The Gentlemens Agreement Apocalypse Town
2014 - Subcava Sonora/Digitalea
Lo sviluppo dal country-folk ai più complessi e formalmente ricchi fraseggi della Mbp e del jazz i The Gentlemen’s Agreement lo avevano già compiuto con Carcarà (2011), ma in Apocalypse Town sono arrivati a un perfezionamento artistico tale da compattare in un solo disco paradigmi sonori eterogenei e trasversali, fino a farne un lavoro maturo e incisivo.
Alla forma romanzata del disco precedente, stavolta sostituiscono l’impianto narrativo dell’opera rock, all’interno della quale 12 tracce orbitano intorno al concept della Fabbrica, stilema metaforico della ripetitività metropolitana e dell’alienazione individuale, al cui meccanicismo i The Gentlemen’s oppongono il riscatto di una più umanizzante etica ecologistica.
L’unica fedeltà a cui si attengono è quella al concept album e a una base tropical che resta il trademark di Apocalypse Town, visto che per il resto la tracklist è un inventario acustico che rilegge anche in maniera originale sonorizzazioni noise e frammenti di impressionismo raveliano (Leitmotiv #1 INCUBO e Leitmotiv #2 CONSAPEVOLEZZA), bossa nova (Rumore su rumori), prog, samba e tammurriata (KABOOM! Chiude la Fabbrica), groove funky, “panciata” brasiliana e jazzcore (Adeus).
La fecondazione tra popular e rimaneggiamenti rumoristici è ottenuta senza economia di mezzi per rendere quanto più realistica possibile la ritualità della catena di montaggio e i The Gentlemen’s raggiungono, attraverso l’uso di Macina Bulloni, trapani e lucidatrici sfregati su campanacci, Psyco Sitar e Mollofono, una credibilità di ambientazione e un’intensità melodica assolutamente significanti.
In questo terzo lavoro suona tutto in maniera calibrata e ogni arrangiamento sta al suo posto in dosaggi compositivi mai inquinati dall’ambizione a strafare. Il risultato, quindi, sta in pareggio con l’eclettismo della band, che rispetto ai primi due lavori ha raggiunto un grado di padronanza tecnica ed esecutiva più incline alla ricerca e alla sperimentazione di difformità stilistiche di indubbia riuscita.
Il tutto mantenendo talmente coesa la struttura del disco da avere le carte in regola perché diventi un vero e proprio musical.
Se questo è il livello della terza prova in studio dei The Gentlemen’s Agreement, si spera che sia un turning point da cui proseguire per arrivare a una quarta produzione che, visti i precedenti, si candiderebbe a diventare il pezzo da novanta della loro discografia.
Una curiosità: anche la produzione del disco ha seguito un iter lontano dalle logiche della mercificazione, essendo stato realizzato attraverso il baratto, quindi senza utilizzo di moneta. I The Gentlemen’s hanno, infatti, registrato l’album al SudEstudio di Campi (Lecce) di Stefano Manca e in cambio hanno lavorato per un mese alla costruzione di una delle sale di ripresa dello studio.
Alla forma romanzata del disco precedente, stavolta sostituiscono l’impianto narrativo dell’opera rock, all’interno della quale 12 tracce orbitano intorno al concept della Fabbrica, stilema metaforico della ripetitività metropolitana e dell’alienazione individuale, al cui meccanicismo i The Gentlemen’s oppongono il riscatto di una più umanizzante etica ecologistica.
L’unica fedeltà a cui si attengono è quella al concept album e a una base tropical che resta il trademark di Apocalypse Town, visto che per il resto la tracklist è un inventario acustico che rilegge anche in maniera originale sonorizzazioni noise e frammenti di impressionismo raveliano (Leitmotiv #1 INCUBO e Leitmotiv #2 CONSAPEVOLEZZA), bossa nova (Rumore su rumori), prog, samba e tammurriata (KABOOM! Chiude la Fabbrica), groove funky, “panciata” brasiliana e jazzcore (Adeus).
La fecondazione tra popular e rimaneggiamenti rumoristici è ottenuta senza economia di mezzi per rendere quanto più realistica possibile la ritualità della catena di montaggio e i The Gentlemen’s raggiungono, attraverso l’uso di Macina Bulloni, trapani e lucidatrici sfregati su campanacci, Psyco Sitar e Mollofono, una credibilità di ambientazione e un’intensità melodica assolutamente significanti.
In questo terzo lavoro suona tutto in maniera calibrata e ogni arrangiamento sta al suo posto in dosaggi compositivi mai inquinati dall’ambizione a strafare. Il risultato, quindi, sta in pareggio con l’eclettismo della band, che rispetto ai primi due lavori ha raggiunto un grado di padronanza tecnica ed esecutiva più incline alla ricerca e alla sperimentazione di difformità stilistiche di indubbia riuscita.
Il tutto mantenendo talmente coesa la struttura del disco da avere le carte in regola perché diventi un vero e proprio musical.
Se questo è il livello della terza prova in studio dei The Gentlemen’s Agreement, si spera che sia un turning point da cui proseguire per arrivare a una quarta produzione che, visti i precedenti, si candiderebbe a diventare il pezzo da novanta della loro discografia.
Una curiosità: anche la produzione del disco ha seguito un iter lontano dalle logiche della mercificazione, essendo stato realizzato attraverso il baratto, quindi senza utilizzo di moneta. I The Gentlemen’s hanno, infatti, registrato l’album al SudEstudio di Campi (Lecce) di Stefano Manca e in cambio hanno lavorato per un mese alla costruzione di una delle sale di ripresa dello studio.