Fire<small></small>
Jazz Blues Black • Jazz

Dave Liebman Fire

2018 - Jazzline / IRD

28/04/2018 di Pietro Cozzi

#Dave Liebman#Jazz Blues Black#Jazz #Dave Liebman #Kenny Werner #Dave Holland #avant gard jazz #sax soprano #elements



L'immagine non è nuova, ma non ha perso un grammo della sua forza: il jazz, nelle sue espressioni migliori, nel contrapporsi e avvicendarsi dei “solismi”, assomiglia tanto a una piacevole chiacchierata tra amici. A turno, sui divani di un confortevole salotto, ciascuno prende la parola con il suo personalissimo timbro, il suo ritmo nell'esporre un pensiero, il suo contributo originale di idee. E c'è chi magari alza il tono, chi se ne sta in disparte e preferisce soprattutto ascoltare, chi parla sulle voce dell'altro, chi va volutamente fuori tema, chi riporta l'ordine, chi esce dalla stanza e torna con il vassoio delle bevande...

Un quadretto di vita in comune che mi è tornato in mente ascoltando questo disco di Dave Liebman, prolifico flautista e sassofonista americano, una delle figure di maggior spicco dell'ultima “covata” del Miles Davis elettrico, tra il 1972 e il 1975. Fire è il terzo disco che Liebman dedica a una serie sugli elementi, dopo Water (con Pat Metheny, 1999) e Air (2011), e l'alta qualità della conversazione è assicurata dalle illustri personalità che è riuscito a coinvolgere in questa registrazione newyorchese dell'aprile 2016: con lui ci sono Kenny Werner (piano) e la coppia Dave Holland-Jack DeJohnette, ormai una delle più classiche combinazioni basso-batteria nella storia del jazz. L'intento è quello di trasporre in musica lo sviluppo di un incendio, dalle scintille alle fiamme, dall'inferno del fuoco fino alle ceneri, residuo finale di un processo che è certo distruttivo ma che ha restituito nel suo evolversi benefiche quantità di luce e calore.

Come spesso capita, di tutto questo apparato esplicativo magari un po' posticcio si può sicuramente fare a meno, e godere della musica per quella che è. Soprattutto apprezzando le eccezionali e personalissime qualità dei quattro musicisti, impegnati in un'operazione che vuole richiamare lo spirito free dei tardi anni Sessanta, all'epoca dei primi incontri tra Liebman, Holland e DeJohnette, dopo la pubblicazione del coltraniano Ascension (1966). Un free maturo e assolutamente accessibile, forgiato dall'esperienza degli anni e, nella parole del leader, dall'abilità di “suonare meno, con più morbidezza e soprattutto per esprimere un feeling”. E feeling, talento, mestiere e personalità sono davvero le caratteristiche che fanno apprezzare questo Fire, supplendo magari a qualche carenza di idee e ispirazione. Le parti di Jack DeJohnette si potrebbero tranquillamente isolare e ascoltare con piena soddisfazione per un'ora e oltre, finanche avulse dal contesto, tanto riescono ad apparire sempre interessanti e spontaneamente creative: valga come esempio il labirintico assolo che apre Inferno, prima del “duello” boppistico con Liebman. Dave Holland lascia il segno soprattutto quando suona con l'archetto, come nell'arcana e misteriosa chiusa di Sparks, una traccia sulfurea e diabolica, con le scintille impazzite del flauto e le corde percosse del piano; salvo poi riattaccare funkeggiando, in puro stile Bitches Brew, nella successiva Flames. La lunghissima performance di Fire è invece il miglior campo di gioco per Liebman, che in quasi 33 minuti alterna più volte un cerebrale lavoro di esplorazione al sax soprano con un più “classico” e swingante approccio al tenore. A introdurlo è Kenny Werner, prima maltrattando un po' lo strumento e poi producendosi in un assolo di notevolissimo lirismo minimalista: tutto il suo affascinante pianismo, assolutamente ondivago e originale, sperimentale ma capace di farsi ascoltare, è uno degli highlight del disco. Trentatré minuti sono uno straordinario dispiego di energia, paragonabile a un caldo falò. Ma la finale Ashes lascia inaspettatamente spazio a una piccola oasi melodica, che covava sorniona sotto le ceneri.

 

Track List

  • Flash!!
  • Fire
  • Sparks
  • Flames
  • Inferno
  • Ashes

Articoli Collegati

Dave Liebman

Ceremony

Recensione di Fausto Gori