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Stati generali dello spettacolo STATI GENERALI DELLO SPETTACOLO 2026: tra i partecipanti alla conferenza stampa Tosca, Manuel Agnelli e Daniela Giordano
Presentato ieri a Roma il percorso per il riconoscimento e il sostegno di live club, piccoli teatri, spazi indipendenti e festival. Tra i partecipanti alla conferenza stampa Tosca, Manuel Agnelli e Daniela Giordano.
Si è tenuta ieri, nell’ambito della quarta edizione degli Stati Generali dello Spettacolo, la conferenza stampa di presentazione del percorso per una proposta di legge di iniziativa popolare a tutela degli spazi e dei festival culturali. L’incontro, ospitato al Palazzo delle Esposizioni di Roma, ha riunito esponenti del mondo della musica, del teatro e delle associazioni di categoria, con l’obiettivo di promuovere il riconoscimento e il sostegno di realtà fondamentali per la vita culturale del Paese, come live club, piccoli teatri, spazi indipendenti e festival. Dopo il deposito della proposta in Cassazione, previsto nelle prossime settimane, potrà prendere il via la raccolta delle firme.
Ad aprire la conferenza, Annarita Masullo, curatrice degli Stati Generali. Tra gli interventi, quelli di Tosca e Manuel Agnelli per il mondo della musica, Daniela Giordano per UNITA e Matteo Orfini, Onorevole del Partito Democratico. Sono intervenuti inoltre Carlo Parodi (Assomusica), Federico Raserti (KeepOn Live), Marco Trulli (ARCI), Emmanuele Curti (Lo Stato dei Luoghi), Massimo Della Pelle (Audiocoop) e Manuela Martignano per gli Stati Generali dello Spettacolo.
Annarita Masullo (curatrice degli Stati Generali):
«Buon pomeriggio a tutte e a tutti, e grazie di essere qui oggi al Palazzo delle Esposizioni. Siamo qui, nell'ambito degli Stati Generali, per presentare la proposta di legge popolare sugli spazi e sui festival. Come avevamo annunciato l'anno scorso, in chiusura degli Stati Generali, abbiamo continuato a lavorare per arrivare al deposito di questa proposta, che vuole essere, appunto, una proposta di legge di iniziativa popolare. Questo studio è il frutto di tutti i confronti avuti durante la pandemia, dentro e fuori dagli Stati Generali: da lì è nata una prima bozza, scritta da tutto il settore. In quest'ultimo anno abbiamo aggiunto i festival, perché sono una perla preziosa da tutelare in tutta Italia: per la partecipazione che generano, per l'attivazione delle comunità, per gli eventi culturali diffusi su tutto il territorio. Il testo, poi, è stato migliorato grazie alle interlocuzioni con tantissime realtà associative. La legge parla di live club, spazi ibridi, teatri di prossimità e festival, e li riconosce e li tutela. Perché spesso ogni spazio culturale è frutto della volontà di privati cittadini che investono nella cultura della propria comunità, senza avere sempre un ritorno, spesso di tasca propria e assumendosi dei rischi. Fare cultura in questi luoghi è una vocazione. Ma il fare cultura non può essere lasciato alla possibilità o meno di investire, e non può essere affidato alle sole energie di chi lavora in questi spazi: perché le energie possono finire, e lavorare in questi spazi è, appunto, lavorare. Non deve essere una fatica immane, non deve essere sempre scalare l'Everest. Il testo mette inoltre al centro la notte: un momento legittimo, e non da demonizzare, del mondo della cultura, del club e del clubbing, oltre che un presidio di sicurezza per le nostre città. Abbiamo scelto, volutamente, la strada dell'iniziativa popolare. Perché una legge sugli spazi non può nascere solo nei palazzi: deve nascere da chi gli spazi li vive, li apre ogni sera, li abita, li difende. Da chi sa cosa significa tenere acceso un club, un teatro di prossimità, un festival in un piccolo comune. L'iniziativa popolare, prevista dall'articolo 71 della Costituzione, permette ai cittadini di proporre direttamente una legge, a partire dalla raccolta di cinquantamila firme. È uno strumento di partecipazione democratica, e per noi è anche un metodo: questo testo è stato scritto dal settore, con il settore, e ora lo restituiamo al Paese. Dopo la pandemia è arrivato il momento di prendere coscienza che gli spazi sono una parte essenziale della cultura e dello spettacolo. In un tempo così buio, la presenza fisica, lo stare insieme nello stesso luogo, il condividere una visione, un ascolto, è più prezioso che male. E non da ultimo: la presenza di spazi culturali, festival, teatri di prossimità e live club garantisce, in tutta Italia, la possibilità di restare a tantissimi giovani che, per fare il mestiere dello spettacolo, oggi sono costretti ad andare via. Questi luoghi diventano spazi di attivazione di lavoro. Lo ripetiamo ormai da anni: spazi capillarmente diffusi sono un valore economico, sociale e culturale. Per questo una legge su questo tema non può restare una richiesta di categoria: deve diventare una domanda collettiva. Non chiediamo soltanto al Parlamento di ascoltarci. Chiediamo a tutte e a tutti di firmare, di sostenere, di far sentire che questi luoghi appartengono all'intera comunità. Vogliamo un movimento di coscienza collettiva così ampio da rendere impossibile non portare questa legge in Parlamento. In un Paese che vuole scrivere la parola Paese con la P maiuscola, che vuole definirsi civile e culturalmente avanzato, gli spazi di cultura dovrebbero essere diffusi e capillari come le farmacie. Perché la cultura è un fatto di salute pubblica. Una farmacia la diamo per scontata, nessuno si chiede se sia un lusso; lo stesso dovrebbe valere per un luogo dove ci si incontra, si ascolta, si balla, si sta insieme. La cultura cura l'isolamento, cura la fragilità, cura il bisogno di sentirsi parte di qualcosa. E invece tutto questo viene sistematicamente ignorato, ed è evidente dalla solitudine immensa in cui versano intere generazioni, dal dilagare di una digitalizzazione feroce che ha sostituito la presenza fisica e la condivisione. Garantire questi spazi non è una concessione al settore: è una scelta di cura verso il Paese».
Tosca Donati:
«Il primo posto dove ho cantato si chiamava Talent Scout. Era un piccolo teatrino nel centro di Roma, primi anni Novanta, un po’ club e un po’ locale di intrattenimento. I live club in città stavano fiorendo. La proprietaria era amica di Renzo Arbore, e Renzo veniva lì tutte le sere: è lì che l’ho conosciuto. Su quel palco passavano Natalio Mangalavite, Stefano Palatresi, Gegè Telesforo. Si faceva di tutto, dalla canzone d’autore allo spettacolo. Poi quel posto è diventato il The Place. Oggi, al suo posto, c’è un parcheggio. Ricordatevela, questa parola: parcheggio. Ci torno tra poco. Poi è arrivato il Classico, in via Libetta. Lì passavano tutti i giovani cantautori di allora: Vinicio Capossela, Samuele Bersani, Biagio Antonacci. Io dividevo il palco con Giorgia: lei cantava in inglese, io in portoghese. In quella sala, una sera, Pino Daniele e Chick Corea si sono messi a suonare insieme. Scendevi di casa per bere una birra e ti trovavi davanti a questo. E scoprivi artisti che non conoscevi: li conoscevi lì. Quei posti erano una cassa di risonanza. C’erano l’Alexanderplatz, il Fonclea, i bistrot con un angolo per suonare, e poi Il Locale di vicolo del Fico, dove è cresciuta un’intera generazione di autori, da Daniele Silvestri a Niccolò Fabi. Ve lo racconto perché dietro tantissimi palchi enormi di oggi c’è un palco piccolo, con il pubblico a due passi. Un palco dove senti il respiro delle persone e ti accorgi subito se ti stanno seguendo o se ti hanno perso. È lì che un artista impara il mestiere. Prima dei grandi teatri e dei festival c’è sempre un posto così: un club, una sala di quartiere, uno spazio che qualcuno ha deciso di tenere aperto anche quando conveniva chiudere. Quando ho cominciato si sbagliava, si ricominciava, qualcuno ti dava una seconda possibilità. Si poteva fallire senza che fosse la fine. Oggi chi vuole fare questo mestiere non ha questa possibilità. Mancano i posti dove suonare la prima volta, quelli piccoli, dove si può sbagliare. Mancano sale prove a prezzi sostenibili. Mancano i luoghi dove incontrare chi ha già fatto la strada e può darti un consiglio. E manca, forse più di tutto, la possibilità di restare: chi ha talento a vent’anni spesso non può permettersi di aspettare i trenta e smette. E ogni volta che un club chiude, non perdiamo solo un locale. Perdiamo la Giorgia, il Capossela, il Silvestri che lì dentro si sarebbero formati. L’Italia è il paese che più di ogni altro al mondo sa mostrare la propria bellezza passata. Siamo bravissimi a custodire, a restaurare, a ricordare. Ma una cultura che sa onorare solo i morti è un museo, non è un paese vivo. La cultura vive di chi, stasera, in una sala di periferia, sta provando a dire qualcosa di nuovo davanti ad un pubblico che diventa comunità. Proprio in questi giorni l’osservatorio Milex ha calcolato che la spesa militare italiana supererà per la prima volta i 40 miliardi di euro l’anno prossimo, con una crescita di oltre 6 miliardi rispetto ai quasi 34 del 2026. Solo per comprare armamenti si passerà da 13,2 a 17,2 miliardi. Vent’anni fa erano tre miliardi: la spesa per armamenti è più che quadruplicata dal 2006 a oggi. Sapete quanto vale, invece, il Fondo nazionale per lo spettacolo dal vivo, quello che sostiene teatri, orchestre, musica, danza, circo, tutto insieme? Meno di 500 milioni di euro per il 2026. Meno di mezzo miliardo. Il solo aumento della spesa militare dell’anno prossimo vale più di tredici volte l’intero fondo per lo spettacolo dal vivo. Quello che spenderemo in un anno per comprare armi basterebbe a pagare quel fondo per quasi quarant’anni. Non sono un’esperta di strategia militare e non vengo qui a fare lezioni di geopolitica. Ma so una cosa: la sicurezza di un Paese non si misura solo in carri armati. Si misura anche nei posti dove i ragazzi si incontrano invece di chiudersi in casa, dove si impara ad ascoltare qualcuno che sale su un palco, dove una sera qualsiasi può succedere qualcosa che ti cambia la vita. Un club costa pochissimo e restituisce una comunità. È la forma di difesa più economica che io conosca: la difesa di una cultura, di un’identità, della pace stessa. Io vengo da un posto che oggi è diventato un parcheggio. Non vorrei che tra vent’anni qualcun altro salisse su un palco come questo a raccontare che il suo primo club è diventato un deposito. Per tutto questo, per i tanti ragazzi che incontro anche ad Officina Pasolini, per tutti quelli che ammiro e che stanno manifestando: è arrivato il momento di dare a questi ragazzi i spazi che noi abbiamo avuto e uscire dalla retorica: loro non sono il futuro di questo paese, sono il presente. E - maledizione!- noi abbiamo il dovere di mobiliarci anche con una legge di iniziativa popolare. Ha più potere di cambiamento uno spazio culturale che un presidio armato. Questo non lo dico da musicista, ma da cittadina. E allora in bocca al lupo a noi e al viaggio che farà questa proposta di legge».
Manuel Agnelli:
«Il mondo della musica è arrivato a una situazione che non può più pensare di poter crescere. A livello imprenditoriale si è ottimizzata una produzione standardizzata, una catena di montaggio in cui vengono prodotti pezzi e personaggi in serie. A livello economico si continua a fare soldi, ma a livello culturale si sta ammazzando il Paese. I locali, in particolare i club e i centri culturali, quando non sono chiusi sono diventati spesso grandi stanze da affittare ai promoter, senza una programmazione artistica interna. In questo modo muore la curiosità dello spettatore, che finisce per vedere soltanto gli spettacoli che sa già di poter apprezzare. Si producono spettacoli che non fanno discutere, ma che possono fare numero. È uno dei problemi più grandi di oggi: non ci sono più spazi di confronto e di crescita. È criminale, dal punto di vista culturale, che il messaggio trasmesso anche dalle istituzioni sia che un ragazzo abbia valore soltanto se fa numeri, se ha successo, se produce, se è efficace ed efficiente. È fondamentale che questa legge preveda incentivi e facilitazioni burocratiche per far rinascere luoghi di aggregazione e spazi culturali in cui gli artisti possano crescere e sbagliare. Non devono essere necessariamente posti dedicati allo scouting o alla scoperta del prossimo grande nome: devono essere laboratori in cui si impara un mestiere, si crea e ci si confronta. Tra le facilitazioni previste c'è anche la possibilità di sostenere i luoghi in cui si esibiscono musicisti e artisti con almeno l'80% del proprio repertorio composto da brani original, questo è fondamentale perché per anni il proliferare delle cover band ha sottratto spazio a una generazione di autori. Sto seguendo una nuova generazione di ragazzi attraverso diverse rassegne: li vedo andare in giro, fare esperienza, crescere e scambiarsi idee sulla scrittura delle canzoni. Spero che questa nuova generazione possa contribuire a ricostruire un substrato culturale che si è completamente perso. La funzione primaria dell'arte è questa: l'arte è cultura e la cultura è comunicazione. Noi giudichiamo la nuova generazione per i limiti che ha, ma trascuriamo l'enorme fortuna di avere una generazione che sta reagendo, con un'energia che noi abbiamo perso. C'è un desiderio di libertà e di sincerità che non vedevo da anni. È una grandissima occasione anche per realizzare quello che abbiamo sempre cercato di fare. Gli spazi culturali sono anche luoghi di incontro fisico, in cui le persone possono tornare ad abituarsi a incontrarsi e confrontarsi di persona. Non possiamo illuderci di partecipare alla vita democratica soltanto schiacciando pulsanti su un computer, che fanno tanta tendenza ma mai veramente pressione. Quindi a questo dobbiamo pensare quando parliamo ai posti culturali: non sono soltanto posti in cui si esprime la cultura, ma spazi in cui cresciamo come esseri umani e come individui, imparando a partecipare alla vita pubblica e ad assumerci la responsabilità di esserci. Aprire o facilitare lo sviluppo di questi luoghi significa anche rivalutare le aree delle città. Penso a Williamsburg, a Brooklyn: un quartiere che trent'anni fa era considerato pericoloso e che, anche grazie all'apertura di club, ristoranti e spazi culturali, è diventato uno dei quartieri più costosi di New York. Produrre cultura e portarla nei quartieri conviene, anche per la qualità della vita e la sicurezza delle città. La tecnologia è andata avanti, ma non sono sicuro che la qualità della nostra vita sia migliorata. Nessuno ha più tempo per vivere. È importante quindi trovare luoghi di aggregazione che ci permettano di tornare a ritmi che scegliamo noi, e non a quelli che ci impone il sistema».
Daniela Giordano (Unita):
«La mia generazione, banalmente, ha fallito rispetto alla generazione dei miei genitori. Oggi ci troviamo ad affrontare anche una trasformazione importante come quella dell’intelligenza artificiale, che incide sulla produzione culturale: dalla musica alla scrittura, dal cinema a tanti mestieri dello spettacolo, compreso quello degli attori. Perché un prompt, quale che sia, non sciopera, non si ammala, non ha diritti e soprattutto costa tanto meno. Io ho cominciato nella cantina, che era il Teatro Abaco. Provavamo nel garage di Marcello. Io scappavo di casa la notte, calandomi dalla finestra del bagno, e poi siamo arrivati al Teatro Abaco, con le prime repliche. Oggi ho una figlia che tragicamente ha deciso di fare l’attrice anche lei. Questi spazi devono essere luoghi in cui si costruisce anche una cultura del lavoro. In passato, nei piccoli spazi, si riusciva a lavorare e a ricevere dei contributi. Non possiamo pensare che siano luoghi in cui gli artisti vengono semplicemente consumati. Devono essere spazi di confronto, di formazione, in cui si costruiscono relazioni, si impara a usare la lingua italiana, si sviluppano il senso comune e la gentilezza. Dobbiamo costruire un mondo in cui questi spazi abbiano valore e in cui non siano gli interessi più forti, le lobby e i milionari a piegare tutto e tutti ai propri profitti».
Matteo Orfini (Onorevole Partito Democratico):
«Questa proposta nasce da una necessità che tutti avvertivamo: rendere meno difficile e più sostenibile la gestione degli spazi culturali. Abbiamo lavorato per costruire un'architettura normativa che permetta di riconoscere queste realtà e garantire loro strumenti di sostegno, dagli incentivi per le ristrutturazioni a quelli per la programmazione. Abbiamo scelto di trasformare la proposta in una legge di iniziativa popolare perché non volevamo limitarci a una rivendicazione di settore. La questione riguarda il Paese, le città e tutti i cittadini, non soltanto chi si esibisce negli spazi culturali, chi li gestisce o chi ci lavora. Questi luoghi garantiscono innanzitutto l'accessibilità alla cultura: permettono di ascoltare musica e vedere spettacoli anche a chi non può permettersi i grandi concerti. Sono stati e devono continuare a essere luoghi in cui gli artisti possono sperimentare e costruire il proprio percorso, anche attraverso il fallimento. Abbiamo bisogno di città che consentano agli artisti di provare, sbagliare e ripartire senza essere espulsi dal sistema. Gli spazi culturali svolgono anche una funzione sociale fondamentale. Durante la pandemia molti di questi luoghi erano diventati presidi di solidarietà, perché intorno a loro si era già costruita una comunità. Attraverso la cultura e la frequentazione degli spazi, le persone diventano cittadini e partecipano alla vita democratica. Non abbiamo bisogno di questi luoghi soltanto come artisti o operatori, ma anche come cittadini. Se c'è cultura c'è libertà, se c'è libertà c'è partecipazione e se c'è partecipazione c'è cittadinanza. E quindi una democrazia più sana e più forte».
Carlo Parodi (Assomusica):
«Io lavoro in un club che è nato in un quartiere di Torino, un quartiere periferico, di immigrazione, un quartiere dove c'era disagio. La città di Torino ci diede questo spazio, una scuola elementare, dicendo: questa è vostra. Quest'anno questo live club compie quarant'anni ed è uno dei pochi esempi che esistono in Italia di un luogo che non è diventato un parcheggio o un supermercato, ma che esiste ancora. Un live club è un luogo dove non solo si dà possibilità alla crescita artistica di moltissimi artisti, ma sono anche luoghi dove ci può essere la crescita professionale di moltissime altre maestranze del mondo del lavoro: fonici, tecnici, manager. Sono nati frequentando i live club. Abbiamo presentato il primo studio scientifico di monitoraggio di che cosa sono i club oggi in Italia. [...] La cosa che mi colpisce di più è che almeno dieci di questi club che abbiamo monitorato non ci sono più. Sono passati neanche sette mesi da quando è iniziato questo monitoraggio. Questo è il grido d'allarme. Gli strumenti sono fondamentali. Il Codice dello Spettacolo e questa proposta di legge popolare sono complementari, devono essere complementari. Tutto ciò che serve per valorizzare artisti e maestranze, per poter continuare nella loro attività e nella loro carriera, dobbiamo farlo».
Marco Trulli (ARCI):
«Questo Paese non parla di spazi di aggregazione, di promozione culturale, di produzione, perché non li riconosce. Questa mappatura ha messo in luce il fatto che la politica non aveva una fotografia dei club oggi, non sapeva cosa intendessimo quando parlavamo di club. Se noi pensiamo che la musica dal vivo deve avere un futuro oltre le piattaforme, oltre i grandi eventi, e debba essere anche democratica, deve attraversare degli spazi, deve sbagliare, deve rischiare. Secondo me dobbiamo tornare a parlare di questi spazi come spazi della democrazia reale. Sono spazi della condivisione, dell'esperienza, del guardare il concerto, ma anche del conoscersi, dell'incontrarsi, di incontrare anche quello che non volevo sentire. Secondo me è la cosa più bella di un festival o di uno spazio culturale: andare a vedere quello che non conosco e quello che non mi aspetto, e da lì crescere e conoscere, non aspettare l'algoritmo che mi dica quello che devo ascoltare. Questi spazi vanno sostenuti anche per quello che sono e non solo per quello che fanno. In questi spazi si crea competenza, si crea passione, si crea appartenenza, si crea politica, si crea volontariato. [...] Gli spazi possono poter fallire, possono poter mettere in scena cose sperimentali, possono guardare al nuovo, all'imprevisto, alle nuove scene. Questi spazi sono delle istituzioni di prossimità e per quello vanno salvaguardati, anche fatti crescere, anche sostenuti quando sbagliano».
Emmanuele Curti (Lo Stato dei Luoghi):
«Siamo una rete che si è costituita durante il periodo del Covid per mettere insieme tutti quegli spazi ibridi, quindi di difficile definizione, che abitano spazi abbandonati, molto spesso luoghi che i Comuni non sanno più come utilizzare e che, attraverso processi di rigenerazione a base culturale, abbiamo riempito. Il fatto stesso di essere ex scuole, ex fabbriche, ex edifici del Novecento, con la parola “ex” dichiara la fine di un discorso. Se abitiamo scuole, vuol dire che quelle scuole non hanno più bambini, che quei quartieri non hanno più bambini e non hanno più futuro. Abitare quei luoghi attraverso la cultura apre un discorso nuovo sulla cura delle comunità che li circondano. C'è un profondo bisogno di iniziare a lavorare anche su un nuovo concetto di cultura, in particolare sulla cultura come elemento generativo. Se la cultura è davvero un elemento di base della relazione, quindi di prescrizione sociale, dobbiamo partire da questa legge e cercare di uscire dalla nicchia in cui siamo, iniziando a parlare in termini trasversali. Mi auguro che la cura alla base di questo processo sia una cura anche del noi. Abbiamo bisogno di iniziare a lavorare con una visione più sistemica, una visione a lungo termine».
Federico Raserti (KeepOn Live):
«È una sensazione particolare vedere quanto oggi si parli di live club e di spazi culturali. Quando ho iniziato a sentire parlare di una proposta di legge dedicata a questi luoghi, ho provato una certa emozione. Fino a poco tempo fa, infatti, il termine live club sembrava quasi un concetto tecnico, poco conosciuto al di fuori degli addetti ai lavori. Dare un nome alle cose è il primo passo per riconoscerle. È particolarmente positivo che si sia parlato degli spazi culturali non soltanto dal punto di vista musicale, ma anche nelle loro dimensioni sociale, economica, urbanistica e culturale. Vorrei però sottolineare l’importanza del lavoro di ricerca che abbiamo realizzato grazie al sostegno di Assomusica e ARCI. Ci siamo resi conto che, per dialogare con i decisori politici e con i tecnici delle istituzioni, non bastava raccontare la passione e il valore culturale di questi luoghi: servivano dati concreti. Quanti lavoratori coinvolgono? Quali attività svolgono? Come possiamo identificare un live club e distinguerlo da un’altra tipologia di locale? Da queste domande è nata l’esigenza di costruire una mappatura e uno studio capaci di rendere oggettivo il valore di queste realtà. I dati ci permettono di dimostrare che gli spazi culturali hanno un ruolo sociale che va ben oltre la musica. Una percentuale significativa di questi luoghi organizza anche attività sociali, danza, iniziative di inclusione e formazione artistica. C’è poi un altro dato che merita attenzione: mentre continuiamo giustamente a preoccuparci per la chiusura dei locali, dobbiamo chiederci anche quanti nuovi spazi riescano effettivamente ad aprire. La percentuale di nuovi spazi negli ultimi anni è estremamente bassa, circa il 2%, mentre la maggior parte delle realtà esistenti ha più di dieci anni di attività. Questo significa che esiste uno zoccolo duro di spazi che resistono da tempo, ma manca un ricambio generazionale. Anche i dati relativi ai lavoratori e ai volontari sono interessanti: oltre la metà delle persone coinvolte è costituita da volontari. Esiste quindi un patrimonio umano fatto di competenze, entusiasmo e disponibilità che potrebbe essere valorizzato e fatto crescere. Molti dei tecnici che oggi seguono grandi tournée hanno iniziato proprio nei piccoli club. È un esempio concreto di quanto questi spazi siano importanti anche per la formazione professionale. Il nostro contributo continuerà a essere quello di mettere a disposizione dati e strumenti di conoscenza, per costruire un’intelligenza collettiva capace di rappresentare tutte le realtà del territorio: dai grandi locali che possono ospitare migliaia di persone fino ai piccoli spazi di provincia, spesso unici punti di riferimento culturale per intere comunità. Credo che il grande merito di questo percorso sia proprio quello di portare finalmente nel dibattito pubblico una narrazione alternativa a quella dominante, fondata sui dati e sul riconoscimento del valore culturale e sociale di questi luoghi».
Massimo della Pelle (Audiocoop):
«I live club sono fondamentali per la crescita dei gruppi e degli artisti. Un tempo rappresentavano una possibilità concreta per iniziare a suonare, fare esperienza e costruire un percorso. Oggi, invece, gli spazi sono sempre meno e spesso si chiede agli artisti quanti spettatori siano in grado di portare e quanto possano far guadagnare al locale. Se la prima data funziona, si va avanti; altrimenti diventa difficile trovare altre occasioni. I luoghi in cui fare musica, soprattutto per i più giovani, sono importantissimi. È lì che si può dare a chi inizia la possibilità di salire su un palco, imparare a usare un mixer, conoscere il funzionamento delle luci e acquisire competenze che possono trasformarsi in un mestiere. Abbiamo bisogno di spazi pubblici, sale prova accessibili e luoghi in cui i ragazzi possano esprimere la propria creatività senza dover sostenere costi troppo elevati. Per questo sono importanti tutte le proposte che vanno in questa direzione: dagli sgravi fiscali per le produzioni under 35 al sostegno alle scuole di musica e alla possibilità di accedere agli strumenti a prezzi più bassi. Anche organizzare festival, soprattutto nei piccoli centri, è diventato sempre più difficile. Attraverso la rete dei festival ne raccogliamo circa un centinaio, ma molte delle realtà che facevano parte del circuito hanno dovuto interrompere le attività. Le difficoltà sono legate anche alle normative sulla sicurezza e a una burocrazia spesso complessa, tra regolamenti comunali e regionali. Eppure, proprio in questi contesti si esibiscono tanti piccoli gruppi e ragazzi che per la prima volta salgono su un palco, con la possibilità di confrontarsi con un pubblico e con professionisti che li accompagnano. Ricordo un festival in un piccolo paese nel centro della Sardegna, dove alcuni ragazzi dei paesi vicini ringraziavano gli organizzatori perché quella era l'unica occasione che avevano per esprimersi. Questo fa capire quanto siano importanti queste iniziative per i territori. Dobbiamo sostenere la produzione under 35 e fare in modo che lo streaming e il digitale non diventino l'unica possibilità per gli artisti. Oggi è sempre più difficile vivere di musica: sono venute meno molte opportunità legate ai diritti e alla discografia indipendente, e tante realtà riescono ad andare avanti soltanto come attività secondarie o per passione. Speriamo quindi che si riesca a costruire qualcosa di concreto per i giovani e per chi vuole lavorare nella musica, anche come manager o operatore culturale».
Manuela Martignano (Stati Generali APS):
«Uno dei tanti motivi per cui questa proposta di legge è così importante è che si tratta di una proposta di legge nazionale. Alcune regioni si sono già mosse per tutelare attraverso delle leggi regionali i propri live club, i propri spazi. Quello che però ci restituisce una legge nazionale è un mondo della cultura che può dare a tutti gli stessi diritti, le stesse opportunità e le stesse tutele senza lasciare nessuno indietro, a prescindere dalle differenze regionali. Io vengo da una generazione che può serenamente affermare che nessuno ha pensato a cosa ci avrebbe lasciato. Raccogliamo i frutti di questa scarsa attenzione che c'è stata nei nostri confronti. Oggi mi sembra bellissimo che in tutti i nostri interventi ci sia un pensiero a chi viene dopo di noi. Questa legge servirà a sistemare un po' il presente, ma servirà soprattutto evitare che il futuro sia davvero troppo ingeneroso nei confronti dei giovani. Il sostegno a queste strutture significa un sostegno anche alla libertà di poter programmare in maniera creativa, di dare spazio ai talenti emergenti che hanno bisogno di trovare delle case in cui esprimersi. Non si tratta di assistenzialismo ma di un supporto dovuto perché se l’accesso alla cultura, sia per il pubblico che per gli addetti ai lavori, è riservato a chi può economicamente permetterselo; se gli artisti e le artiste restano solo quelli e quelle che se lo possono economicamente permettere, noi stiamo dando una forma al mondo che non so se ci piacerà. Spero davvero che saremo capaci di raccogliere i nostri mondi, il cinema, il teatro, l'arte, la musica, la cultura tutta intorno a questa legge».
Gli Stati Generali dello Spettacolo sono un appuntamento nazionale dedicato al confronto e allo sviluppo delle politiche culturali in Italia. Nascono con l’obiettivo di dare una risposta strutturata alle fragilità del settore dello spettacolo, emerse con forza negli ultimi anni e aggravate dagli effetti della pandemia e dell’instabilità economica globale. La prima edizione con l’attuale format si è svolta a Roma nel 2023, presso l'Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini, riunendo lavoratori, artisti, produttori, organizzazioni del settore e rappresentanze istituzionali. Fin dalla sua nascita, l’evento si è posto come spazio di dialogo e progettazione, capace di portare al centro del dibattito temi fondamentali come il lavoro culturale, la sostenibilità economica delle imprese creative, il welfare dei professionisti, l’accesso ai fondi pubblici, l’evoluzione digitale e il ruolo delle nuove tecnologie. Nel 2024 gli Stati Generali hanno proseguito il percorso con una seconda edizione articolata in tavoli tematici, momenti di restituzione e proposte operative, confermando la volontà di costruire un confronto stabile e continuativo. Nel 2025, la terza edizione ha approfondito le principali sfide del settore attraverso sei tavoli tematici dedicati al Codice dello Spettacolo, al Tax Credit, all’intelligenza artificiale, all’economia della cultura, all’accessibilità e alla tutela degli spazi culturali e dei festival, confermando il ruolo degli Stati Generali come luogo di confronto e di elaborazione di proposte per il sistema culturale italiano.
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