Michele Gazich

interviste

Michele Gazich Un incontro con Michele Gazich: il violino come parola, la parola come destino

06/03/2026 di Laura Bianchi

#Michele Gazich#Italiana#Canzone d`autore

C’è una linea sottile che attraversa tutta la ricerca di Michele Gazich: è il filo che lega musica e poesia, spiritualità e scena, memoria e presente. Nei suoi progetti il violino non accompagna semplicemente un testo, ma lo ascolta, lo interroga, lo abita. Ogni collaborazione diventa un cammino condiviso; ogni concerto, un luogo di attraversamento. Lo incontriamo in un tempo di nuovi inizi: una residenza artistica nel Gargano con Marco Lamberti, il lavoro continuo accanto a Moni Ovadia e Giovanna Famulari, un concerto dedicato a David Maria Turoldo a Bergamo, che coinciderà con la presentazione di un nuovo violino. Occasioni diverse, unite da una stessa tensione: cercare, attraverso il suono, una verità viva.

Laura Bianchi: Una domanda che sembra banale, ma non lo è: Come stai, Michele?

Michele Gazich: Ho attraversato un periodo piuttosto complicato e faticoso. Una rara forma di malattia della pelle (il suo nome è psoriasi eritrodermica) mi ha trasformato, per quattro mesi, in una sorta di lebbroso: tutto, ma proprio tutto, il mio corpo è stato in fiamme, come se fosse ustionato. Sono stati mesi in cui non ho mai dormito e non ho potuto svolgere il mio lavoro: la pelle mi si staccava dalle dita e non potevo suonare il violino. E ora come sto? Meglio, decisamente, e penso di tornare ad esibirmi dal vivo: ricomincerò il 21 marzo, presso l’Abbazia di Fontanella a Sotto il Monte, vicino a Bergamo. Purtroppo dalla mia malattia non si guarisce; spero tuttavia di riuscire a controllarla, a gestirla. Si vedrà. Lo spero.


L.B.: Negli ultimi anni il tuo percorso ha intrecciato con sempre maggiore intensità musica, parola poetica e dimensione spirituale. Oggi, in questo punto del tuo cammino, senti che si stia aprendo una direzione nuova? C’è una domanda, un’urgenza, che sta guidando il tuo lavoro futuro?

M.G.: In questi ultimi mesi in particolare sono entrato in una dimensione molto diversa nel mio scrivere musiche e parole: un operare più delicato ma credo anche più innovativo, al contempo fragilissimo e potente, inevitabile e necessario. Cerco di spiegarmi, se ci riesco: ho cambiato pelle, in ogni senso. Le mie nuove canzoni sono scritte “bianco su bianco”. Caro ascoltatore, è a te che mi rivolgo: anche se crederai di non sentirle e di non vederle quando le sentirai o le leggerai, poi ti renderai conto che sono entrate in te, sono diventate parte di te, come il battito del tuo cuore o il tuo respiro. Così è successo a me. Sono canzoni molto nuove, molto diverse da tutte le mie altre. Non volevo concludere la mia carriera di scrittore di canzoni essendo percepito come l’epigono di qualche scuola, o, peggio, l’epigono di me stesso. Non volevo che le mie nuove canzoni fossero “cover di Michele Gazich”…


L.B.: I tuoi progetti sembrano nascere spesso da incontri: con testi, con voci, con luoghi. Come riconosci l’istante in cui un’intuizione diventa necessità artistica? E c’è un desiderio che ancora ti accompagna, magari in silenzio, in attesa del tempo giusto per prendere forma?

M.G.: Penso che gli artisti si dividano in due categorie. Nella prima categoria rientrano quelli che hanno tempo per farsi delle domande e per pianificare: “Di cosa parlerò nel mio prossimo libro? Cosa dipingerò nel mio prossimo quadro? Quale sarà la melodia della mia prossima composizione? Cosa sarebbe meglio che io facessi?”. Nella seconda quelli che non hanno tempo per porsi alcuna domanda perché sono travolti dall’urgenza, dalla "necessità" come dicevi tu, di operare artisticamente, non possono fare altrimenti, si svegliano di notte per scrivere, devono creare per un inarrestabile, inesorabile e sempre inizialmente incomprensibile slancio interiore. Io appartengo decisamente alla seconda categoria. Tento sempre di pianificare la mia opera, a dire il vero, poi i miei piani vengono sempre scompaginati e contraddetti dall'urgenza inaspettata di qualcosa che si impone e li scompagina.

(foto archivio Gazich)

L.B.: David Maria Turoldo ha saputo unire parola poetica e tensione spirituale con una forza che ancora interroga il presente. Quando ti accosti alla sua opera, cosa senti di dover custodire? E cosa, invece, desideri tradurre in una lingua musicale nuova, personale?

M.G.: Nel corso del tempo, ho scritto decine di canzoni legate, dedicate a poeti. È un genere di canzone umile, in cui risolutamente scelgo di non cantare me stesso (che noia i cantautori che sanno parlare solo di sé mentre si guardano allo specchio compiaciuti!), ma qualcun altro che ammiro. È così nata una costellazione di canzoni che, riprendendo un’espressione del filosofo Emil Cioran, amo definire “esercizi di ammirazione”. Bisogna temere un uomo che non ammira… I testi di queste canzoni sintetizzano la vita di questi maestri della parola con qualche pennellata biografica, mentre, a livello formale, i versi stessi delle canzoni evocano le movenze stilistiche e le scelte lessicali degli autori cantati. E la musica? Cerco sempre di far sì che sia miele dolcissimo sul bordo della tazza e permetta di bere parole-medicine anche amare. La canzone dedicata a David Maria Turoldo si intitola “Il vecchio e la notte”. È una canzone ancora inedita, come lo saranno tutte quelle che suonerò e canterò al concerto del 21 marzo presso l'Abbazia di Fontanella. In quel luogo Turoldo visse ed è sepolto. Turoldo era un credente sul crinale del buio. Chiamava il suo buio «lucido buio»: in maniera ossimorica era cioè un buio lucente. La fede in Dio non è mai stata per lui una poltrona in cui riposare, ma piuttosto un «dramma». 


L.B.: Il concerto all'Abbazia di Fontanella sarà dunque un momento di svolta, un nuovo inizio...

M.G.: Decisamente il concerto sarà un momento di svolta e un nuovo inizio. Una prima epifania per le nuove canzoni "bianche", scritte "bianco su bianco", che risuoneranno tra le pietre dell'abbazia romanica. Quale posto migliore? Ho desiderato tornare lì. Lì suonai già una volta qualche anno fa. Fu il luogo dove presentai al pubblico, per la prima volta, la canzone "solo i miracoli hanno un senso stanotte in questa trincea", che ha poi dato il nome al mio ultimo album registrato in studio. Per cui, anche questa volta, ho voluto cominciare da Fontanella. Le mie nuove canzoni, mi scriveva qualche giorno fa l'amico Luca Barachetti (che probabilmente tanti lettori di Mescalina già conoscono), "chiedono un tempo e uno spazio lontani anni luce dalla distorsione dello spazio-tempo operata dall'accelerazione digitale a cui cercano di abituarci".  Quel giorno suonerò anche, molto simbolicamente, un violino nuovissimo. Considera che, da quando ero ragazzo, ho suonato sempre lo stesso violino, ma sento ora che qualcosa deve cambiare o sta già cambiando...


L.B.: Com’è avvenuto l’incontro con questo nuovo strumento? È stato un riconoscimento immediato o un dialogo costruito nel tempo?

M.G.: Due anni fa, il mio storico violino, un violino Lecchi del 1935 che io suono dal 1985, venne danneggiato in occasione di un concerto. Gli cadde sopra una sorta di pesante reggi-stendardo che lo fracassò. In qualche modo poi è stato riparato e lo suono ancora, seppur, naturalmente, non sarà mai più come prima del danno... In quei giorni tuttavia Paolo Genzini, liutaio cremonese, mi scrisse dicendo che avrebbe costruito per me un nuovo violino e me lo avrebbe donato. Incredibile, no? Un atto di generosità sconcertante, che dà idea che la gente buona, davvero buona e operante nella sfera del bene, esiste ancora. Me lo ha proprio regalato, dicendomi che sarebbe stato ripagato dal semplice fatto che io suonassi il suo strumento. Al di là della commovente e confortante stima per il mio operato artistico, segnalo, inoltre, che il liutaio ha deciso di chiamare lo strumento "Paolo Carù", come il mio amico, noto critico musicale, scomparso di recente. Tutta la storia ha dell'incredibile, non ti pare, Laura? Nel corso di questi due anni, il liutaio ha lavorato al violino e da qualche giorno ce l'ho tra le mie mani: è uno strumento meraviglioso. Il 21 marzo lo suonerò per la prima volta in concerto e lo presenterò ai miei ascoltatori.


L.B.: Nel tuo percorso il violino appare come un interlocutore più che come un semplice strumento. Se dovessi raccontare il vostro rapporto come una storia, quali sarebbero le sue tappe fondamentali? Senti che il tuo strumento sia cresciuto con te? O, in certi momenti, è lui a condurti verso territori inattesi?

M.G.: Il violino, da sempre, è la mia seconda voce. Forse è stata anche la prima, quando ero bambino. Allora ero gravemente balbuziente e quello che non riuscivo a dire con le parole, quando la lingua mi si incollava al palato, lo dicevo con la musica, con il violino. Il violino è strumento comune a tante tradizioni musicali e dunque mi ha portato ovunque, mi ha permesso di coltivare l’arte dell’incontro. Questo è forse il dato più significativo! Il violino mi ha permesso di girare buona parte del mondo senza essere un miliardario, anzi… Amo definirmi “un miserabile di lusso”! Il mio violino mi ha portato in India con un’orchestra di classica negli anni Novanta; a Joshua Tree, nel deserto della California con Mark Olson e Victoria Williams; nel cuore di Camden Town a Londra con Michelle Shocked; in Giappone, in Nord Africa, al mitico Bottom Line di New York con Eric Andersen; al Kennedy Center di Washington e in mille altri luoghi con Mary Gauthier; mi ha permesso di portare le mie canzoni al Senato Spagnolo, a Palazzo Marino a Milano, su isole della laguna di Venezia a livello del mare e su montagne molto alte e molto sacre come Monte Sant’Angelo sul Gargano e… potrei andare avanti a lungo… Lo so, già così fa girare la testa questo elenco! Mi sembra di aver vissuto tante vite, in tanti luoghi. Mi piace pensare ora alla parte finale della mia vita come più stanziale, forse è questo il consiglio che viene dalla mia psoriasi. Il mio violino ed io dobbiamo fermarci, ora. O almeno concepire anche dei momenti più stanziali.


L.B.: C’è stato un istante – sul palco o nella solitudine dello studio – in cui hai percepito che tra te e il violino non esisteva più distanza, ma un’unica voce?

M.G.: Sempre. Non ho mai percepito distanza tra me e il mio violino. Come potrei? Ce l’ho appoggiato addosso. Vibra con il mio corpo, nel mio corpo. Nessuna distanza.


L.B.: Il sodalizio con Moni Ovadia appartiene a quella rara alchimia in cui teatro e musica respirano insieme. Quando siete sul palco, cosa accade nello spazio tra parola e suono? È un dialogo, una tensione, un atto di fiducia?

M.G.: Con Moni l'intesa è stata immediata, da subito. Devo a Giovanna Famulari l'approccio con Moni. Il nostro era un incontro probabilmente destinato, ma senza lo spunto di Giovanna forse non sarebbe mai avvenuto. Le sono infinitamente grato. Dapprima ho cominciato a suonare nel gruppo che accompagna Moni nei suoi vari spettacoli teatrali; poi anche nello spettacolo "La Bibbia", in cui lo affianca il giornalista Aldo Cazzullo. Infine abbiamo pensato di provare a scrivere delle canzoni assieme ed è nato un bellissimo bambino di ottant'anni: Moni Ovadia cantautore! Giovanna ed io siamo, in un certo senso, stati i maieuti per questa nascita... Un paio di queste nuove canzoni sono state presentate all'ultima edizione del Tenco lo scorso ottobre, ma ora un nuovo album, intitolato "Yiddish Blues", è in uscita il prossimo aprile. Potete già ascoltare il singolo: "Il piccolo Alì". Moni è un gigante del teatro e non solo, ma è anche una persona di grande attenzione e generosità. Ha fortemente voluto che gli intestatari dell'album fossimo tutti e tre noi e così il nuovo album uscirà a nome Ovadia, Famulari, Gazich! Ma di questo riparleremo più avanti, magari proprio con Giovanna e Moni in un'altra intervista...

(foto di Samuele Romano)

L.B.: Lavorare con artisti dalla forte identità cambia anche il tuo modo di stare sulla scena? Ti costringe a ridefinire il tuo ascolto, la tua misura, il tuo silenzio?

M.G.: A differenza della maggioranza dei miei colleghi artisti non ho un ego devastante! Riesco a mettermi a lato, ad osservare gli altri al centro del palco, al centro della scena. E non solo della scena: nel corso degli anni, ho curato davvero tante produzioni artistiche. Adoro calarmi nei panni di un altro artista, arredare a livello sonoro le sue canzoni, aiutarlo a metterle a fuoco... Non mi stancherò mai del lavoro di produttore artistico! Ogni volta imparo qualcosa, ogni volta qualcosa cambia in me. Assorbo tutto. Tutti coloro con cui ho collaborato mi hanno insegnato qualcosa, in positivo e in negativo: da alcuni ho capito cosa fare, da altri cosa non fare, lezione altrettanto preziosa. Mi fa piacere ricordare, inoltre, in questa sede che in questi ultimi anni la mia vita e la mia arte sono stata allietate e arricchite dall'incontro con il tecnico del suono Fabrizio "Cit" Chiapello, che è l'anima dello storico studio "Transeuropa Recording" di Torino. Ci siamo incontrati per registrare l'album "Domani si vive e si muore", dedicato a testi inediti di Michele Straniero che avevo musicato e cantato con Federico Sirianni; poi abbiamo lavorato insieme anche al bellissimo album "La promessa della felicità" di Federico, di cui ho curato la produzione artistica; infine anche il progetto Ovadia Famulari Gazich è stato registrato lì... Il mio futuro album "bianco su bianco" non poteva non nascere presso lo studio Transeuropa! 

(foto di Daniele Olmoti)

L.B.: Cambiamo argomento. La residenza artistica è uno spazio sospeso: tempo dedicato, immersione, scambio. Cosa ti attrae di questa dimensione più raccolta e laboratoriale rispetto alla forma compiuta del concerto?

M.G.: Le residenze artistiche hanno sempre stimolato la mia scrittura: sono, dici bene, "un tempo sospeso" che per me è sempre stato incredibilmente fecondo. Le residenze artistiche, inoltre, possono cambiare la vita. La mia ultima residenza di una certa durata (molto biblicamente durò quaranta giorni), nell'ottobre 2017 sull'isola veneziana di San Servolo, certamente me l'ha cambiata. Mi ha spinto a realizzare l'album "Temuto come grido, atteso come canto" e mi ha fisicamente portato a vivere a Venezia e a ripensare totalmente la mia vita personale e artistica (per me non c'è distinzione tra i due ambiti) tra la città lagunare il suo meraviglioso territorio. Forse ho trovato un luogo dove stare e restare, io precedentemente molto fermamente "dromomaniaco"...


L.B.: Con Marco Lamberti, che ti affiancherà nel concerto a Fontanella, vi preparate a vivere un periodo di lavoro e cammino nel Gargano, in Puglia. È un progetto già delineato o un territorio ancora da esplorare insieme? Quanto conta, nel vostro processo creativo, il luogo fisico in cui vi trovate?

M.G.: La prossima residenza artistica sarà appunto sul Gargano a cavallo tra aprile e maggio. Sarà una residenza itinerante, in cui Marco ed io cammineremo per i boschi e i luoghi sacri del Gargano; il nostro pubblico sarà camminante con noi... Sarà anche girato un documentario su questa esperienza, che già so e sento che sarà generativa per il futuro album che si chiama "bianco su bianco" anche per le "città bianche" garganiche...

Marco "Tibu" Lamberti, detto "Il Maestro dell'anima", ed io celebriamo quest'anno il ventesimo anniversario! È vent'anni che suoniamo assieme. Mi pare incredibile. Marco è stato, ed è, per me il collaboratore ideale, quasi un alter ego per tutto questo tempo. Adoro e sono costantemente stimolato dalla sua capacità di rinnovarsi costantemente come uomo e come artista. Accanto a me ha suonato qualunque strumento a corda (chitarre classiche, acustiche, elettriche, banjo, dulcimer, mandolino, etc), il pianoforte e ha fatto risuonare la sua voce emozionante. Sull'album "bianco su bianco" ascolterete soprattutto il suo bouzouki, o meglio uno strumento simile al bouzouki da lui inventato (io lo chiamo "il Lamberto"), di cui mi piacerebbe che vi parlasse lui stesso in un'intervista prima o poi. Marco ha molte cose da dire e non gliele chiede nessuno...

(foto di Alice Bellati)

L.B.: "Bianco su bianco", in questa fase di creazione, dove farà tappa?

M.G.: In Francia, per l'esattezza a Saorge, paesino al confine con il Piemonte, verso la Costa Azzurra, dove l'aria di mare e di montagna si incontrano e si sposano, dove l'ulivo e l'abete crescono assieme. Saorge è un paesino medioevale di montagna, tutto arroccato, percorso da tortuose stradine scavate nella roccia. Al limitare del paese c'è un lavatoio in pietra dove, anni fa, io vidi un angelo. So che può sembrare strano, ma così è avvenuto. Forse ricordi che, appunto anni fa (ancora ai tempi della trilogia di album con il gruppo "La Nave dei Folli", 2008-2011), scrissi una canzone intitolata "L'Angelo di Saorge", legata a quella visione. In concerto, l'ho suonata molte volte, fino ad oggi. Quella canzone, inoltre, ha continuato ad essere riscritta da me e dal tempo e ora mi riporta proprio a Saorge. Sarà un'altra residenza artistica, a cavallo tra agosto e settembre, che, a differenza di quella garganica, sarà molto solitaria, legata alla scrittura, più di parole che di musiche. Vado in cerca di silenzio. Risiederò in una celletta nell'ex convento di San Francesco. Sarò totalmente disconnesso per tre settimane. Nel senso che non solo non telefonerò, ma non voglio neanche attaccare la presa della corrente! Scriverò sulla mia vecchia macchina da scrivere "Olivetti Studio 44" nella mia cella e in giro per i prati e i boschi... "bianco su bianco" avrà anche il profumo dell'aria limpida e lucente di Saorge! 

(foto Michele Gazich)

L.B.: Quindi dobbiamo attendere a breve un tuo nuovo album?

M.G.: Sicuramente sì, ma non così a breve. Il regista Elio Petri diceva qualcosa tipo "l'ultima linea di resistenza è fare le cose bene" e adoro prendermi il tempo per almeno tentare di fare del mio meglio e avvicinarmi il più possibile a fare le cose bene. Per cui, qualcosa mi dice che bisognerà attendere almeno la primavera 2027, ma cercherò di far sì che la vostra attesa sia ripagata da qualcosa di davvero bello e diverso rispetto a tutto ciò che ho fatto fino ad oggi. Il percorso di avvicinamento comincerà presso l'Abbazia di Fontanella il 21 marzo prossimo. Vi aspetto.

L.B.: Appuntamento unico, e imperdibile! A presto, e auguri per tutto!

FOTO COPERTINA SOFIA PAVAN