live report
Moni Ovadia Michele Gazich Giovanna Famulari Yiddish Blues, la nuova proposta di Moni Ovadia in anteprima per Folkest: emozioni forti per tempi difficili
di Laura Bianchi
Concerto del 03/07/2025
La sera è fresca, per la prima di quattro serate di Folkest a San Daniele del Friuli. Centinaia di persone affollano il prato davanti al Castello, e gli organizzatori devono correre a prendere altre sedie, per accogliere quanti sono giunti fin qui, richiamati dal primo artista della rassegna: Moni Ovadia, accompagnato da Giovanna Famulari e Michele Gazich, i due direttori artistici di Yiddish Blues, il suo nuovo progetto, in prima nazionale per il Festival. È tempo, per lo scrittore, musicista, autore di teatro, interprete, intellettuale, studioso di cultura ebraica, di tornare sulle scene, mosso da due spunti: il primo, personale, è l'incontro con "due grandissimi artisti, ma anche due bellissime persone", come li definisce lui a fine serata, che l'ha spinto a scrivere, e proporre il nuovo spettacolo; il secondo, politico, è la temperie storica e sociale in cui si trova a vivere, avvelenata dall'odio e dalla sopraffazione. E lo dice chiaramente, a inizio spettacolo, con un prologo eloquente, indignato, acceso e appassionato:
Da subito, gli spettatori sanno che questo non sarà solo, non tanto, un concerto, ma piuttosto un atto d'amore per l'umanità dolente, sopraffatta, tormentata, perseguitata, come erano gli ebrei ottant'anni fa, come sono i palestinesi oggi. E il percorso, culturale, musicale, poetico, che attraversa la Mitteleuropa, per arrivare nel Vicino Oriente, viene condotto dai tre artisti con polso fermo, fibra forte e lucida, estrema compartecipazione e densa emozione, che raggiunge tutti. Yiddish Blues è anche un modo per approfondire le culture e le lingue (Yiddish è la lingua del ramo germanico occidentale, parlata dagli ebrei originari dell' Europa orientale) di popoli esiliati e senza patria, che hanno saputo, nel tempo, trasformare il dolore in canto. Si apre con Es brent! (Sta bruciando!), il manifesto scritto nel 1936 da Mordechai Gebirtig: la metafora dell'incendio di una città viene sciolta subito, chiarendo che a bruciare, adesso e qui, sono i valori condivisi di giustizia e pace. Si susseguono canti di segno e origine diversi, ma tutti legati dal filo rosso della negazione della dignità umana: Gelem, gelem è l’inno del popolo Rom, tra memoria e speranza, un "andare, andare" che, come sostiene Famulari nell'introduzione, può essere simile anche alla dromomania tipica degli artisti, sempre presi da viaggi e ricerche. Il Blues è Yiddish anche in questo: ironico, sarcastico, "profondamente eretico", come lo definisce lo stesso Ovadia, composto da chi cammina per sopravvivere, e canta per esorcizzare le ferite narrandole. Così, il maltamé, che, nella parlata degli ebrei di Venezia, può essere considerato sinonimo di blues, trova più di un punto di contatto con il blues afroamericano di Jericho, ma anche con la speranza di cui è sostanziata Amazing Grace, quest'ultima presentata in una versione in cui la tastiera di Famulari dialoga con il violino di Gazich in un controcanto che esprime tutta la tensione spirituale verso una fede, spesso percepita come irraggiungibile.
Ovadia incarna questo universo, e trova in Gazich e Famulari due splendidi compagni di viaggio, pronti ad assecondarlo, sia nei momenti più discorsivi e narrativi, sia in quelli musicali; tra questi, particolarmente intenso è quello che vede l'artista tornare a imbracciare la chitarra per interpretare il canto yiddish Dona, Dona, conosciuto da molti per le versioni di Donovan e Joan Baez, ma stavolta dedicato al popolo palestinese, nel silenzio intensamente concentrato di tutti. Ma non mancano nemmeno dimostrazioni del celeberrimo Witz ebraico, ossia l'umorismo acuto e disilluso, che possiede una grande forza catartica e sa sorridere nelle difficoltà, con storielle raccontate da Ovadia con sagacia e simpatia, e canzoni leggere come Chiribim Chiribom, cantata in coro dal pubblico. Perché, come racconta Az der Rebbe, la canzone del bis, "se il rabbino canta, tutti cantano con lui". Stasera, Ovadia è il nostro rabbino, che tuona contro i potenti e che invita alla resistenza, alla denuncia e al dialogo. E sulla stessa frequenza sono i musicisti che l'accompagnano, da Famulari a Marco Tibu Lamberti, chitarra nella parte conclusiva del set, fino a Gazich, che dedica a Ovadia la sua Come Giona: perché "Come Giona, chi non parla / Poi un altro se lo mangia". Parlare, cantare, fare memoria. Per costruire un mondo di pace, partendo da un concerto indimenticabile, che, da questa prima per Folkest, siamo certi avrà moltissime repliche: lo merita.
SETLIST
materiali sonori per una descrizione dell’anima di paolo f. (Gazich)
Es Brent (Mordechai Gebirtig, 1933)
Maltamé (Gazich)
Avinu Malkeinu (preghiera ebraica)
Gelem Gelem (inno della comunità Rom)
Dona Dona
Pishku li' (canto paraliturgico del repertorio chassidico)
Der Rebbe Elimelech (canzone Yiddish degli anni '20)
Jericho
Amazing Grace
Shnirele, perele (canzone Yiddish di inizio 900)
Chiribim Chiribom (anzoncina del duo Yiddish americano The Barry Sisters)
Come Giona (Gazich)
BIS
Az der Rebbe, filastrocca Yiddish degli anni Trenta