“IN-dependence Time”: torna il neoprogressive dei The Lizards’ Invasion

“IN-dependence Time”: torna il neoprogressive dei The Lizards’ Invasion


17/02/2019 - News di QALT

Tornano sulla scena, con un concept album dai toni neoprogressive, i The Lizards’ Invasion: “IN-dependence Time”.

 

Partiamo subito dicendo che “IN-dependence Time” (prodotto da Marino de Angeli) è un lavoro maturo sotto ogni punto di vista: i brani sono complessi ma al contempo orecchiabili, gli arrangiamenti sono ricercati così come l’uso dell’effettistica, si parano dinanzi all’ascoltatore ritmiche standard frammiste a tempi sbilenchi; e la cosa che più stupisce è che non vi è mai ostentazione delle capacità tecniche della band, “trappola” in cui spesso cadono i musicisti che sanno il fatto loro, in quanto a tecnica.

 

A livello prettamente testuale, l’album racconta storie di un mondo parallelo al nostro:

«“IN-dependence Time” è un concept album, una sorta di storia a capitoli nella quale si racconta la vicenda di un mondo parallelo al nostro dove inizialmente tutto sembra in armonia, nessun umano prova emozioni negative, nessuno vuole il potere per sé a discapito del prossimo, almeno fino ad un colpo di scena inaspettato… Il titolo di ogni brano inizia per "IN": questo perché la storia porta l’ascoltatore ad avere un confronto con se stesso e “IN” se stesso per l’appunto».

 

La band, composta da Resti (voce), Màzzu e Mighè (chitarre), Barba (basso), Edo (batteria) e Fede (tastiera), riesce a stupire con solo 7 brani e in soli 29 minuti (plauso anche alla scelta di non esagerare troppo nella durata, neo di molti album che, volendo inserire troppi elementi, risultano poi pesanti all’ascolto).

 

Si parte che le buone “INtro” e “INdividuals”, le quali ci “iniziano” alle sonorità della band, molto cristalline nella produzione (forse troppo per i miei gusti, anche se la scelta si sposa bene con il genere): chitarre gilmouriane, accenni elettronici, una voce che sa il fatto suo ma che non eccede in virtuosismi.

 

Ma è con “INsider” che i 6 iniziano a mettere le carte in tavola: intrecci di chitarre armonizzate, fraseggi di pianoforte ossessivi e tempi dispari per un brano che prende piede da influenze 70’s frammiste a suoni più contemporanei (come già accadeva in band come gli Spock’s Beard); molto bella la scelta di far “muovere” la voce fra il canale destro e il sinistro (l’ascolto in cuffia è consigliato).

 

“INvasion” ha delle sonorità quasi vicine alle ballad elettroniche dei Depeche Mode di “Songs of faith and devotion” su un cantato dai toni metal (in particolare sugli alti, lo stile di Bruce Dickinson si fa sentire).

 

“INterlude” è una leggera ballad che si erge su un giro di chitarra acustica per poi aprirsi a tutta la band: molto 90’s, quasi da classifica, quando le chart statunitensi erano popolate di band alternative e post-grunge.

 

A questo punto arriva il capolavoro, il masterpiece dell’album: “INdestructible”. Qui (finalmente) la voce di Resti esplode in tutta la sua grinta; i fraseggi di synth di Fede donano al brano le sonorità che ogni ascoltatore di prog si aspetta; il cambio di registro a metà brano (nonostante i soli 5 minuti e mezzo) sottolinea la tendenza all’utilizzo della suite, cosa molto tipica nel prog; la parte strumentale, che conduce al finale, è epica (in tutti i sensi). Insomma, la sola “INdestructible” vale l’ascolto di “IN-dependence Time”.

 

Chiude l’album “INcredible”, che si concede una virata verso territori quasi disco (mi vengono in mente alcune cose dei Muse più recenti).

 

Insomma, un album che saprà farsi apprezzare da tutti gli amanti del genere e che lascia fissa la curiosità di vedere i The Lizards’ Invasion su un palco. E magari ascoltarli alle prese con una suite più lunga, come da tradizione prog.