) è nato come un desiderio di testimonianza per raccontare una realtà che mi ha profondamente scossa, anche per come è stata gestita. In questa regione il Covid oltre ad aver fatto morire tante persone ha messo in luce delle mancanze, delle storture, ha messo un segno con l’evidenziatore su molti difetti. La sanità è sempre stata molto esaltata, e per carità anche a ragione, perché altrimenti molti non verrebbero a curarsi qui. Il problema è che in vent’anni di gestione molto è stato spostato sulla sanità privata, quasi come se dovesse esserci una sorta di rivalità. Per quelli che, come Formigoni, hanno lavorato per questo, sembrava che dovesse stimolare la sanità pubblica, e come lui anche Maroni, Fontana. È emerso questo saccheggio della sanità pubblica, della medicina del territorio che riguarda tutti i medici di base, che ora sono diminuiti perché vanno in pensione e non vengono sostituiti…e intanto andiamo tutti a curarci da medici privati. Questo in una situazione esplosiva, dove il famigerato piano pandemico è diventato una patata bollente che si passano tutti. Come è diventata una patata bollente la mancata zona rossa a Alzano e Nembro. Io spero sempre che ci siano dei miracoli, ma sappiamo come spesso la giustizia va a finire in Italia. Parallelamente al mio vissuto mio marito, Davide Sapienza, che ha scritto di musica per anni per poi dedicarsi ad altri settori come giornalista e scrittore, ha lavorato con la giornalista Gessica Costanzo, vincitrice da poco di un premio prestigioso, di Val Seriana news. Questo sito suo malgrado si è ritrovato a ricevere moltissime richieste di aiuto e testimonianze di persone e famiglie intere che erano state lasciate da sole, voci che magari testate importanti non avevano raccolto. Gessica e Davide hanno scritto il libro La valle nel virus con lo stesso mio desiderio di lasciare una testimonianza. È necessario fissare dei paletti, utilizzando la nostra voce per ricordare. Questo te l’ho detto perché io lo vivevo come essere umano, poi c’è il comitato… sono in corso le indagini. Ho avuto l’urgenza di essere qui, di presentare la mia esperienza.

Mescalina: È giusto, penso che gli artisti di fronte e eventi così grossi abbiano se non il dovere perlomeno la possibilità di offrire una testimonianza che possa raggiungere più persone rispetto a un singolo. Un altro brano che mi ha molto colpita è Come quando gli alberi si parlano, per le contraddizioni nelle relazioni umane che metti in luce, tu dici “abbiamo scelto di amarci” ma sembra che stare insieme sia troppo, quasi come nella teoria del porcospino.

Cristina: Quel brano nasce da un ricordo che è riaffiorato in modo prepotente per non so quale motivo, forse perché in questo lavoro indago delle fragilità. È un ricordo legato a un fatto realmente accaduto, un suicidio di coppia. È accaduto durante i miei anni di frequentazione dell’Accademia di Brera, ero al primo anno era l’86, al quarto anno di scenografia c’era questa ragazza che io ho conosciuto per poco, perché non avevamo legato in modo significativo. Però ricordo bene che mi aveva aiutato a sistemare dei miei lavori per una presentazione, la mia cartella disordinata era stata vagliata da lei che in modo molto amorevole mi aveva dato dei consigli per presentare i disegni. In primavera, poco prima che si concludesse l’anno, abbiamo ricevuto questa notizia straziante. Al di là del fatto che fosse una persona da cui non mi sarei mai aspettata un gesto simile, la cosa che mi ha colpito di più è che si fosse suicidata con il suo fidanzato. Il professore era disperato perché era molto legato a lei e ci ha detto, quando ci chiedevamo quali potessero essere i motivi di questo gesto estremo, che il ragazzo avrebbe dovuto cambiare Stato per lavoro, ma si amavano moltissimo… Quello che mi è rimasto in mente è che c’era un conflitto fortissimo sul loro futuro, ma si amavano in modo viscerale e che quello che hanno scelto di fare è stato amarsi per sempre attraverso il suicidio. All’epoca avevo rimosso, perché non riuscivo a comprendere… da allora a oggi casi di suicidio, anche se non particolarmente vicini, li ho incontrati. E so che sono gesti che possono arrivare senza preavviso, soprattutto quando riguardano un singolo. Quando riguardano due persone, che poi si amano, fa molta impressione. Però, come ti dicevo prima, ho sentito l’esigenza di dare voce a questo momento così forte, e Come quando gli alberi si parlano è un’immagine dove nel silenzio c’è comunque un dialogo, una strada di comunicazione, un legame forte. In questo gesto assurdo evidentemente ci deve essere qualcosa che non è facile da decifrare per chi non è parte.

Mescalina: È una storia sconvolgente...

Cristina: Tra l’altro è rimasta sotto le ceneri per anni, poi un giorno mi sono ritrovata a scrivere l’inizio di questa canzone e i primi versi che ho cominciato a scrivere senza ancora pensare a questa storia è stata questa immagine dei capelli, della pelle bianca, dei due distesi… evidentemente era il momento di raccontarla.

Mescalina: Un’ultima domanda… a questo punto del tuo percorso cosa ti rende più orgogliosa di deSidera, anche vedendolo in prospettiva rispetto agli esordi, e inserito in tutto il tuo percorso?

Cristina: Ci sono diverse voci. Una è l’orgoglio, e riconosco anche la fortuna, di avere avuto modo di sperimentare una libertà espressiva che mi sono tenuta stretta, anche quando lavoravo sotto una major. Grazie alla capacità enorme di Saverio di esprimere diversi stili musicali, perché è un incredibile musicista, arrangiatore e produttore, sono riuscita per questi tre album a creare dei mondi diversi l’uno dall’altro. Sono contenta di avere coltivato tanta libertà espressiva e la metto a disposizione di chi mi ascolta, ho fatto dei percorsi al di là di quello che il pubblico si potrebbe aspettare in determinati momenti. Io credo che a un certo punto della carriera, anche per un artista estremamente libero, io l’ho fatto, praticare l’esercizio della canzone pop. Che non è per forza semplice.

Mescalina: No, soprattutto se lo si fa a un certo livello.

Cristina: È un esercizio che ti dà tantissimo, mi ha permesso di scrivere canzoni come Universo, Miracoli, Così vicini. Gran parte di quella canzone a livello melodico poi è di Saverio. Credo che la cosa più bella sia vestire ogni volta un vestito diverso. È bello quello che porti sul palco, perché io sono nata con il live, con canzoni di altri. Poi ho cominciato a scrivere. Quando scrivo non sempre immagino come sarà la canzone dal vivo, ma voglio immaginare che non somigli a quelle che ho già scritto, come se avessi bisogno di aggiungere qualcosa di nuovo anche solo per creare scalette più varie e colorate, in cui la mia voce possa esprimersi con parole diverse rispetto a quello che ho già nel repertorio. Spesso mi dicono che dovrei essere più famosa. Lo accolgo come una dimostrazione di affetto, ma per come siamo messi nel nostro paese a livello di esposizione nell’ambiente musicale, io penso di essere fortunata a essere arrivata fin qui, più che sfortunata. Capisco che significa quando mi dicono che dovrei avere più visibilità, però devo contestualizzare, devo mettermi all’interno di un sistema, quello italiano. In più ho fatto delle scelte, dettate anche dalla mia natura, per cui non sono mai stata troppo disposta a mettermi in gioco, tranne alcuni periodi all’inizio in cui era maggiore il desiderio di arrivare un pubblico più ampio. Ho scoperto negli anni che quando si accendono quei tre – quattro riflettori in più, che quando c’è qualcosa che mi fa entrare in contesti che non mi appartengono, vado in crisi. Mi vengono in mente Sanremo, anche se ci abbiamo provato, e altri palchi in cui la richiesta di prestazione per me è deleteria, per come la vivo. Io ho molta stima di chi sa cavalcare quei palchi con disinvoltura. Perciò se unisci le modalità con cui il sistema Italia gestisce la musica e la mia ritrosia è chiaro che non si possa pretendere che Cristina Donà sia al numero uno nelle vendite. Mi ci sono avvicinata, con Così Vicini sono entrata nella top ten, almeno su I- tunes. Stano uscendo dei feedback e delle recensioni molto belle, che, al di là dei complimenti che fanno sempre piacere, hanno colto la natura di quest’album. Questo mi riempie di gioia che condivido con Saverio e il mio manager Gianni Cicchi, che è stato fondatore del Consorzio Produttori Indipendenti, nonché primo batterista dei Diaframma. Ha una storia incredibile nella musica! Siamo un bel gruppo, poi ci sono satelliti esterni. Ma sono tutte persone appassionatissime. Con l’ottimo risultato del crowdfunding siamo riusciti a ricompensare tutte le persone che hanno partecipato alla realizzazione del disco con i giusti parametri. Questo dà molta soddisfazione in un momento così.

Mescalina: Ti ringrazio e ti auguro in bocca al lupo per il resto della promozione e per il tour, spero che arrivino presto altre date, l’esperienza del live secondo me non è sostituibile. C’è chi ha provato con lo streaming, ma un concerto dal vivo è un concerto dal vivo!

Cristina: E per fortuna! Perché l’essere insostituibile dà la possibilità a questa dimensione di continuare a esistere. Al cospetto di qualcosa che ha a che fare con delle dinamiche sonore e visive non si può viverlo a distanza. Certo rimane una possibilità, e da un lato per fortuna visti i tempi. La cosa impressionante, che credo che abbiano detto anche altri, è stata l’esperienza di partecipazione energetica che si viveva nonostante il contingentamento, la mascherina, la presenza limitata almeno fino all’aumento delle capienze nei luoghi chiusi. Però a livello emotivo per quel che mi riguarda non è mancato nulla.

Mescalina: È l’impressione che ho avuto anche io soprattutto nei primissimi live, quando anche all’aperto era tutto molto limitato.

Cristina: Il live è il live, uno spettacolo dal vivo che sia teatro o musica in presenza è insostituibile!

Mescalina: Grazie a presto!

Cristina: A te!

 
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