Manuel Agnelli Ama il prossimo tuo come te stesso
2022 - Island Records
Manuel Agnelli con Ama il prossimo tuo come te stesso ci offre il suo primo disco di inediti come solista. È un lavoro particolare, e in parte dicotomico: in alcuni episodi sostanzialmente sembra di sentire outtakes del meraviglioso Folfiri o folfox (2016) ma senza il resto degli Afterhours, a parte Rodrigo D’Erasmo presente anche in questa avventura. Ne sono un esempio i due singoli Signorina Mani Avanti e soprattutto Proci, quasi un divertissement rumorista e vocale. Severodonetsk, probabilmente in modo voluto, ricorda nella parte iniziale l’attacco di Male di miele, soltanto più filtrato.
E onestamente dopo brani come la maestosa e potente La profondità degli abissi, meritato vincitore dei David di Donatello per la miglior canzone originale nella colonna sonora di Diabolik, o la rilkiana Pam Pum Pam (passata forse in secondo piano all’interno del film dei Manetti Bros, ma recuperate la parte finale e godetevela)...beh si rimane un po’ insoddisfatti.
Non perché i tre brani citati all’inizio abbiano qualcosa che non va, ma perché le aspettative, almeno quelle della scrivente, puntavano a sentire qualcosa di diverso.
Ma “Non si può giocare con il cuore della gente/Se non sei un professionista”, e Manuel la lezione di Bye Bye Bombay non l’ha dimenticata.Lo mostra con l’iniziale Tra mille anni mille anni fa nella quale diversifica il lavoro sulla vocalità avviato da Padania (2012) in poi. Niente diplofonie, niente Demetrio Stratos, ma una voce che si fa tutt’uno con gli archi e il pianoforte. E un testo da brividi: “Io, io cado in piedi, sai/Farò un inchino e tu riderai/Perché sei inevitabile/Adesso che qui non ci sei più”. Milano con la peste sospesa tra Manzoni e pandemia. Parte da un cantato su un piano che sembra incerto, spaesato come l’umanità agli inizi di marzo 2020, che sembra appellarsi a una divinità forse percepita come estranea, come altro da sé: “A un Dio non mio/Lo chiedo anch'io/Un sole in più/Un bacio in più”. E che in un crescendo di archi sembra farsi invocazione, preghiera laica, forse a una donna, forse a un’entità che sembra sfuggente, forse beffarda.
Ama il prossimo tuo come te stesso, title - track dall’eco biblico, ambigua, sensuale, piena di incertezze che si riverberano nelle note, chiude il disco.
La poetica che complessivamente emerge dall’album è meno apocalittica, come se la vena personale di Folfiri o Folfox si fosse riversata nell’esperienza solista. È dove però si amalgama con una ricerca sonora meno volutamente “sperimentale” (Agnelli ha raccontato "In Signorina Mani Avanti le percussioni sono state create con oggetti della vita quotidiana: cartoni – bidoni metallici – catene, anziché percussioni tradizionali. Una delle caratteristiche di questo pezzo è che è arrangiato con doppia batteria, che è una delle cose che mi sta intrippando di più in questo momento: una più tradizionale, appunto, e una molto più tribale e preistorica”) che paradossalmente tocca corde nuove dell’emotività, creando un'empatia non banale, non compiacente verso chi ascolta.
È come se questa modalità di racconto risultasse più calzante in questo mondo disgregato e ansioso, come se potesse confortarlo senza compatirlo. E non è da tutti.
E onestamente dopo brani come la maestosa e potente La profondità degli abissi, meritato vincitore dei David di Donatello per la miglior canzone originale nella colonna sonora di Diabolik, o la rilkiana Pam Pum Pam (passata forse in secondo piano all’interno del film dei Manetti Bros, ma recuperate la parte finale e godetevela)...beh si rimane un po’ insoddisfatti.
Non perché i tre brani citati all’inizio abbiano qualcosa che non va, ma perché le aspettative, almeno quelle della scrivente, puntavano a sentire qualcosa di diverso.
Ma “Non si può giocare con il cuore della gente/Se non sei un professionista”, e Manuel la lezione di Bye Bye Bombay non l’ha dimenticata.Lo mostra con l’iniziale Tra mille anni mille anni fa nella quale diversifica il lavoro sulla vocalità avviato da Padania (2012) in poi. Niente diplofonie, niente Demetrio Stratos, ma una voce che si fa tutt’uno con gli archi e il pianoforte. E un testo da brividi: “Io, io cado in piedi, sai/Farò un inchino e tu riderai/Perché sei inevitabile/Adesso che qui non ci sei più”. Milano con la peste sospesa tra Manzoni e pandemia. Parte da un cantato su un piano che sembra incerto, spaesato come l’umanità agli inizi di marzo 2020, che sembra appellarsi a una divinità forse percepita come estranea, come altro da sé: “A un Dio non mio/Lo chiedo anch'io/Un sole in più/Un bacio in più”. E che in un crescendo di archi sembra farsi invocazione, preghiera laica, forse a una donna, forse a un’entità che sembra sfuggente, forse beffarda.
Ama il prossimo tuo come te stesso, title - track dall’eco biblico, ambigua, sensuale, piena di incertezze che si riverberano nelle note, chiude il disco.
La poetica che complessivamente emerge dall’album è meno apocalittica, come se la vena personale di Folfiri o Folfox si fosse riversata nell’esperienza solista. È dove però si amalgama con una ricerca sonora meno volutamente “sperimentale” (Agnelli ha raccontato "In Signorina Mani Avanti le percussioni sono state create con oggetti della vita quotidiana: cartoni – bidoni metallici – catene, anziché percussioni tradizionali. Una delle caratteristiche di questo pezzo è che è arrangiato con doppia batteria, che è una delle cose che mi sta intrippando di più in questo momento: una più tradizionale, appunto, e una molto più tribale e preistorica”) che paradossalmente tocca corde nuove dell’emotività, creando un'empatia non banale, non compiacente verso chi ascolta.
È come se questa modalità di racconto risultasse più calzante in questo mondo disgregato e ansioso, come se potesse confortarlo senza compatirlo. E non è da tutti.
