Takeshi Kitano

HANA-BI

Takeshi Kitano


1997 » RECENSIONE | drammatico
Con Takeshi Kitano, Kayoko Kishimoto, Ren Osugi, Susumu Terajima, Tetsu Watanabe, Hakuryu, Yasuei Yakushiji

di Claudio Mariani
Fiore e fuoco, i due ideogrammi giapponesi del titolo significano proprio questo, e insieme vogliono anche indicare i fuochi d’artificio che, nel contesto della storia, hanno un ruolo ben definito. Fiore come i sentimenti, quelli che prova il protagonista, Nishi (Kitano), per la moglie malata, e il fuoco, tanto fuoco, quello delle pallottole che uccidono, quello della violenza che pervade, in una maniera assolutamente inusitata, tutto il film. E’ il poliziotto protagonista che è al centro della storia, lui, la malattia della moglie, la morte del figlio, quella dei suoi colleghi e l’incidente che costringerà sulla sedia a rotelle il poliziotto Horgie. E’ un film sul senso di colpa, quello che prova il protagonista, per niente integerrimo nel suo lavoro, che si indebiterà con la yakuza con la quale dovrà fare i conti durante tutta la pellicola. Nel frattempo il rapporto con la morte imminente della moglie prende una svolta, e Nishi la porta in un’assurda e a tratti divertente luna di miele, nella quale riuscirà a strappare gli ultimi sorrisi della consorte. Intanto Horgie accetta la sua condizione e inizia a dipingere e, a suo modo, a presagire gli eventi (lo schizzo di vernice rossa come il sangue viene gettato sull’ideogramma che significa suicidio...). Kitano, nel ’97, già con parecchi film alle spalle e con un passato da comico, ci fa entrare nel suo mondo fatto di silenzi, di volti rugosi, di espressioni impassibili, dove la violenza e la poesia riescono a convivere in un modo assolutamente inedito. Il cinema di Kitano sfonda in occidente e lo fa con il suo connubio perfetto di culture, attingendo dal passato del suo paese passando per la storia del cinema occidentale fino al cinema contemporaneo americano. Il risultato è pura poesia intervallata da cruente realismo. La sua figura di attore irrompe nella scena in maniera secca, violenta, e catalizza l’interesse dello spettatore, che non smette mai di sperare in un improbabile happy ending che, e lo si capisce fin dalle prime inquadrature, non arriverà mai. A volte il cinema è tremendamente simile alla vita. Dunque un po’ di zen, un po’ di Tarantino, e ancora un po’ di gangster movie, di Scorsese, molto orientale ma anche molto occidentale, un faro, uno dei film più importanti degli ultimi vent’anni del secolo scorso che fu premiato con un Leone d’Oro a Venezia (’97), quanto mai meritato. E’ un film da avere, tenere da parte e da rivedere con regolarità, come esempio massimo di cinema realistico che riesce a coniugare perfettamente la violenza e il sentimento. (scritto nel dicembre 2005)

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