Miglio Traumfabrik Again
2025 - Peroni dischi / HOM (House of Music)
#Miglio#Italiana#Alternative #Traumfabrik Again #musica indie
“È organica questa desolazione”. Partirei da questa citazione per introdurre Miglio e il suo ultimo album Traumfabrik Again uscito per Peroni dischi / HOM (House of Music), che non smette di affascinare grazie alla minuziosità con la quale l’artista cura i suoni, a tal punto da creare dei veri e propri paesaggi sonori in cui perdersi e contestualizzare i brani.
Trovo ci sia un dettaglio che caratterizza la produzione della cantautrice di Brescia di stanza a Bologna, ed è quella di riuscire a creare nella mente dell’ascoltatore paesaggi urbani post-industriali, dominati da acciaio e cemento, silenzio, decadenza, buio e solitudine. Se c’è una cosa che mi è sempre piaciuta della penna di Miglio è il suo costante scrivere della solitudine, con freddezza e decisione, restituendo umanità a questo sentimento che, seppur (spesso) bistrattato nelle canzoni, è pur sempre una componente fondamentale delle nostre vite. Se almeno nella musica proviamo ad appagare i sentimenti negativi che ci affliggono, Miglio dà loro carattere e forza, descrivendo con profondo disincanto l’amore, restituendo delicatezza alla solitudine e trasformando questo status in una condizione così umana e soprattutto, universale. Motivo per il quale ho ritenuto che la citazione, scelta per iniziare questa recensione, estratta dalla focus track Fedeli alla linea, fosse il modo più giusto per presentare l'album e le sue dieci tracce (due di queste remix del primo singolo estratto Musica elettronica): una frase che trasforma la desolazione in una conditio sine qua non, che rende completo l’essere umano, qualcosa che fa parte del suo tessuto.
Il titolo di questo lavoro è un riferimento di stampo culturale proveniente da Bologna dove, tra la fine degli anni 70 e gli inizi del 1980, la “Traumfabrik” fu un appartamento occupato che divenne laboratorio creativo e crocevia della controcultura. In tedesco (area musicale di riferimento dell’artista) significa “fabbrica dei sogni”: è come se qui l’artista creasse un suo contenitore personale, racchiudendovi non solo due anni di lavoro e scrittura, ma anche di sogni, silenzi, “visioni del quotidiano vivere e le sue incrinature, storie personali e collettive che si intrecciano con uno sguardo attento alle crepe del nostro tempo”.
Proprio perché Miglio è coerente con se stessa, quindi “fedele alla linea”, l’album ricalca molto le melodie dei lavori precedenti pur mostrando una maggiore cura dei suoni che trasmettono un mood più cupo e buio. Traumfabrik again è protesta, manifestazione e dissenso: nelle tracce si rincorrono solitudine e resistenza, un gesto necessario per reagire all’insofferenza quotidiana e prendere una posizione. È come se ascoltassimo un album politico che mette al centro la rivolta e le lotte, soprattutto quelle personali contro sé stessi e le proprie incoerenze, come cantato in Freak (quasi una continuazione metaforica di Pestaggio del precedente album Futuro splendido 2023) o la più incisiva Karl Marx Allee, scritta nella città di Berlino in cui “i viali sono quelli di una città notturna fatta di libertinaggio esistenziale. Tra club e vivide visioni personali, c’è luce dopo il buio, c’è forza e liberazione”. Dalla linea morbida e delicata invece Vertigine, forse l’unico brano che si presta ad essere classificato come canzone d’amore: registrata in presa diretta, la canzone è un omaggio a una persona, il desiderio di ballare con l*i un ultimo “ballo dark”, mentre in Love mai love, impreziosita dalla collaborazione di Rodrigo D’Erasmo agli archi, si descrive nel gioco sonoro del titolo, un amore che si desidera, ma che non si ha (da qui la duplice lettura di “my” in “mai”). Sulla stessa scia si muove il primo singolo estratto Musica Elettronica dove i desideri sono in conflitto con la realtà, la voglia di fuggire è sempre meno forte rispetto al cambiare completamente vita; infine apre l’album la traduzione di Love Will Tear Us Apart dei Joy Division (band nevralgica per l’artista), ovvero L’amore ti farà a pezzi.
Magnetica e massiccia (una mina!) è Fedeli alla linea, focus track, quindi manifesto di Traumfabrik Again, al cui interno si solidificano tutte le insofferenze dell’uomo, la sua solitudine, e la necessità di prendere una posizione nella società dei conflitti constanti e delle perenni incoerenze. È un vero e proprio riassunto – declinato in musica elettronica - della contemporaneità nascosto in frasi pungenti come “le morti dimenticate dopo una preghiera/ non c’è rimedio a questo futuro” o ancora “è un’ossessione feroce/ questa esigenza di sconvolgere”. In questa canzone ci siamo tutti, con le nostre azioni, insicurezze, paranoie e necessità di mettere sempre dei paletti alle cose, dove ci sentiamo costantemente colpevoli per un’azione mancata o meno: a inculcare questo senso di disagio è anche la musica, che mantiene per tutta la sua durata una linea cupa ma aperta, con un ritmo sempre più incalzante e coinvolgente sul quale diventa difficile restare immobili. Un ballo di insicurezze in cui riecheggiano le parole del romanzo di Pier Vittorio Tondelli Altri libertini (1980).
Traumfabrik Again non è un album, ma una città in cui ci nascondiamo tutti, in cui ci ritroviamo con i nostri lati più oscuri: “la fabbrica dei sogni che racconta Miglio non è dorata: è fatta di acciaio, fumo e glitch, di ritornelli corali e loop emotivi che diventano resistenza. È il passaggio netto dalla trance individuale a una coralità che è insieme politica e poetica.”
Sarebbe da opportunisti dire che questo è un lavoro necessario, ma non è sicuramente egoista dire che Miglio è un’artista necessaria, della quale abbiamo bisogno perché sa dosare la freddezza e la schiettezza nelle sue parole, sa rendere bella anche l’emozione più triste grazie alla sua voce ruvida che dona un carattere unico alla sua dimensione sonora aspra e spigolosa, ma ipnotica e perdutamente affascinante.
Trovo ci sia un dettaglio che caratterizza la produzione della cantautrice di Brescia di stanza a Bologna, ed è quella di riuscire a creare nella mente dell’ascoltatore paesaggi urbani post-industriali, dominati da acciaio e cemento, silenzio, decadenza, buio e solitudine. Se c’è una cosa che mi è sempre piaciuta della penna di Miglio è il suo costante scrivere della solitudine, con freddezza e decisione, restituendo umanità a questo sentimento che, seppur (spesso) bistrattato nelle canzoni, è pur sempre una componente fondamentale delle nostre vite. Se almeno nella musica proviamo ad appagare i sentimenti negativi che ci affliggono, Miglio dà loro carattere e forza, descrivendo con profondo disincanto l’amore, restituendo delicatezza alla solitudine e trasformando questo status in una condizione così umana e soprattutto, universale. Motivo per il quale ho ritenuto che la citazione, scelta per iniziare questa recensione, estratta dalla focus track Fedeli alla linea, fosse il modo più giusto per presentare l'album e le sue dieci tracce (due di queste remix del primo singolo estratto Musica elettronica): una frase che trasforma la desolazione in una conditio sine qua non, che rende completo l’essere umano, qualcosa che fa parte del suo tessuto.
Il titolo di questo lavoro è un riferimento di stampo culturale proveniente da Bologna dove, tra la fine degli anni 70 e gli inizi del 1980, la “Traumfabrik” fu un appartamento occupato che divenne laboratorio creativo e crocevia della controcultura. In tedesco (area musicale di riferimento dell’artista) significa “fabbrica dei sogni”: è come se qui l’artista creasse un suo contenitore personale, racchiudendovi non solo due anni di lavoro e scrittura, ma anche di sogni, silenzi, “visioni del quotidiano vivere e le sue incrinature, storie personali e collettive che si intrecciano con uno sguardo attento alle crepe del nostro tempo”.
Proprio perché Miglio è coerente con se stessa, quindi “fedele alla linea”, l’album ricalca molto le melodie dei lavori precedenti pur mostrando una maggiore cura dei suoni che trasmettono un mood più cupo e buio. Traumfabrik again è protesta, manifestazione e dissenso: nelle tracce si rincorrono solitudine e resistenza, un gesto necessario per reagire all’insofferenza quotidiana e prendere una posizione. È come se ascoltassimo un album politico che mette al centro la rivolta e le lotte, soprattutto quelle personali contro sé stessi e le proprie incoerenze, come cantato in Freak (quasi una continuazione metaforica di Pestaggio del precedente album Futuro splendido 2023) o la più incisiva Karl Marx Allee, scritta nella città di Berlino in cui “i viali sono quelli di una città notturna fatta di libertinaggio esistenziale. Tra club e vivide visioni personali, c’è luce dopo il buio, c’è forza e liberazione”. Dalla linea morbida e delicata invece Vertigine, forse l’unico brano che si presta ad essere classificato come canzone d’amore: registrata in presa diretta, la canzone è un omaggio a una persona, il desiderio di ballare con l*i un ultimo “ballo dark”, mentre in Love mai love, impreziosita dalla collaborazione di Rodrigo D’Erasmo agli archi, si descrive nel gioco sonoro del titolo, un amore che si desidera, ma che non si ha (da qui la duplice lettura di “my” in “mai”). Sulla stessa scia si muove il primo singolo estratto Musica Elettronica dove i desideri sono in conflitto con la realtà, la voglia di fuggire è sempre meno forte rispetto al cambiare completamente vita; infine apre l’album la traduzione di Love Will Tear Us Apart dei Joy Division (band nevralgica per l’artista), ovvero L’amore ti farà a pezzi.
Magnetica e massiccia (una mina!) è Fedeli alla linea, focus track, quindi manifesto di Traumfabrik Again, al cui interno si solidificano tutte le insofferenze dell’uomo, la sua solitudine, e la necessità di prendere una posizione nella società dei conflitti constanti e delle perenni incoerenze. È un vero e proprio riassunto – declinato in musica elettronica - della contemporaneità nascosto in frasi pungenti come “le morti dimenticate dopo una preghiera/ non c’è rimedio a questo futuro” o ancora “è un’ossessione feroce/ questa esigenza di sconvolgere”. In questa canzone ci siamo tutti, con le nostre azioni, insicurezze, paranoie e necessità di mettere sempre dei paletti alle cose, dove ci sentiamo costantemente colpevoli per un’azione mancata o meno: a inculcare questo senso di disagio è anche la musica, che mantiene per tutta la sua durata una linea cupa ma aperta, con un ritmo sempre più incalzante e coinvolgente sul quale diventa difficile restare immobili. Un ballo di insicurezze in cui riecheggiano le parole del romanzo di Pier Vittorio Tondelli Altri libertini (1980).
Traumfabrik Again non è un album, ma una città in cui ci nascondiamo tutti, in cui ci ritroviamo con i nostri lati più oscuri: “la fabbrica dei sogni che racconta Miglio non è dorata: è fatta di acciaio, fumo e glitch, di ritornelli corali e loop emotivi che diventano resistenza. È il passaggio netto dalla trance individuale a una coralità che è insieme politica e poetica.”
Sarebbe da opportunisti dire che questo è un lavoro necessario, ma non è sicuramente egoista dire che Miglio è un’artista necessaria, della quale abbiamo bisogno perché sa dosare la freddezza e la schiettezza nelle sue parole, sa rendere bella anche l’emozione più triste grazie alla sua voce ruvida che dona un carattere unico alla sua dimensione sonora aspra e spigolosa, ma ipnotica e perdutamente affascinante.
