Emiliano D`Auria The Baggage Room vol. 2 - Meanwhile
2025 - Millesuoni
Continua l’avvincente e convincente progetto di Emiliano D’Auria, pianista e compositore dalle ampie visioni intrecciate tra impressionismo europeo e senso metropolitano tutto newyorkese, dedicato al tema dell’emigrazione visto come fenomeno globale, costante storica dell’umanità e autentico motore di forza evolutiva.
Nel 2025 D’Auria fu ospite in testata in occasione della prima puntata di questa trama, The Baggage Room, che si focalizzava sul momento di entrata degli immigrati nella Grande Mela, momento topico e archetipico dell’argomento.
In questo Meanwhile si prosegue dedicando l’attenzione alla fase successiva, nella quale interviene la ricerca di un nuovo percorso verso una prospettiva di speranza.
La formazione è sempre un quintetto che conferma la presenza di Philip Dizack, tromba tra Davis e Morgan, e Dayna Stephens, sax tenore cresciuto con Wayne Shorter. Nuovi compagni sono invece Jacopo Ferrazza, probabilmente il miglior contrabbassista oggi espresso dal nuovo jazz italiano, e Kush Abadey alla batteria. Mix quindi tra sensibilità europea e vena urbana americana, perfetto paradigma rispetto al fenomeno assunto a base del concept.
Il lavoro è complesso ma non complicato. Le composizioni infatti rivelano un’interazione articolata tra gli strumentisti, strutture a sezioni evolutive, essenzialità modali e anche variazioni ritmiche efficaci.
Tuttavia non ci sono difficoltà o percorsi intricati da decodificare, l’ascolto segue senza problemi la logica delle pagine, in equilibrio tra scrittura e libera esecuzione, che evitano dispersioni potenzialmente legate all’eccesso dell’improvvisazione, che, quando è proposta, ha un senso funzionale più che estemporaneo.
Half dreaming ne è un chiarissimo esempio. La base è modale, quindi essenziale, sostenuta dal basso e da una batteria in flusso continuo, sia sui piatti sia sulle pelli, il piano regge l’armonia e gli intrecci dei fiati entrano ed escono tra il tema e i momenti di improvvisazione brevi, contenuti e per questo stimolanti e non estenuanti. Una buona codifica del sogno che chi emigra vive e nutre, tra progetto e fantasia.
Notevoli sono gli echi di lezioni della tradizione, tra Evans e Mingus, bop e cool, riposizionati alla modernità grazie alla freschezza degli artisti e all’incontro di culture diverse che gli stessi esprimono, a immagine e somiglianza degli incroci umani e sociali assunti come fondamento della loro ricerca.
Da sottolineare i tre momenti di Entr’acte (1 – 2 – 3), interallacciati nella scaletta come cammei quasi da musica contemporanea da avanguardia dell’inizio ‘900, che come granelli di sale conferiscono un sapore tuto particolare alla ricetta. Vale la pena di ascoltarli in sequenza per apprezzarne meglio l'impatto.
Quando il senso del collettivo si unisce a sapienza muscale, indiscussa capacità tecnica e progettualità di fondo si arriva a un risultato degno di nota e di approfondimento, come è questo gran bel lavoro.
Nel 2025 D’Auria fu ospite in testata in occasione della prima puntata di questa trama, The Baggage Room, che si focalizzava sul momento di entrata degli immigrati nella Grande Mela, momento topico e archetipico dell’argomento.
In questo Meanwhile si prosegue dedicando l’attenzione alla fase successiva, nella quale interviene la ricerca di un nuovo percorso verso una prospettiva di speranza.
La formazione è sempre un quintetto che conferma la presenza di Philip Dizack, tromba tra Davis e Morgan, e Dayna Stephens, sax tenore cresciuto con Wayne Shorter. Nuovi compagni sono invece Jacopo Ferrazza, probabilmente il miglior contrabbassista oggi espresso dal nuovo jazz italiano, e Kush Abadey alla batteria. Mix quindi tra sensibilità europea e vena urbana americana, perfetto paradigma rispetto al fenomeno assunto a base del concept.
Il lavoro è complesso ma non complicato. Le composizioni infatti rivelano un’interazione articolata tra gli strumentisti, strutture a sezioni evolutive, essenzialità modali e anche variazioni ritmiche efficaci.
Tuttavia non ci sono difficoltà o percorsi intricati da decodificare, l’ascolto segue senza problemi la logica delle pagine, in equilibrio tra scrittura e libera esecuzione, che evitano dispersioni potenzialmente legate all’eccesso dell’improvvisazione, che, quando è proposta, ha un senso funzionale più che estemporaneo.
Half dreaming ne è un chiarissimo esempio. La base è modale, quindi essenziale, sostenuta dal basso e da una batteria in flusso continuo, sia sui piatti sia sulle pelli, il piano regge l’armonia e gli intrecci dei fiati entrano ed escono tra il tema e i momenti di improvvisazione brevi, contenuti e per questo stimolanti e non estenuanti. Una buona codifica del sogno che chi emigra vive e nutre, tra progetto e fantasia.
Notevoli sono gli echi di lezioni della tradizione, tra Evans e Mingus, bop e cool, riposizionati alla modernità grazie alla freschezza degli artisti e all’incontro di culture diverse che gli stessi esprimono, a immagine e somiglianza degli incroci umani e sociali assunti come fondamento della loro ricerca.
Da sottolineare i tre momenti di Entr’acte (1 – 2 – 3), interallacciati nella scaletta come cammei quasi da musica contemporanea da avanguardia dell’inizio ‘900, che come granelli di sale conferiscono un sapore tuto particolare alla ricetta. Vale la pena di ascoltarli in sequenza per apprezzarne meglio l'impatto.
Quando il senso del collettivo si unisce a sapienza muscale, indiscussa capacità tecnica e progettualità di fondo si arriva a un risultato degno di nota e di approfondimento, come è questo gran bel lavoro.
