Massimo Silverio Surtum
2025 - OKUM
#Massimo Silverio#Italiana#Canzone d`autore #World #Carnia #Violoncello ##elettronica #dialetto #Ricerca #voce
Pochi dischi in questi anni mi hanno colpito come Hrudja, l’album che Massimo Silverio fece uscire due anni fa (Šchena rimane uno degli incipit più clamorosi mai ascoltati in vita). Per questo ho faticato non poco a schiacciare play per ascoltare Surtùm, il suo nuovo album. Troppe aspettative e un desiderio d’ascolto quasi congelato dalla paura. Poi l’ho lasciato andare. Finalmente!
Basterebbe l’ascolto dei dieci minuti di Sorgjal; basterebbe poi ascoltare Sorgjal leggendo il testo tradotto e poi, ancora una volta, leggendolo con Silverio nel dialetto carnico con cui è stato scritto. Basterebbe aspettare il canto quasi salmodiato delle strofe; quel suo poco muoversi sopra una oscurità luminosa. Violoncello, elettronica inquieta e scura, una batteria percussiva sempre poco scontata, una chitarra distorta (ma potrebbe essere anche un violoncello o chissà che) e pian piano il suono che si stratifica sino a ritornare a quelle quattro note in scala discendente (DO SIb LAb SOL) prima cantate nel ritornello (Trima Trima. Trima e prea – Tremare. Tremare. Tremare e pregare) e ora suonate sfalsate sempre più intensamente, sino all’inizio dell’ultima strofa, ancora quasi salmodiata e appena sostenuta, in lontananza, da una batteria che sembra una orchestra poliritmica. Tremato. Tremato. Amputato Sorgjal. Tremato Sorgjal. Nella crosta il dolore. Tremato. Pregato.
Musicalmente siamo davanti a un prodotto allo stesso tempo modernissimo e arcaico: in qualche modo vicino ad alcune delle produzioni più intense della Real Word quali Passion, ma con una personalità unica e mai derivata.
Difficile andare avanti con la stessa qualità! Ma Silverio costruisce, con l’apporto fraterno e prezioso di due musicisti come Manuel Volpe, anche produttore, e Nicolas Remondino, altri sei brani che sono gioielli di finissima scrittura e produzione. Anche il nuovo arrangiamento di Grim (Grembo), splendido bozzetto per chitarra e voce che chiudeva Hrudja, qui diventa liquido amniotico carico di attesa e fiori e natura (Pura goccia, Svuotata di fiumi, Torna qui, Torna). La scrittura anche letteraria è sempre intensa e evocativa: sa di terra povera, di riti ancestrali, di speranza e poesia anche nella aridità di una terra solo apparentemente avara di frutti.
La musica e il canto di Silverio sanno dei luoghi e della lingua che usa quotidianamente per comunicare la sua dolcissima, solitaria e poetica inquietudine. E colpisce come, nell’ultimo brano del disco, uno strumento antico come il corno alpino sia lo strumento che disegna frasi musicali con la più ampia estensione di note in tutto il disco, e che lo stesso corno alpino suoni le note più “moderne”, “storte” e avventurose di tutto disco.
Il tutto un attimo prima che la nuda voce di Silverio, rimasta sola, canti:
Avvolgi ogni cosa nel fagotto
Nella gerla dal grembo di sasso
Mettici sopra due noci
E sotto mele nere
Appendila alle tue ossa:
Sarà la voce del tuono
Che muoverà le montagne
Surtum è un viaggio; è disco intenso e complesso che nulla cede al facile ascolto e alla cantabilità più leggera, ma difficilmente quest’anno si potrà ascoltare un album di bellezza così pura. Non fatevelo scappare!
Basterebbe l’ascolto dei dieci minuti di Sorgjal; basterebbe poi ascoltare Sorgjal leggendo il testo tradotto e poi, ancora una volta, leggendolo con Silverio nel dialetto carnico con cui è stato scritto. Basterebbe aspettare il canto quasi salmodiato delle strofe; quel suo poco muoversi sopra una oscurità luminosa. Violoncello, elettronica inquieta e scura, una batteria percussiva sempre poco scontata, una chitarra distorta (ma potrebbe essere anche un violoncello o chissà che) e pian piano il suono che si stratifica sino a ritornare a quelle quattro note in scala discendente (DO SIb LAb SOL) prima cantate nel ritornello (Trima Trima. Trima e prea – Tremare. Tremare. Tremare e pregare) e ora suonate sfalsate sempre più intensamente, sino all’inizio dell’ultima strofa, ancora quasi salmodiata e appena sostenuta, in lontananza, da una batteria che sembra una orchestra poliritmica. Tremato. Tremato. Amputato Sorgjal. Tremato Sorgjal. Nella crosta il dolore. Tremato. Pregato.
Musicalmente siamo davanti a un prodotto allo stesso tempo modernissimo e arcaico: in qualche modo vicino ad alcune delle produzioni più intense della Real Word quali Passion, ma con una personalità unica e mai derivata.
Difficile andare avanti con la stessa qualità! Ma Silverio costruisce, con l’apporto fraterno e prezioso di due musicisti come Manuel Volpe, anche produttore, e Nicolas Remondino, altri sei brani che sono gioielli di finissima scrittura e produzione. Anche il nuovo arrangiamento di Grim (Grembo), splendido bozzetto per chitarra e voce che chiudeva Hrudja, qui diventa liquido amniotico carico di attesa e fiori e natura (Pura goccia, Svuotata di fiumi, Torna qui, Torna). La scrittura anche letteraria è sempre intensa e evocativa: sa di terra povera, di riti ancestrali, di speranza e poesia anche nella aridità di una terra solo apparentemente avara di frutti.
La musica e il canto di Silverio sanno dei luoghi e della lingua che usa quotidianamente per comunicare la sua dolcissima, solitaria e poetica inquietudine. E colpisce come, nell’ultimo brano del disco, uno strumento antico come il corno alpino sia lo strumento che disegna frasi musicali con la più ampia estensione di note in tutto il disco, e che lo stesso corno alpino suoni le note più “moderne”, “storte” e avventurose di tutto disco.
Il tutto un attimo prima che la nuda voce di Silverio, rimasta sola, canti:
Avvolgi ogni cosa nel fagotto
Nella gerla dal grembo di sasso
Mettici sopra due noci
E sotto mele nere
Appendila alle tue ossa:
Sarà la voce del tuono
Che muoverà le montagne
Surtum è un viaggio; è disco intenso e complesso che nulla cede al facile ascolto e alla cantabilità più leggera, ma difficilmente quest’anno si potrà ascoltare un album di bellezza così pura. Non fatevelo scappare!
