Keep Calm<small></small>
Jazz Blues Black − Jazz − Rock, experimental

Underdog

Keep Calm

2012 - Altipiani/MArteLabel
19/02/2013 - di
Underdog, leggasi “emarginato– derelitto – diseredato - perdente”; nome che parrebbe  mutuato dal titolo della biografia di Mingus anche se numerosi sono gli  spunti che l’arte di questo ottimo ensemble di Tivoli offre.

Tre anni fa il gruppo esordiva con Keine Psychotherapie dando già evidenza dei sostanziali elementi della loro ispirazione; una musica a cavallo tra canto punky, funk acido, cabaret d’epoca, post rock, latin demenziale, classicismi distorti, jazz irriverente, canzone sincopata anni 30-40 e teatrino dell’assurdo: in altre parole, una miscela quasi anarchica che però resta compatta grazie alla lucidità delle idee.

I protagonisti di questa avventura sono Basia Wisniewska (voci) e Diego Pandiscia (voci e basso) uniti a Giuseppe Trastulli (piano), Francesco Cipriani (chitarra elettrica e “giocattoli”), Alberto Vidmar (trombone), Michele Di Maio (violino) e Fabio Mascelli (batteria, percussioni e “giocattoli”).

Il kit strumentale lascia intuire una propensione alle divagazioni improbabili ed alle libere variazioni che costituiscono le linee guida di un disco squisitamente indie, spontaneamente sgangherato e  richiamante echi di Primus, Go Go Bordello, Weill, Skiantos, Nina Hagen, Johnny Lyndon, Blonde Redhead, Nick Cave,  Tom Waits ,….

La base del lavoro è la schizofrenia estetica marcata dalle voci di Basia e Diego; la prima da soprano leggero underground  e la seconda da seguace di Les  Claypool.
Questo bipolo crea un contrasto all’interno del quale ci sta tutto con coerenza, perché se qualcosa non assomiglia ad un estremo richiama quell’altro e la sensazione è che comunque ogni divagazione sia logica.

Si ascolti a questo proposito Soulcoffee, dove la base è di una ballata malata sorretta da un violino lievemente dissonante, da un piano e da un basso  punteggiati e minimalisti, per poi virare a sfumature pop,  ad un fiero crescente spagnolo  (nella prima metà) e ritirarsi poi negli umori dell’incipit;  apparentemente sconnesso  ma in realtà solidamente strutturata e quindi in grado di decollare ben oltre il livello dello sfogo da dilettanti.

Che l’apparente leggerezza e superficialità sia in realtà tutt’altro emerge dai ripetuti richiami allo spirito della “musica per tutti” degli anni ’30 nata dalla penna di Weill; tracce evidenti compaiono in numerosi passaggi virati poi al punk teutonico femminile (The revolution is subject to delay) o al canto da musical da bassifondi (Berlin).

Il ritmo è un altro elemento degno di rilievo; sovente punteggiato ed ostinato per poi passare a momenti dilatati tirando i brani come se fossero degli elastici, non disdegnando momenti da  valzerini mittleuropei  uniti a passaggi da lieder domestici (Niko); qui lo spoken e la cadenza potrebbe portare alla memoria il Richard O’Brian nella conclusione del mai troppo apprezzato Rocky Horror.

Insomma, un disco geniale, denso di incroci e di mescolanze che conferma un teorema vero in tutti i settori della vita umana: gli incroci rafforzano la discendenza.
La razza pura venga lasciata agli idioti, destinati per questo a scomparire (si spera il prima possibile); lunga vita alla libertà che non rinnega la storia ma la sa rinnovare con creatività.

Musica di questo tempo e di questa generazione: da ascoltare, assolutamente.

Track List

  • Lundi massacre
  • Empty stomach
  • Jackie the Priest
  • I’m waiting for my Doc
  • Macaronar
  • Niko
  • Cuore matto
  • Goodbye
  • Soulcoffee
  • The revolution is subject to delay
  • Mommy on the sofa
  • Berlin