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Spike Lee

MIRACOLO A SANT'ANNA

Spike Lee


2008 » RECENSIONE | Drammatico, Guerra
Con John Turturro, James Gandolfini, John Leguizamo, Matteo Sciabordi, D.B. Sweeney, Laz Alonso, Walton Goggins, Malcolm Goodwin, Omari Hardwick, Valentina Cervi, Pierfrancesco Favino, Luigi Lo Cascio, Lidia Biondi, Omero Antonutti

di Claudio Mariani
Ci vuole un po’ per metabolizzare la visione del “Miracolo a Sant’Anna”. Un po’ perchè si rimane disorientati dall’ultima fatica di Spike Lee, regista che ci ha regalato momenti indimenticabili, in periodi diversi e con tematiche diverse, e della cui carriera i punti fondamentali consideriamo “Fà la cosa giusta”, “Jungle Fever”, “He got game”, “Summer of Sam” e “La Venticinquesima ora”. Stessa carriera che ha però registrato diverse cadute di stile, come il film tv “Bamboozled”, “Girl 6-sesso in linea” e “Lei mi Odia”. Perciò dalla tanto attesa ultima fatica ci si aspettava grandi cose, anche perchè il bello “The Inside Man” era un film di genere, e si vedeva poco del tocco del regista newyorkese. E ora possiamo dirlo, dopo un po’ di giorni di assimilazione: il “miracolo” non è avvenuto, perchè il film delude. E tale delusione la si avverte di più durante la pellicola, perchè stilisticamente impeccabile, con un prologo straordinario, con scene mozzafiato, ma con tanti, tanti dubbi che rimangono. E’ un film storico infarcito da un elemento fantastico, quello del bambino, e che affronta pur sempre fatti realmente accaduti, magari interpretandoli parzialmente, o forse troppo (tralasciamo le molte polemiche di cui si è parlato tanto). Però, proprio perchè parla di “realtà” non riusciamo a perdonargli delle disattenzioni molto gravi, prima fra tutte il livello di comunicazione tra i soldati americani e tutti gli abitanti del paesino dove si rifugiano. Ok, non abbiamo visto la versione originale, ma sicuramente c’è qualcosa che non va con la comprensione di lingue differenti: come diavolo fanno a capirsi nel 1944, bambini, vecchi, vecchie, americani, per giunta neri e magari con zero istruzione? Il fatto è che le caratterizzazioni dei personaggi principali, i soldati di colore della 92ª Divisione "Buffalo Soldiers" dell'esercito statunitense, sono perfette, ma si perdono completamente nell’interazione con gli italiani, comunque mal diretti. La storia è quella di quattro di questi soldati che rimangono dispersi proprio sul fronte “caldo” della guerra di liberazione; si creano così delle dinamiche interne al gruppo, ed esterne, verso la popolazione. L’elemento fantastico è costituito dal ragazzino, quasi un innesto “surreale”, che parla continuamente con il fratellino morto che continua a vedere. A far da corona a tutta la storia sono le scene iniziali e finali ambientate negli anni ottanta. Gli attori americani si salvano per la loro caratterizzazione, soprattutto il gigantesco protagonista Omar Benson Miller -un po’ stupido ma con tanto cuore-, mentre tutti gli altri si perdono, a partire da Valentina Cervi, al partigiano Favino e al grande Antonutti; si salva il solo piccolo esordiente Matteo Sciabordi, preso da Spike Lee perchè gli ricordava i bimbi del neorealismo e il piccolo di “La vita è bella”. Alla fine rimane comunque un’opera con una bellissima confezione: grandi scene, un prologo affascinante, delle trovate che “rimangono”, come quella del soldato che si porta dietro di se la testa di una statua e di cui ne fa il suo portafortuna, e che è nel manifesto della pellicola. La sensazione è che Spike Lee questa volta abbia inciampato, perdendo una grande possibilità: quella di mettere in piedi una grande sinfonia, ma che è invece risultata stonata perchè qualche strumento non è stato accordato bene.

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