Alexander Payne

Avventura

Alexander Payne Nebraska


2013 » RECENSIONE | Avventura | Drammatico
Con Bruce Dern, Will Forte, June Squibb, Bob Odenkirk

05/04/2014 di Alessandro Leone
Nebraska. Un titolo che accoglie all’interno plurimi significati. Non è solo un luogo, è anche un’illusione, una speranza, una meta. Non si tratta di esaltazione patriottica. Qui siamo alle prese con un film intimo, silenzioso, toccante. Candidato a sei premi Oscar, ha ottenuto una serie spropositata di nomination ma al contempo poche vincite, tra cui quella di Bruce Dern come miglior attore protagonista al festival di Cannes. Una scelta assolutamente giustificata e giustificabile.

Il film elabora ed interseca numerosi temi. Iniziamo dal primo, che emerge quasi istantaneamente: la regressione senile. Bruce Dern è Woody Grant, un vecchio padre di famiglia plurialcolizzato a cui fanno credere di aver vinto un milione di dollari. E’ ovviamente una truffa ma la sua testardaggine, tipica di un anziano retrogrado, lo convince a partire da solo (per riscuotere il premio) anche senza l’ausilio di alcuno. A nulla valgono le pressioni, né della moglie, una June Squibb fantastica nel ruolo di un’anziana pimpante, a tratti volgare, quasi un antipodo del marito con cui crea una coppia sì contrastante ma anche affiatata, né del primo figlio, Ross, quel presentatore televisivo che poco prende a cuore, inizialmente, la causa. Il secondo figlio, David, vede l’imposizione del padre come una possibilità per restaurare un rapporto oramai deteriorato e qui subentra un’altra tematica: il rapporto padre-figlio, accompagnato da una condizione che spesso si ripropone, quella del figlio che diventa padre e del padre che diventa figlio. I nostri padri in infanzia erano i migliori a farci vivere le illusioni della vita, adesso avviene il contrario. Una truffa palese diviene il tentativo di un figlio di redimere suo padre dai suoi peccati, senza che lui lo voglia. E’ un viaggio senza meta effettiva, sennonché il viaggio diventa interiore: alla scoperta delle radici di Bruce e di conseguenza quelle di Ross.

A questo punto potremmo introdurre un terzo elemento: la famiglia. La tenacia di Bruce, tanto vituperata dalla moglie e da Ross diventa a sua volta occasione per riunirsi con la famiglia, dal nucleo più importante e più piccolo (quello strettamente casalingo) al nucleo più esteso, quello che include i familiari più disparati in tutti i gradi di parentela. Non sempre però un legame di sangue o d’amicizia consente un rapporto genuino e franco. Bruce ha il difetto di fidarsi di tutti e di acconsentire spudoratamente ad ogni richiesta. Questo lo porta ad esternare l’orgoglio per la vincita. Sorge l’ultima e più importante tematica: l’avidità. E’ avidità quando una persona a te cara sfrutta il legame per una questione economica, è avidità nel momento in cui tornano alla luce debiti mai esistiti ed i pretendenti pretendono (per l'appunto) il tornaconto sulla base di un affetto secolare. Così il viaggio muta in fuga. Fuga da tutti. Una fuga che si profilava come ritorno ma che poi si trasforma in allontanamento. Bruce prosegue, da solo o con il figlio e l'illusione ammette anche i più scettici. Ma alla fin fine, Bruce sarà vincitore di un legame, di un affetto, di una stima, del rispetto: valori che solo singolarmente superano la più grande somma che un uomo possa racimolare. Figuratevi insieme.

Forse il film avrebbe dovuto recuperare il colore, alla modi “Schindler's List”, ma credo che Alexander Payne abbia giustamente pensato che uno spettatore attento avrebbe trovato il suo personale colore sulla base dei sentimenti scaturiti dalla visione. Vi assicuro che tutto diventa variopinto.


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