Cccp

live report

Cccp Roma, Auditorium Parco della Musica

27/11/2015 di Arianna Marsico

Concerto del 27/11/2015

#Cccp#Italiana#Alternative

E’ del 1990 l’ultimo saluto dei CCCP ad un mondo in cui il muro di Berlino è crollato, in cui fare punk filosovietico forse ha smarrito il suo senso, in cui a rimescolarsi fino a riconoscersi più non sono solo i frammenti di musica popolare. E questo saluto è Epica Etica Etnica Pathos, che traghetta i CCCP verso i CSI, districandosi tra Est, inteso come Est Europa, Oriente (“non basta urlare Arabia Arabia”, dichiarò Giovanni Lindo Ferretti un un’intervista a Radiorock) e Occidente.

Definire i CCCP una band seminale è una banalità estrema, ma il peso specifico che hanno avuto soprattutto in termini di approccio alla musica, abbattere il muro del pop, è dimostrato dalla serata all’Auditorium di Roma in occasione dei 25 anni di Epica Etica Etnica Pathos. Non un passaggio di consegne, perché come musicisti i nostri hanno ancora tantissimo da dare (lo dimostrano anche i progetti portati avanti singolarmente)  ma un coro che idealmente si tende per mano lasciando tanto a chi  è venuto e verrà dopo e una celebrazione antiretorica di un disco unico e di una attualità sconcertante.

Ad accompagnare Massimo Zamboni, Francesco Magnelli, Giorgio Canali, Gianni Maroccolo arrivano Fatur, Ginevra Di Marco, Angela Baraldi, Andrea Appino, Dario Brunori, Lo Stato Sociale, Vasco Brondi, Max Collini e Francesco Di Bella.

Dopo Narcos con Vasco Brondi L’ombra dei fatti del Bataclan si ripercuote su Baby Blue cantata da Fatur, che la modifica parlando di Parigi. Eppure il fatto che dopo il testimone passi ai ragazzi de Lo Stato Sociale (visibilmente emozionati e forse un po’ spaesati) con Depressione Caspica paradossalmente può essere un messaggio di speranza. Qui si nota appieno la potenza del contributo di Gianni Maroccolo al muro sonoro, vero valore tecnico aggiunto della serata (sul valore emotivo di ogni concerto della  ritrovata formazione non credo ci sia molto da aggiungere). Quando vidi i CCCP riuniti un paio di anni fa, quella sera non c’era lui al basso. Stasera sì. E diamine se si sente! E’ un basso che addensa il suono, che raccorda ed amalgama tutto il resto e lo scaraventa contro il cuore e le orecchie di chi ascolta.

Appino arriva con Antonio Aiazzi, il Marchese già nei Litfiba (e il filo rosso tra CCCP e Litfiba in qualche modo, come capirete dopo, si sentirà ancora nel corso della serata), alla fisarmonica per una Amandoti (sedicente cover) ridotta ancora di più all’essenziale, totalmente scarnificata.

Dopo L’andazzo generale, di nuovo con Lo Stato Sociale, arriva la regina della serata, colei che nei CSI poteva non temere il confronto con Giovanni Lindo Ferretti: Ginevra Di Marco. Lei e Massimo Zamboni danno vita ad un intreccio di danza e poesia oltre i confini della geografia, al ritmo di un dolce ma ineluttabile mantra (il testo tradotto riporta “Sono giovane,eppure gli eventi hanno imbiancato già i miei capelli”). E’ una delle tante magie che si susseguono nella serata, come Aghia Sophia, imponente e marziale con Francesco Di Bella e Angela Baraldi.  Mozzill’o re è attuale come se 25 anni non fossero passati “ecco arriva l'uguaglianza/si trascina la libertà/ecco arriva l'uguaglianza/si trascina la libertà/questo qui quello la/quello su questo giù/tutti ricchi un po' di più/i più ricchi ancor di più”. Piccolo particolare, adesso ha un retrogusto tragico forse allora non voluto “libertè egalitè io rubo a te tu rubi a me”. Angela Baraldi e Giorgio Canali rendono ancora più sulfurea una Maciste contro tutti che pulsa di basso.

Arriva un momento commovente, per una canzone sulla quale Massimo Zamboni riesce ogni volta a trovare un ricordo, un aneddoto o una dedica che faccia scendere una lacrima: “La canzone che segue è legata al batterista Ringo De Palma” (alla batteria prima nei Litfiba e poi nei CCCP). Il quale, dopo aver registrato la sua parte “ci ha lasciato per troppa vita”.

E così Annarella , con Ginevra di Marco e Angela Baraldi l’una contraltare dell’altra, diventa elegia di un talento spezzato e si conclude con un abbraccio tra le due.

In teoria dovrebbe finire tutto qui, perché sono finiti i brani del disco.

Ma arrivano due… come potremmo definirle… ghost track decisamente irrinunciabili.

Salgono tutti sul palco per una Emilia Paranoica collettiva, dove ognuno, da Dario Brunori in poi, può aggiungere il suo contributo alla voce della Baraldi. E’ un dolore che si contorce nelle voci e  di basso e chitarra e poi si libera in un corale e finale “ PA RA NOI CAAAA”. Ma per celebrare appieno un passato ricco di futuro e esorcizzare ogni paura ci vuole Fatur, che canta a cappella Spara Juri. E con lui tutti, pubblico incluso, alla faccia di ogni forma di terrore.

SPARAAAAAAAA.