Festival Iminente

live report

Festival Iminente Festival Iminente: Lisbona, dove fado, hip hop e punk parlano la stessa lingua

di Graziano Tullio

Concerto del 20/09/2026

#Festival Iminente#Rock Internazionale#Alternative

Quattro giorni a Lisbona per attraversare una delle città musicalmente più ibride d’Europa. Dal fado di Gisela João al rap di Sam The Kid e Ghoya, da Dino D’Santiago al punk estremo dei Bas Rotten e dei Dead City: il Festival Iminente racconta una Lisbona costruita ai margini, nelle comunità, nei quartieri e nella continua trasformazione delle proprie identità. Ci sono festival che organizzano concerti e festival che, attraverso i concerti, raccontano una città. Il Festival Iminente appartiene alla seconda categoria. Perché il punto non è soltanto la varietà degli stili presenti, ma ciò che li mette in relazione: il modo in cui la musica nasce dai quartieri, dalle comunità, dalle migrazioni, dalle periferie e dagli spazi urbani in trasformazione.

Dal 17 al 20 settembre 2026, l’Iminente ha occupato l’antica Escola Afonso Domingues, a Marvila. Un edificio chiuso dal 2010, abbastanza grande da permettere di costruire un percorso tra palchi, sale, installazioni, cinema, conversazioni e luoghi d’incontro. Non è un dettaglio secondario: il luogo è parte del racconto.

Una città, molte periferie A prima vista, mettere nello stesso programma fado, hip hop, elettronica, reggae e hardcore punk potrebbe sembrare soltanto una scelta eclettica. Ma, osservando gli artisti e, soprattutto, i luoghi da cui provengono, emerge un filo più profondo. Il fado e il rap, per esempio, appartengono a storie musicali molto diverse, ma condividono una relazione particolare con la città. Entrambi sono stati, in momenti diversi, linguaggi capaci di trasformare una posizione marginale in una forma di identità. Entrambi hanno raccontato persone, quartieri e sentimenti che non sempre trovavano spazio nella rappresentazione ufficiale della città. È significativo, quindi, che nella prima serata dell’Iminente, in mezzo a proposte di musica elettronica, hip hop e reggae, salga sul palco una delle voci più importanti del fado contemporaneo: Gisela João.

Il fado non è un museo Il fado, per chi arriva dall’estero, rischia facilmente di diventare una cartolina. Chitarra portoghese, voce malinconica, Alfama, vicoli e nostalgia. Gisela João mostra quanto questa immagine sia riduttiva. La sua interpretazione parte dalla tradizione ma la porta altrove, attraverso loop, texture elettroniche, beat e riverberi digitali. Anche l'immagine scenica rompe deliberatamente con l’idea più convenzionale della fadista: sneakers, pantaloncini, un’attitudine contemporanea e una base sonora che sposta il fado verso territori elettronici. Il punto non è modernizzare il fado per renderlo più facilmente esportabile. È rivendicare la libertà di abitarlo in un altro modo.

Nel concerto entrano i brani dell’ultimo album Inquieta, ma anche il repertorio legato alla resistenza democratica e alla canzone d’intervento portoghese. Il riferimento a José Afonso diventa particolarmente significativo in Vejam Bem e nei versi di Os Vampiros. A quel punto il fado smette di essere soltanto un genere musicale. Diventa una posizione, una possibilità di parlare del presente.

Dal fado all'hip hop Quasi senza soluzione di continuità, mentre l’ultima canzone di Gisela João sta ancora finendo, su un altro palco arriva Sam The Kid.Per capire Sam The Kid bisogna entrare in un’altra Lisbona: quella di Chelas. È qui che Samuel Mira, a 22 anni e con un AKAI MPC 2000, costruisce Beats Vol. 1 – Amor, pubblicato nel 2002 e diventato uno dei lavori fondamentali della storia dell’hip hop portoghese. Un disco nato attraverso l’ascolto, il campionamento e la ricomposizione di frammenti musicali, trasformati in un universo personale.

All’Iminente, Sam The Kid presenta Beats Vol. 1 – Amor insieme a un’orchestra e agli Orelha Negra. Il materiale originariamente costruito nella dimensione intima di una stanza viene trasformato in un concerto fisico, con archi, fiati, basso e batteria. Il dettaglio geografico conta. Il concerto si svolge davanti al territorio che ha contribuito a generare quell’universo musicale. Per una parte del pubblico portoghese, non è semplicemente un concerto celebrativo. È un ritorno a un luogo di origine.

Il rap come voce della marginalità Il giorno successivo il rapporto fra musica, territorio e identità assume una forma ancora più esplicita con Ghoya. Bruno Furtado, vissuto nelle case popolari tra Lisbona e Amadora, è una delle figure di riferimento del rap creolo portoghese. La sua musica arriva da un’altra esperienza della città: quella dell’esclusione, del razzismo, della violenza della polizia, e del carcere. Il suo concerto è diretto, duro, politico.

«Non resteremo con le braccia incrociate», afferma dal palco. Sul grande schermo compare un’altra frase: «Essere poveri non è un crimine». Qui l’hip hop torna alla sua funzione più originaria: non semplicemente intrattenere, ma nominare ciò che normalmente rimane ai margini del discorso pubblico.

La Lisbona che attraversa l’Atlantico

Il terzo giorno il festival porta in primo piano un’altra componente fondamentale della cultura musicale portoghese contemporanea: il rapporto con l’Africa e, in particolare, con Capo Verde.

Dino D’Santiago è forse uno degli esempi più evidenti di questa Lisbona fatta di attraversamenti. Figlio di genitori capoverdiani e nato in Algarve, Dino ha costruito il proprio percorso partendo da soul, R&B e hip hop, per arrivare a una ricerca sulle proprie radici che mette in dialogo batuku, funaná e musica capoverdiana con elettronica e linguaggi urbani contemporanei. All’Iminente, però, la sua musica non appare come una semplice fusione di generi. Diventa una forma di comunità.

Il concerto ha qualcosa di simile a una festa di piazza. Dino cerca il contatto diretto con il pubblico, guarda le persone una per una, scende dal palco e balla in mezzo alla folla. In quel momento la distanza tra artista e pubblico praticamente s disappearance. Ed è forse proprio questa la sua forza: trasformare tradizioni diverse in uno spazio condiviso.

Dal groove all’estremo: quando il margine diventa underground

Ma l’Iminente non racconta soltanto le contaminazioni più accessibili della città. Nella Cantina, uno degli spazi ricavati all’interno dell’antica scuola, il festival può cambiare completamente volto.

Arrivano i Bas Rotten e il loro grindcore contaminato da hardcore punk e powerviolence. Blast beat, scream, growl, d-beat, stop-and-go e improvvisi cambi di ritmo trasformano il concerto in un attacco sonoro quasi fisico. È il lato più estremo dell’underground, quello che non ha bisogno di essere conciliato con il grande pubblico.

Ed è proprio per questo che la sua presenza nel programma è importante. L’Iminente non cerca una versione addomesticata della cultura urbana. Lascia spazio anche alle comunità che costruiscono i propri circuiti fuori dai percorsi principali.

Poche ore dopo, sempre nella Cantina, arrivano i Dead City, direttamente da Los Angeles. La distanza geografica è enorme, ma il principio è sorprendentemente vicino a quello che attraversa molti dei progetti presenti al festival: la costruzione di una comunità al di fuori dei circuiti convenzionali.

La loro storia è legata a una pratica punk DIY e all’occupazione temporanea di spazi urbani: strade, parchi, viadotti e luoghi abbandonati trasformati in luoghi di incontro e di espressione. A migliaia di chilometri da Lisbona, la logica è la stessa: se uno spazio non è pensato per te, puoi provare a renderlo tuo.

Il festival come fotografia di Lisbona

È qui che fado, rap, musica capoverdiana, elettronica e punk smettono di sembrare elementi casualmente riuniti nello stesso cartellone. La loro relazione non è necessariamente musicale. È urbana.

Sono linguaggi che, in modi differenti, raccontano appartenenza, marginalità, memoria, trasformazione e comunità. Per questo l’Iminente è interessante anche al di là dei singoli concerti. È una diversa idea di festival: non un evento che arriva in un quartiere per qualche giorno, ma una piattaforma che prova a costruire relazioni con i luoghi e con le persone che li abitano.