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Cheap Wine - Exploding underground
Cheap Wine

Cheap Wine

Exploding underground


02/02/2007 - di Christian Verzeletti

      
 
   Exploding underground
        >> Speciale Cheap Wine

I Cheap Wine sono la nostra scelta per la copertina di questo febbraio 2007. Da pochi giorni hanno pubblicato un nuovo disco, “Freak show”, ultima tappa di un percorso partito da lontano, dieci anni fa, in mezzo al nulla.


1. AMONG THE STONES: LA FORMAZIONE DEI CHEAP WINE

- Rock this town

Una band, o almeno una rock band, nasce nella maggior parte dei casi per reazione. Per trovare una via d’uscita ad un luogo che opprime mentalmente e fisicamente.

I Cheap Wine confermano la regola e cominciano a suonare per sfuggire alla desolazione che attanaglia l’Italia negli anni Ottanta, in particolare quel Centro-Sud da cui provengono: “Pesaro è la classica piccola città della provincia italiana. Una città fredda, chiusa, poco accogliente. Una città che negli anni Settanta aveva una certa vitalità e qualche personaggio interessante: ma adesso è invecchiata, ed è invecchiata male. Ai giovani non offre nulla dal punto di vista artistico e culturale”.

La scintilla parte da Marco Diamantini: “I Cheap Wine erano nati alla fine degli anni Ottanta, ma suonavano solo in un vecchio garage. Io sono l’unico reduce da quella preistoria. Quando ho deciso che volevo fare qualcosa di serio, sono rimasto solo, perché gli altri compagni di allora cominciavano ad avere altri programmi: famiglia, carriera, ecc. Nel frattempo, Michele, Alessandro e Francesco avevano un loro gruppo, ma anche questo si stava sfaldando. Così abbiamo deciso di metterci insieme e di conservare il nome Cheap Wine”.

La formazione, che non muterà più, vede Marco Diamantini (voce, chitarra) affiancato dal fratello Michele “Roccia” Diamantini (chitarre), da Alessandro “Fruscio” Grazioli (basso) e da Francesco “Zano” Zanotti (batteria).

I quattro cominciano a seguire le strade del rock americano, che dalle nostre parti non sono certo le più frequentate. Le prime canzoni descrivono una realtà piatta, desolata: “Wastin’ all and waitin’, this town’s dancing slow / Nothing moves around here, it’s just like a boring show” (“Rock this town”). L’esordio poi idealizza un “better place” che si ricollega ai tanti sogni di fuga presenti nella storia del rock: “we’re gonna find a better place / or we won’t stop at all”.

È chiaro che c’è una realtà in cui i Cheap Wine non si riconoscono e una invece che vogliono raggiungere a tutti i costi.

– Set up a rock’n’roll band

Ad alimentare la spinta iniziale sono anche dischi, libri e pellicole cinematografiche: Neil Young, Bruce Springsteen, Bob Dylan, Greeen On Red, Dream Syndicate e tanti altri per quanto riguarda la musica. Poi “autori noir come Jim Thompson, James Lee Burke e la beat generation, Kerouac in testa, e Bukowski. Nel cinema il caposaldo è “Easy Rider” e poi decine di altri titoli tra cui di sicuro i western di Sergio Leone e i grandi film di Scorsese”.

Si tratta di passioni che marchiano a fuoco l’anima, come succede a molti. Nel caso dei Cheap Wine tutto ciò aumenta la tensione verso un suono bruciato dall’underground e più in generale verso una visione del mondo spietata. I ragazzi non solo sono influenzati, ma di più: si riconoscono nel rock, ne assimilano la forza e ne concretizzano lo stile, le tematiche, l’etica all’interno della propria esperienza.

Questa coerenza è la linfa di cui si nutrono producendo dischi anomali per il panorama italiano. L’impianto sonoro-narrativo è trapiantato dal rock americano e coltivato in una terra come quella italiana, che per tradizione è ostica ad una materia poco melodica, per nulla accomodante e affatto nostalgica.


2. A BETTER PLACE: I PRIMI DISCHI DEI CHEAP WINE

Pictures”, 1997 (Cheap Wine / Toast Records)
La prima uscita comunica un senso di attesa, un desiderio di fuga non ancora messo in atto, e allo stesso tempo constata esplicitamente la propria diversità in pezzi come “Oh no!” o “Invisible”. I Cheap Wine sono all’esordio, ma già sono delineate alcune caratteristiche precise tra cui la componente cinematografica evidente in “Trifle”: “My eyes see a movie, what can I do / It’s running, I’m just a super”. Il brano chiude la scaletta e come spesso succederà nei dischi successivi apre lo sguardo su un paesaggio in dissolvenza da ultima scena. Le cinque istantanee qua raccolte sono pronte per essere sviluppate in un contesto più ampio.

 “A better place”, 1998 (Cheap Wine)
Si comincia ad intravedere uno sbocco che prende forma nel lato più oscuro della città, quello in cui si rispecchia un’interiorità tormentata, riflessa tra armi, auto rubate, “dark angels”, “dangerous game” e “broken dream”. Dal punto di vista dell’impatto sonoro i pezzi acquistano peso e da quello narrativo i testi confermano la capacità di costruire un percorso proprio. “Playing with a butterfly” introduce il momento del sogno e la figura di un pellerossa (un tipo di incontro con personaggi a margine che si ripete in altre canzoni dei Cheap Wine): la guerra e la devastazione sono protagoniste e la fuga è più che un desiderio. Tutto lascia presumere un nuovo salto che si compirà di lì a poco.

Ruby shade”, 2000 (Cheap Wine)
La fuga si compie e l’avanzamento comporta un’energia che tracima da pezzi come “Bad guy” e “Devil’s on my side” (“I broke away / From that jail last night / I killed the jailer / Wiped out the wall and now / I feel alright”). I personaggi impugnano le armi e puntano dritti verso il Messico, frontiera lontana ma unica  via possibile per i propri sogni. Il viaggio presuppone un carico di fede illimitato (“Keep on searchin' and you'll never die”) che permette di non smarrirsi neanche quando si è perduti o addirritura cacciati. Pezzi come “A blaze in the dark” e “Set up a rock’n’roll band” sono ancora oggi punti fermi nelle scalette della band. E “Mary” è la ballatta che chiude il disco sfumando in lontananza, con dentro un fuoco che divampa a lungo attraverso la chitarra di Michele Diamantini.


3. CASTAWAY: L’IDENTITÁ DEI CHEAP WINE

- Freedom is my only plan

Sin dall’inizio è chiaro ai Cheap Wine che non c’è spazio per loro nel ristretto sistema musicale italiano: “Il nostro cd d’esordio “Pictures” uscì con la Toast e non fu una bella avventura. Da quel momento decidemmo che, in mancanza di proposte davvero serie, saremmo andati avanti con l’autoproduzione e l’autogestione. Da allora, proposte serie non sono mai arrivate”.

Uno spazio quindi se lo creano suonando e muovendosi da sé: “Ricordo i primi concerti lontano da Pesaro: partivamo con due macchine, la mia e quella di Francesco che aveva una vecchissima station wagon, cadente ma molto capiente. Quando la Station wagon è “deceduta”, mi pare fosse il 2002, siamo stati costretti a procurarci un furgone: abbiamo trovato un Ducato usato (molto usato), l’abbiamo pagato pochissimo, circa tre milioni e mezzo delle vecchie lire, ci abbiamo montato un impianto Gpl e da allora non si è più fermato. Lo adoriamo, quel furgone”.

La band sviluppa un’attitudine indipendente, che a differenza però di molti gruppi italiani non si fa limitare da alcuna estetica. Anche in studio la scelta rispecchia in pieno questo approccio personale: “Tutti i nostri album sono stati registrati nello studio di Alessandro Castriota e non per caso. E’ un grandissimo professionista, uno dei migliori fonici italiani e una splendida persona con cui è nato un vero rapporto di amicizia”.

Alla formazione si aggiunge “Maurizio, detto Ciocco, che è a tutti gli effetti il quinto Cheap Wine: viene a tutte le prove, a tutti i concerti e ci conosce meglio di chiunque altro. E’ una grande persona, una di quelle in via di estinzione ed è anche uno dei più grandi esperti di musica rock che io abbia mai conosciuto: una vera enciclopedia”. Persino coloro che contribuiscono in studio aggiungendo sfumature alle canzoni non sono ospiti, ma amici con cui instaurare un rapporto continuativo: Alessandro Castriota (piano, keyboards, vocals), Alessandra Franceschetti (violino), Claudio Damiani (voci), Marta Graziani (voci) sono musicisti che si ritrovano di disco in disco.

 Ciò permette ai Cheap Wine di sviluppare la propria musica in assoluta libertà e con la massima coerenza. I risultati sono molto rock e, nel caso ci fossero dubbi sull’integrità e sul fine del progetto, basta andare ad ascoltarsi per esempio “So far away”: “I can't stand your life style, your mean games, your fake smile / Your nasty world, so far away from me / Take your god, take your pride / Take your money and your funny disguise / Take what you want and sail away tonight / 'Cause now freedom is my only plan”.

Questa libertà investe ogni particolare del progetto: tutto nei Cheap Wine è curato direttamente dagli stessi membri della band. “La mole di lavoro è enorme. Parecchie ore al giorno, tutti i giorni sono dedicate ai Cheap Wine. Internet, in questo, è molto utile. Il nostro sito è ben curato e abbiamo una mailing list piuttosto vasta. È’ importante tenere aggiornati i fans e gli organi d’informazione sulle attività della band. Ricevo parecchie telefonate da gruppi appena formati che mi chiedono come fare per ottenere attenzione e visibilità: la risposta è che non si può pensare solo a suonare, ma ci sono molti altri aspetti che vanno curati e senza motivazioni fortissime è impossibile andare avanti. È un lavoro molto impegnativo e noi facciamo tutto da soli. Credo che il caso dei Cheap Wine sia unico in Italia: non penso esistano altre band con una storia di dieci anni di autoproduzione e autogestione. È dura, ma così ci garantiamo la massima indipendenza e libertà artistica, senza condizionamenti di nessun tipo. E in questo è importante anche il ruolo della Venus che distribuisce i nostri cd nei negozi”.

Significativo è l’artwork dei cd, spesso curato dal batterista Francesco Zanotti, ideatore di una grafica a tema che si può ammirare sul sito della band www.cheapwine.net e soprattutto nei booklet di “Crime stories” e “Freak show”: le sue stilizzazioni rappresentano i membri del gruppo e sottolineano il carattere outlaw dei rispettivi dischi. Le espressioni dei suoi personaggi colgono in pieno la fierezza che caratterizza i Cheap Wine.

La convinzione ereditata dalla fede nel rock è maturata in un’identità forte che non vacilla davanti alla mancanza di successo. I Cheap Wine proseguono così sulla loro strada ottenendo l’attenzione dei media più attenti e appassionati: “Le radio americane trasmettono di frequente le nostre canzoni.“Moving” ha avuto un airplay notevole anche in Inghilterra, in Germania e nel resto d’Europa. Chiaro che non sono le grandi emittenti commerciali, ma stazioni attente al rock e alla musica indipendente. In Italia, troviamo una buona accoglienza da parte delle radio meno soggette alle cosiddette regole del mercato, ma nei grandi network la strada è sbarrata”. Non esiste una scena rock, ma la band non è certo vittima di questa mancanza: “In Italia esiste un’assurda competizione anche fra piccole band. La classica guerra fra poveri. Nei primi anni di vita dei Cheap Wine contattavo continuamente musicisti con il nostro stesso background, nella speranza di dar vita ad una piccola “scena”. Niente da fare. Adesso non ci provo nemmeno più. Ognuno è chiuso nel suo piccolo mondo, ognuno pensa agli affari suoi. Le persone migliori le ho trovate nei gruppi che non hanno ancora inciso dischi, che non riescono ad uscire dal proprio ambito locale, ma che suonano con grandissima passione. Piuttosto ho una bella corrispondenza con due artisti americani: Steve Wynn e Al Perry. Bisogna ammettere che fuori dai nostri confini l’atteggiamento dei musicisti verso i loro “colleghi” è ben diverso”.

Valgono di nuovo le parole, fiere e incazzate, di una loro canzone: “I’m a castaway / I’m a scarecrow / I’m the one you never know / I’m the bad guy waitin’ for you behind the door”.


- The dark side

A questo punto, siamo nel 2000, al terzo disco, i Cheap Wine hanno una loro personalità, focalizzata su quello che possiamo chiamare “il lato oscuro”, ovvero quella parte dell’interiorità apparentemente più marginale, relegata nei bassifondi dell’animo e della realtà. Il cosiddetto “the dark side”.

Ogni singola canzone della band punta lo sguardo e gli strumenti verso questo ambiente: il tipo di umanità presa a modello (fuggiaschi, criminali, reietti) è la diretta conseguenza di questa attenzione verso la parte più recondita del sé. Fondamentale è la lettura di Jim Thompson, autore di quel “The killer inside me” che ha dato il titolo anche ad un disco dei Green On Red  (i Cheap Wine hanno chiuso il triangolo prendendo il loro nome proprio da una canzone dei Green On Red).

Quando cantano del buio, del deserto, di prigioni, di armi, di città devastate, di serpenti e di diavoli, i Cheap Wine danno una forma più o meno simbolica ad un’esistenza al limite: ciò che interessa è l’uomo che vive mettendosi alla prova in condizioni estreme, al di là delle opprimenti regole del sistema e dei propri errori.

Spesso la molla è l’odio, che non a caso ricorre nei primi dischi (“I hate this town and you’re so vain”, “I hated and I was searching a new land / I chose the hardest way but it was the day to make a stand”). Ma anche il sogno e l’amore sono sensazioni che portano a perseguire il proprio obiettivo rifiutando qualunque compromesso e rompendo con la realtà.

Logico quindi che questo tipo di “interessi” e di “attrazioni” portasse i Cheap Wine ad approfondire i temi del crimine, del viaggio e della perdizione.


4. IL CRIMINE, IL VIAGGIO E LA PERDIZIONE: GLI ULTIMI TRE DISCHI DEI CHEAP WINE

“Crime Stories”, 2002 (Cheap Wine / Venus)
Quasi a ribadire definitivamente la loro screscita, i Cheap Wine pubblicano un concept album sul crimine: tutto nel disco contribuisce a dare forma alla tensione fisica e psicologica di chi vive ai limiti (ed oltre) della legalità. Per la prima volta l’artwork gioca il suo ruolo grazie all’apporto grafico del batterista Francesco Zanotti, ma sono soprattutto le canzoni e gli arrangiamenti a suonare coerenti con chi ha scelto un’altra strada.
Grazie ad una spinta prepotentemente rock e a ballate spettrali, il crimine è “inteso in senso lato come trasgressione di una regola precostituita. L’intenzione è quella di indagare sulle motivazioni, la psicologia ed i presupposti di chi infrange una regola. Fino al delitto ineluttabile che a volte rende infinitamente sottile la linea di frontiera tra “bene” e “male”. Un disco fondamentale che apre una nuova fase nella storia dei Cheap Wine.

“Moving”, 2004 (Cheap Wine / Venus)
Come il suo predecessore anche “Moving” è un disco a tema: l’argomento questa volta è il viaggio. I Cheap Wine elaborano ulteriormente i temi di quella che può essere ormai definita la loro “poetica”: la fuga, il deserto, l’illegalità e l’inquietudine sono traslati con una rabbia cha dà ulteriore forza alle metafore. Più che un rimando alla cultura americana la strada è un luogo da cui partire facendo  terra bruciata delle influenze, dei sogni e di qualunque oppressione imposta dalla realtà.
La tensione di “Crime stories” si fa ribellione e non risparmia nemmeno “One more cup of coffee” (di sua maestà Bob Dylan) che diventa una “ballata alla Cheap Wine”. Pezzi come “Move along”, “Snakes” e “Haze all down the line” sono cavalli di battaglia travolgenti dal vivo.

“Freak show”, 2007 (Cheap Wine / Venus)
Forti del bagaglio sonoro e narrativo accumulato soprattutto con gli ultimi due dischi, i Cheap Wine chiudono il cerchio aperto con “Crime stories”. “Freak show” non è un concept, ma è comunque un album tutto d’un pezzo: le canzoni guardano più verso l’esterno e vanno a colpire la follia umana constatando una realtà perversa, aggrovigliata su sé stessa. L’artwork torna ad offrire una rappresentazione a tema elaborando graficamente il circo impazzito descritto nei brani, mentre gli arrangiamenti sono rinvigoriti dalla presenza delle vocals che rendono corale una presa di coscienza già di per sé rabbiosa. Esemplare la title-track che coglie l’assurdità del sistema umano in generale: “here comes the freak show!”.

Si può ormai affermare che i Cheap Wine si sono costruiti un percorso reagendo alla forza del loro suono e delle loro canzoni: di disco in disco la band dei fratelli Diamantini ha aumentato il carico della portata rispondendo alle sollecitazioni interne alla propria musica. Inevitabile che un cammino di maturazione coerente come il loro li portasse da un desiderio di fuga personale ad una scoperta dei lati più oscuri dell’animo umano fino ad una denuncia spietata delle piaghe che lo ammorbano.
Per ora lo scenario cala sulle ultime note di “Evil ghost”:
“Maybe tonight I’ll wake up and see / everything was just a wicked dream”.


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