World without tears<small></small>
Americana

Lucinda Williams

World without tears

2003 - LOST HIGHWAY
28/07/2003 - di
A meno che si tratti di Springsteen e Dylan, nel rock americano, non si è più abituati a vedere la qualità corrisposta da tanta attenzione. Per “World without tears” si è scomodato addirittura Vanity Fair e, se anche una rivista effimera e frivola, si occupa di lei, vuol dire che Lucinda Williams sta diventando un modello, non solo per le donne single.
Le sue canzoni, comprese quelle di questo ultimo disco, sono un concentrato di dolore e di amarezza, di delusione e desiderio: trasportano nella musica il lato più debole e nascosto dell’animo umano, quello carico di rancori e di sconfitte di cui tutti ci vergognamo. Ammissioni, che non sono fragili languori fini a se stessi, ma constatazioni di una realtà interiore di cui prendere coscienza, senza alcuna possibilità di redenzione.
Lucinda è unica e credibile, perché si immedesima con la propria arte. Forse la sua vita è realmente composta da ciò che succede nelle sue canzoni: per chi volesse saperne di più rimandiamo al saggio contenuto in “Rock, pop, jazz e altro” di Nick Hornby.
È chiaro che Lucinda è innamorata del blues, è dipendente dal blues. Secondo la tradizioni e i canoni estetici di un genere, che è stile di vita, arriva a fuggire e allo stesso tempo cercare il dolore, a rassegnarsi per illudersi nuovamente. Per reazione e per disperazione, circonda poi se stessa e le sue canzoni di oggetti sacri dal gusto kitsch, come si vede anche dal booklet: è un processo psicologico vitale, dettato dalla sofferenza, che trova nel blues un’espressione adatta.
Una scelta talmente estrema, su cui non è facile costruire una vita e una carriera, soprattutto se si è donna e non si ama essere trattenuta: perciò la sua musica è un concentrato di generi senza esserne mai nemmeno uno. Un po’ come quell’uomo che continua ad inseguire, che arriva a sfiorare, ad abbracciare per un attimo, ma da cui non riesce mai a farsi amare.
Nonostante un approccio più live e più rock di “Essence”, “World without tears” mantiene un carattere lento e sofferto. E sono i pezzi mossi quelli che risentono più dell’esterno: “Righteously” ha un assolo di stampo hendrixiano, “Real Live Bleeding Fingers” sembra una canzone ripudiata dal Neil Young più arruginito o dagli Stones di “Exile on main street”, “Atonement” è un incesto oscuro tra Muddy Waters e Nick Cave, mentre da “Sweet Side” potrebbe scaturire una possibile relazione tra Bob Dylan e Lou Reed. Eppure Lucinda è sempre personale ed inconfondibile: la sua scrittura è una cicatrice che non si rimargina e la sua voce è quella di una donna che ormai ha superato la soglia del pianto.
Prodotto da Mark Howard (Dylan, U2), il disco non ha nulla di lacrimevole: immagini di sangue e vomito contrastano con la purezza ideale della neve e della fede. “People talkin’” soffre di monotonia, ma per il resto gli arrangiamenti, pur partendo da un blues e da un country primitivi, non suonano mai retrò, neanche quando prevale la steel guitar, strumento country e languido per eccellenza.
Non sono tradizionali le ballate più roots, come non è moderna “American dream”, un rap dolente, con wurlitzer e armonica, che guarda con cinismo al sogno americano, tradito e malmenato, proprio come un amore vittima di violenza.
Si sbagliano coloro che pensano che la musica della Williams sia un palliativo incline alla lacrimuccia: queste canzoni non piangono, anche se sotto le dita hanno ferite sanguinanti. C’è da sperare che anche i lettori di Vanity Fair si accorgano di questa forza.

Track List

  • Fruits of My Labor|
  • Righteously|
  • Ventura|
  • Real Live Bleeding Fingers|
  • Over Time|
  • Those Three Days|
  • Atonement|
  • Sweet Side|
  • Minneapolis|
  • People Talkin´|
  • American Dream|
  • World Without Tears|
  • Words Fell

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