Patrizia Laquidara Flòrula
2026 - Bassa fedeltà
Dalle pagine del romanzo e dal suo vasto campionario di umanità e 'nciurie - i nomignoli familiari della tradizione siciliana - emerge soprattutto Anna la ciaccaligna, appellativo che designa chi possiede una lingua tanto tagliente da spaccare la legna. Una donna, madrina dell’artista, che persino nel sonno aveva il volto di chi le aveva viste tutte, che si era sposata per mantenere una promessa cui non poteva venir meno e che attraversava le proprie giornate col respiro affannoso e con un «malanno ca jecca sangu»; una donna che, nell’esatto momento in cui si trasforma da parola scritta in parola cantata, smette di appartenere alla storia individuale dell’autrice per diventare - questa è la magia della musica - universale.
“Càlati juncu ca passa la china” (calati giunco, che passa la piena): il sottotitolo di Anna la ciaccaligna, brano nel quale sonorità cantautorali e innesti elettronici si fondono con equilibrio - la pulsazione elettronica che si fa immediato motore narrativo - è anche la filosofia di vita della protagonista che, davanti alle tragedie dell'esistenza, sapeva piegarsi senza mai spezzarsi.
La figura di Anna compare, insieme ad altre figure femminili che hanno abitato l’albero genealogico della Laquidara, anche nel capitolo iniziale del disco, Nessuno deve restare fuori, nel quale, avvalendosi del contributo vocale della palermitana Giulia Mei, l’artista riscrive il brano Ti ho vista ieri, edito come singolo nel 2025. Il brano diventa così, da racconto autobiografico, un canto collettivo che dà voce a tutta quell’umanità minore che chiede, appunto, di essere ascoltata e di non restare fuori. Anche in questo caso il ritmo rappresenta il cuore del brano, il brodo primordiale dal quale prende vita, ma le pulsazioni elettriche vengono sostituite dal suono primitivo del marranzano e dalla sua immensa forza evocativa, immediatamente riconoscibile sul piano geografico - d’altro canto è in Sicilia che la linea paterna dell’artista affonda le sue radici - e, allo stesso tempo, capace di trasformare il canto in qualcosa di arcaico e universale.
La memoria, vera protagonista di un disco nel quale ogni episodio assume i contorni di un piccolo film in bianco e nero, ritorna prepotentemente in altri tre brani: La bambina, raffinato elettro-pop nel quale l’autrice rivede se stessa da bambina e ne ritrova, oggi adulta, la caparbietà nel rialzarsi dopo ogni caduta; Cunizza (Assabenerica), nuova versione del brano che aveva inaugurato il progetto, canto corale ispirato all’antica processione della Vara di Messina; e La ragazza della 127, suggestivo racconto on the road - scritto assieme a Kaballà - degli interminabili viaggi di ritorno verso quel Sud che, per chi aveva ormai messo radici altrove, diventava meta di vacanze senza mai smettere di essere casa.
In un tempo come quello attuale, nel quale la velocità è diventata un’esigenza spesso immotivata - quando non una vera e propria nevrosi -, acquista un valore ulteriore il racconto, già presente nel libro, di un’Italia e di un’infanzia che non esistono più. Quelle minuscole utilitarie - almeno per gli standard odierni - stipate di persone, di provviste e di canzoni da intonare per far passare più in fretta il tempo e rendere più sopportabili il caldo e la noia, da sbiadite fotografie custodite negli album dei ricordi di molti, diventano il pretesto per trasformare una geografia ben riconoscibile - il Sud, appunto - in una condizione universale, capace di racchiudere l’intero mondo che si sposta, migra e cerca altrove il proprio posto, perché “tutti siamo a sud e tutti siamo sud”.
Il tema del viaggio in Sicilia ritorna anche in Alicudi, scanzonato brano dal sapore vagamente retrò cantato a due voci assieme ad Antonio Vargas che, attraverso immagini dal taglio decisamente cinematografico, racconta la prima vacanza, nella più remota e selvaggia delle isole Eolie, di due innamorati. La bossa nova, primo amore dell’artista, lievemente contaminata dall’utilizzo dell’elettronica - una costante del disco - diventa la colonna sonora dei piccoli gesti, dei dialoghi, dei battibecchi e della complicità che accompagnano i primi passi della loro relazione. Il tutto è raccontato con garbo e ironia in quella che è probabilmente la canzone più concreta, più leggera e immediata del disco.
Le trasformazioni e le rinascite della vita sono l’argomento della delicata Nuova luce, che inizia con la frase che apriva anche il libro (Nascere, morire e poi rinascere) e si conclude con un'eco di tamburi lontani, che a quei cambiamenti intendono forse dettare un ritmo.
Descrivere ogni singola traccia che compone un disco non è forse il modo migliore per raccontarlo ma in questo caso, trattandosi di un lavoro i cui episodi vanno a incastrarsi perfettamente tra le pagine di un romanzo autobiografico, è un’operazione necessaria per trovare la corretta chiave di lettura di entrambi e, in quest’ottica, assolutamente emblematico è l'episodio conclusivo del disco.
Il compito di chiudere un album che si era aperto con l’elenco delle figure femminili che popolano l’albero genealogico di Laquidara spetta infatti a Ti saluto con la mano, delizioso elettro-pop cantato a due voci assieme al rapper El Coco, che dell’artista è anche nipote e che del testo - nato da una poesia di Lorenzo Maragoni - è coautore: un vero e proprio passaggio di testimone tra quelle figure femminili così decisive nell’immaginario dell’autrice e il più giovane rappresentante di quell’albero; un ideale ponte che, passando per l’autrice, collega passate e future generazioni. Un ponte che attraversa luoghi reali e simbolici - la gelida Alaska, la torrida Catania o i rami di un albero genealogico - e che fa di Flòrula non soltanto un viaggio nella memoria, ma anche una riflessione sulla sua capacità di trasformarsi, sopravvivere e continuare a essere tramandata.
