Down where the spirit meets the bone<small></small>
Americana − Rock

Lucinda Williams

Down where the spirit meets the bone

2014 - Highway 20 Records
21/10/2014 - di
Quando tutto brucia in fretta e la folle corsa all’inseguimento dell’ultima novità attira nella sua trappola il povero ascoltatore bombardato da una copiosa messe di uscite, la scelta di pubblicare un corposo doppio album potrebbe sembrare azzardata e intimorire con la sua pressante richiesta di attenzione. Se la velocità regna ormai incontrastata in ogni nostra attività, rivendicare calma e ponderazione diventa un atto coraggioso e trasgressivo. Allora forza! Prendetevi il tempo necessario e immergetevi in questo disco come fareste con un buon romanzo: la lettura vi conquisterà pagina dopo pagina a tal punto da desiderare che la storia non abbia mai fine.

La Williams (e qui veniamo a uno dei punti nodali delle sue qualità artistiche) ha in dono un vero talento da narratrice, semplice e diretta nella scrittura e molto profonda nello sguardo rivolto ai suoi personaggi, talento che solo i grandi possono dire di avere. Cita spesso tra le sue principali fonti d’ispirazione la grande scrittrice americana Flannery O’Connor, maestra del Gotico Sudista, il cui insegnamento le è stato sicuramente prezioso nello scavo psicologico di una umanità dolente, tormentata da affanni e disillusioni, ritratta nelle tinte oscure di una spiritualità in cerca di riscatto. Secondo la O’Connor il racconto è una forma narrativa in cui contano solo le azioni, i pensieri, l’ambiente in cui si muovono i protagonisti, senza bisogno di alcun intervento diretto dell’autore, che si deve limitare alla mera esposizione dei fatti; così facendo, il racconto diventa un’unità drammatica autosufficiente, recante in sé il suo significato. L’arte del songwriting ha un’arma in più: unisce la musica alla forza delle parole e, quando coglie nel segno, ha effetti sorprendenti. Un risultato che Lucinda Williams ottiene facilmente con questa stupefacente raccolta di canzoni, toccando la vetta più alta della sua carriera, già ricca di soddisfazioni e di opere di notevole valore che l’hanno proiettata ai vertici della canzone d’autore americana. Down where the spirit meets the bone è il suo disco più importante e con esso si guadagna di diritto il titolo di miglior rockeuse in circolazione!

L’anima si incarna in quel mistero chiamato uomo, il cuore trafitto reclama giustizia e compassione. Compassione, ecco la parola chiave! Un segno misterioso del non detto, del non visto, sentimento da offrire anche a chi non lo chiede. I versi del poeta Miller Williams, padre di Lucinda, da lei trasposti in musica, aprono questo fantastico viaggio e danno senso compiuto al resto del racconto, illuminandolo di una spiritualità carnale molto sentita e partecipata dall’autrice che si esibisce in una prova vocale di grande forza ed effetto. La voce sofferta, roca, malinconica, accompagnata dalla sola chitarra acustica, rende  alla perfezione la volontà della Williams di farsi portavoce del dolore altrui sublimando la pietas rivolta a tutti gli uomini, indistintamente. Le parole del padre le devono stare molto a cuore se già alcune righe del poema erano state riportate sulla copertina di West, l’album più vicino a quest’ultimo nel tenore generale, in cui aveva affrontato lo smarrimento conseguente alla perdita della madre. “They still remain my only companion, Loyal and true to the very end, They’ll never ever completely abandon, Ever give up the paper and the pen.”  Così cantava in Words e le parole sono riemerse in superficie ed hanno trovato la via attraverso il canto.

Lo spirito che incontra la carne non ha solo notevoli qualità letterarie, ma tutti i suoi venti brani godono di un elevatissimo profilo musicale e alcuni numeri sono da dieci e lode! Merito di Lucinda, naturalmente, e del cast stellare che la attornia. Un suono omogeneo, preciso, in cui ogni ospite trova la giusta collocazione all’interno del quadro generale e mette la propria specificità al servizio del risultato complessivo senza primeggiare. La Williams non ha ansie moderniste, non insegue il facile effetto e non rincorre il consenso del cosidetto pubblico giovane strizzando l’occhio con prestazioni muscolari fini a se stesse. La sua è musica concreta, solida, strutturata intorno al sound delle chitarre (due in ogni brano): quella dell’onnipresente Greg Leisz e dei grandi nomi che imbracciano la sei corde insieme a lui in una entusiasmante cavalcata elettrica. Ecco quindi sfilare Jonathan Wilson, Stuart Mathis (Wallflowers), Tony Joe White, Val McCallum, Bill Frisell (già con la Williams in West) e Doug Pettibone in un carosello ricco di assoli e preziosi intrecci strumentali. In ogni nota si sente il piacere di suonare insieme e liberare la propria fantasia secondo uno schema dove contano solo bravura e inventiva. La matrice principale è la ballata elettrica, lenta e sporca di blues nella micidiale West Memphis (magnifiche le rasoiate all’armonica di Tony Joe White e il coro nerissimo da sabba gospel in chiusura) e in Big mess, liquida e distesa (qui c’è lo zampino di Jonathan Wilson) nel refrain azzeccato di Burning bridges, decisamente country in This old heartache e When I look at the world, decisamente rock in Walk on, di forma squisita ed elegante, bagnata nelle acque paludose della Louisiana in Something wicked this way comes, presente anche qui Tony Joe White (e si sente!). Se i solisti sono la punta di diamante, non è da meno la sezione ritmica quasi sempre affidata a Pete Thomas e Davey Faragher (entrambi già alla corte di Elvis Costello) cui si alternano Bob Glaub e Butch Norton (Eels), senza dimenticare la presenza qua e là di Ian “Mac” McLagan (inutile ricordare il suo passato nei Faces, giusto?) e Patrick Warren alle tastiere.

Merita una doverosa menzione la splendida interpretazione di Magnolia del compianto J.J. Cale: dieci minuti di pura eccellenza in cui il tempo si dilata e il raffinato dialogo delle chitarre di Frisell e Leisz tesse una magnifica trama sonora intorno alla voce sensuale ed ispirata della Williams per chiudere così l’album in bellezza con una intensa ed estasiante coda strumentale. 

Ci sono le canzoni, ci sono i musicisti, soprattutto c’è Lucinda Williams che segna una tappa importante del rock d’autore e si impone come pietra di paragone con cui nel tempo a venire si dovrà misurare chiunque vorrà aspirare a un ruolo di primo piano tra i migliori songwriter. Non manca quindi nessun ingrediente per definire When the spirit meets the bone un capolavoro e inserirlo tra i dischi più belli dell’anno, anzi assegnargli senza esitazione il podio più alto!

Track List

  • Compassion
  • Protection
  • Burning Bridges
  • East side of town
  • West Memphis
  • Cold day in hell
  • Foolishness
  • Wrong number
  • Stand right by each other
  • It’s gonna rain
  • Something wicked this way comes
  • Big mess
  • When I look at the world
  • Walk on
  • Temporary nature (of any precious thing)
  • Everything but the truth
  • This old heartache
  • Stowaway in your heart
  • One more day
  • Magnolia

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