Amuri luci<small></small>
Italiana • Canzone d`autore

Carmen Consoli Amuri luci

2025 - Narciso Records/Warner Music

16/10/2025 di Silvano Terranova

#Carmen Consoli#Italiana#Canzone d`autore

Era quasi inevitabile che Carmen Consoli approdasse a un disco dall’anima profondamente popolare, scritto e cantato quasi interamente in lingua siciliana, dopo Volevo fare la rockstar (2021), suo ultimo lavoro in studio, seguito da un tour in cui le sue canzoni hanno trovato una nuova veste sonora nelle chitarre sobrie ma eleganti del fido Massimo Roccaforte e nelle percussioni dell’amica Marina Rei. La decisione sembra naturale soprattutto dopo il concerto-evento al Teatro Greco di Siracusa, Terra ca nun senti - poi diventato un tour mondiale - nel quale Consoli era accompagnata da un ricco ensemble che riuniva i suoi storici collaboratori, musicisti provenienti dalla tradizione popolare ed esperti orchestrali del mondo classico, per reinterpretare brani del suo repertorio insieme a quelli di Rosa Balistreri.
 
Amuri luci, oggi disponibile su tutte le piattaforme digitali e presto anche nei formati libro-cd e vinile, apre una trilogia discografica che indaga le tre anime della “cantantessa” siciliana - quella intrisa di radici mediterranee, quella rock e quella più intimamente cantautorale - nella quale la scelta delle lingue utilizzate per ogni singolo capitolo non è un mero esercizio di stile, ma risponde a un legame profondo con le emozioni che la Consoli intende comunicare.
 
Partendo dal siciliano (che l’artista utilizza per dare voce alla componente più polemica e socialmente impegnata della propria poetica), dal greco antico, dal latino e dal volgare della scuola poetica siciliana, utilizzati nel primo episodio; passando per l’inglese, il francese e lo spagnolo del secondo capitolo e approdando infine all’italiano, che l’artista sente più affine quando si tratta di scavare a fondo nella propria introspezione, questo dialogo tra idiomi lontani nel tempo e nello spazio sarà il sottile filo rosso che unirà le tre anime apparentemente distanti.
 
Amuri luci è un disco che necessita di ripetuti e approfonditi ascolti. I suoi brani - la stessa Consoli lo ammette, scherzandoci su - difficilmente passeranno in radio, ma è un lavoro assolutamente coerente con il percorso di un’artista che, da sempre, scava nella miniera delle proprie origini e privilegia la qualità alla quantità. Trattandosi, però, di un lavoro in lingua (anzi: in lingue), il modo migliore per rendergli giustizia e per farne comprendere la portata, è un’analisi accurata, track by track.
 
Il disco si apre con la title track Amuri luci (Amore luce), due semplici sostantivi privi di congiunzioni o verbi che li colleghino, due parole essenziali e potentissime unite da un legame il cui senso profondo non è stabilito da chi canta, ma da chi ascolta. Amore è luce, amore per la luce, desiderio di luce, amore per la verità e la conoscenza, amore è verità e conoscenza: ciascuno è libero di trovare, tra i mille possibili, il significato che più risuona con il proprio sentire, perché non esiste un senso più “corretto” degli altri. Nel brano la luce è inizialmente quella delle lucciole che Peppino Impastato e suo fratello Giovanni osservavano danzare; il buio è il disincanto che sopraggiunge con l’assassinio di Peppino, la luce che nuovamente si accende è quella della verità, del coraggio e della forza di suo fratello Giovanni, che ha dedicato la propria vita a raccogliere pezzi del fratello, e della madre Felicia Bartolotta, il cui pianto scorre “impastato” con il sangue del figlio.
 
Unni t’ha fattu ‘a stati, prendendo spunto da un detto siciliano che si può tradurre con “dove hai fatto l’estate, passaci pure l’inverno”, è un’invettiva contro gli opportunisti, contro chi è sempre pronto a cercare la situazione più favorevole ed è ancora più pronto, una volta mutato il vento, a tornare indietro.
 
La terra di Hamdis - per quanto mi riguarda il punto più alto del disco - è una dolente ballata dall’andamento arabeggiante che intreccia le vicende e i versi di Ibn Hamdis, poeta siculo-arabo dell’XI secolo costretto, dopo la conquista normanna, a lasciare l’isola che rimpiangerà sempre, con il nostro drammatico presente, in cui guerre e odio generano nuovi esodi e i migranti divengono bersaglio di quell’odio da cui fuggono. In questo dialogo tra passato e presente, viene invocato un vento che finalmente sciolga il pianto e spenga l’inferno che stiamo vivendo. Nella canzone, la voce del poeta è affidata alla stessa Consoli, mentre quella del presente - non a caso, a Mahmood.
 
Mamma tedesca, struggente invettiva contro la guerra, mette in musica Littra a na mamma tedesca, poesia con la quale il bagherese Ignazio Buttitta, uno dei più autorevoli poeti siciliani del Novecento, racconta uno dei momenti più dolorosi della propria vita. Nel 1917, chiamato alle armi per difendere, insieme ad altri ragazzi del ‘99, il fronte del Piave, Buttitta uccise un ragazzo tedesco, giovanissimo come lui e “bello mentre dormiva per sempre”. Nelle tasche del ragazzo, il futuro poeta trovò una foto della madre, con il nome e l’indirizzo e, in un moto di rimorso, decise di scriverle una lettera, alla quale non ricevette mai risposta. Il frastuono della guerra, le urla, l’odio, le bombe e i lamenti rimasero un’ossessione per tutta la vita di Buttitta, insieme al dolore per quella giovane vita spezzata.
 
Dopo tanto dolore, a riportare un sorriso, seppure amaro, è la ritmata 3 oru 3 oru, un mambo “terrone” - come lo definisce la stessa Consoli - che raccontata la storia di un uomo che, incapace di far fronte alle proprie responsabilità, si barcamena fra moglie, figlio e amante, ritrovandosi però sempre in secondo piano: la moglie gli preferisce il figlio, l’amante il cane, e a lui non resta che piangersi addosso e proclamarsi, comunque, tesoro d’uomo e marito devoto.
 
Bonsai #3 e Γαλατεια (ovvero Galáteia) raccontano, il primo nel latino di Ovidio e il secondo nel greco di Teocrito, dell’amore non corrisposto di Polifemo per Galatea, che diventa lo spunto per una riflessione più ampia sulla forza dell’amore. La gelosia e la violenza che ne scaturiscono - Polifemo arriverà a uccidere Aci, il bellissimo giovinetto amato da Galatea - restano sullo sfondo, mentre al centro dei due brani, rimane l’amore stesso del gigante per la bella ninfa del mare.
 
Parru cu tia (Parlo con te), anche’esso tratto da una poesia di Buttitta alla quale Jovanotti, che duetta con Consoli, ha aggiunto un testo in italiano, è un inno alla ribellione, un’esortazione a scrollarsi di dosso l’ignavia che ci rende complici dei soprusi e a trasformare la parola - o peggio, il silenzio - in azione. Già nel diciottesimo secolo un canto popolare, Lamentu di un servu a un Santu Crucifissu, riportato alla luce nel 1857 dal filologo acese Lionardo Vigo Calanna nella sua Raccolta amplissima di canti siciliani e trasformato un secolo dopo, con l’aggiunta di un ritornello divenuto celebre (“Tu ti lamenti, ma che ti lamenti? Pigghia nu bastone e tira fora li denti!”), in una canzone portata alla ribalta da artisti come Dario Fo, Domenico Modugno e Roy Paci, dimostrava quanto l’ignavia del popolo siciliano (ma non solo) fosse una costante. Allo stesso modo, però, costante è anche la capacità di ribellarsi e di tradurre, dai Vespri ai cortei in difesa del popolo palestinese, la parola e il pensiero in azione.
 
Comu veni, veni, che si può tradurre in “così, come capita”, con testo e musica della stessa Consoli, è un atto di accusa contro chi, affetto da una sorta di “incontinenza verbale”, parla senza riflettere. Se è vero che un antico adagio siciliano ammonisce che “cchiù longa è a pinsata, cchiù grossa è a minchiata”, è altrettanto vero - e la violenza che tracima dai social ne è la prova - che “parlare senza pensare è come sparare senza guardare”. Viviamo in un’epoca in cui la velocità sembra non bastare mai, ma le masse a cui, per dirla con Umberto Eco, i social hanno dato diritto di parola, forse dovrebbero imparare ad avere meno fretta di dimostrare al mondo la loro imbecillità.
 
Qual sete voi? mette in musica uno scambio epistolare tra la poetessa siciliana Nina da Messina e il poeta toscano Dante da Maiano, innamorato dei versi della siciliana. Il dialogo amoroso che ne viene fuori - potremmo considerarlo una sorta di scambio whatsapp ante litteram, solo un po’ più lento - cantato da Consoli e dal tenore Leonardo Sgroi, mette in luce l’assoluta modernità di Nina da Messina la quale, oltre a essere stata la prima donna a poetare in volgare, fu anche la prima a mettere a nudo, nelle poesie, i propri sentimenti e i propri amori.
 
Il compito di chiudere un album intensissimo, che riporta alla luce voci ingiustamente considerate secondarie o cadute nell’oblio, spetta a Nimici di l’arma mia (Nemici della mia anima), tratto da un componimento della poetessa Graziosa Casella. La sua Catania, nella prima metà del secolo scorso terribilmente chiusa e ipocrita, non le perdonò mai il suo essere bella, colta, passionale, femminista e sfacciatamente libera. Lei, incurante delle chiacchiere, scrisse di amore, della passione bruciante che la legava a un giovane amante e, come in questa poesia, della malinconia dei giorni tristi e bui - nemici, appunto, dell’anima - che visse dopo la fine della storia.
 
Un discorso a parte merita la componente musicale del disco che, coerentemente con l’anima mediterranea e senza tempo dei testi, siano essi autografi o presi in prestito, predilige sonorità acustiche, riducendo al minimo indispensabile qualsiasi elemento di modernità che ne avrebbe potuto stravolgere o snaturare il senso. Accanto alle chitarre acustiche e classiche suonate dalla stessa Consoli, alla chitarra elettrica di Massimo Roccaforte, al basso di Marco Siniscalco o di Vincenzo Cavalli (al quale è tuttavia più spesso preferito il contrabbasso, suonato dal primo), alla batteria di Puccio Panettieri e a un organo hammond che fa capolino in Unni t’ha fattu ‘a stati, trovano spazio friscaletti, tamburi a cornice, nacchere, darabouke, mandolini, bouzouki, zammarre, violini, violoncelli e archi di vario genere.
 
Amuri luci è un disco che non si può - e non si deve - affrontare con superficialità. Difficilmente lo sentiremo passare in radio, anche se non mancano brani dal potenziale impatto radiofonico; ma, una volta trovata la chiave di lettura, è destinato a imporsi come una pietra miliare nella discografia di Carmen Consoli. Non si tratta certo di un punto di non ritorno: i capitoli successivi della trilogia lasciano già intuire che l’italiano non verrà accantonato, così come il respiro internazionale che spesso ha caratterizzato la produzione della nostra cantantessa. Per ora godiamoci questo piccolo capolavoro: di questi tempi, è già un piccolo miracolo.

Track List

  • Amuri luci
  • Unni t`ha fattu `a stati
  • La terra di Hamdis (feat. Mahmood)
  • Mamma tedesca
  • 3 oru 3 oru
  • Bonsai #3
  • Galateia
  • Parru cu tia (feat. Jovanotti)
  • Comu veni, veni
  • Qual sete voi? (feat. Leonardo Sgroi)
  • Nimici di l`arma mia

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