Motta

Motta

Roma, Atlantico Live


26/05/2018 - di Arianna Marsico
Se provaste ad ascoltare ad occhi chiusi fareste fatica a riconoscere la pur splendida formazione che aveva portato in giro per l’Italia La fine dei vent’anni (2016). La crescita avvenuta a solo un anno di distanza dalla fine dell’ultimo tour lascia stupefatti.

L’inizio  è affidato ad un lungo intro per Ed  è quasi come essere felice di un’intensità commovente, durante il quale fanno ad uno ad uno capolino sul palco Simone Padovani (percussioni), Cesare Petulicchio (batteria),  Leonardo Milani (tastiere), Federico Camici (basso) e Giorgio Maria Condemi (chitarra), che durante la serata Motta non si stancherà mai di abbracciare , ringraziare, chiamare “la mia famiglia” assieme a tutti i tecnici.

Per ultimo entra in scena Francesco, visibilmente emozionato e teso. Solo dopo Ed  è quasi come essere felice, che ha assunto una forza che sul disco non aveva, confessa “Mi siete mancati tantissimo” e sul viso si dipinge un sorriso soddisfatto. La fine dei vent’anni eseguita in uno stato di grazia è il miglior ringraziamento per i presenti. 

Canzone dopo canzone la band è sempre più simile ad un’orchestra per la ricchezza delle trame che si vengono a creare, che sembrano intarsiarsi nei suoni di ogni parte del mondo, una musica che definire solo rock è riduttivo, una world music nel senso più vero del termine.

 I cori di Quello che siamo diventati emanano un calore che le percussioni  di Padovani esaltano. Vivere o morire diventa un dolcissima elegia dell’imperfezione  cesellata da un suono perfetto. Motta inizia a ringraziare i ragazzi sul palco e la persona che maggiormente gli è stata vicina nell’anno di gestazione del disco. Quasi non vorrebbe nominarla ma la chiama il pubblico a gran voce. Francesco sorride, ed è bello vedere come la tensione si sciolga e gli permetta di godersi l’affetto e l’energia che la platea gli riserva (tant’è che divertito e compiaciuto affermerà “ Il mio pubblico è diverso, è l’unico che tiene il tempo”).

La prima volta è preceduta  da un aneddoto, per amor di verità, sulla presenza di vodka oltre alle due bottiglie di vino eliminata per motivi di metrica ed è disarmante nella sua sincerità, l’assenza degli archi presenti in studio non si nota, e parola dopo parola, nota dopo nota, è come se Motta si mettesse a nudo come forse non aveva mai fatto.

Per amore e basta negli assoli di Condemi arriva a ricordare il Santana di Supenatural (1999) nel suo suono multicolore e preciso. Prima o poi ci passerà non dà un attimo di respiro e riporta alle inquietudini del precedente album  (non che Vivere e morire sia un disco che parli di risoluzioni ma il tempo che passa cambia anche il tipo di inquietudine), per poi sfociare in Del tempo che passa la felicità.

E poi ci pensi un po’ porta a Roma il profumo e la sensualità di Cuba, quel “sorriso che non ricordavi di avere”  si dipinge anche sui volti dei presenti, pienamente soddisfatti.

Prenditi quello che vuoi e Roma stasera dalla morbida penombra cubana riportano alle tenebre, ai denti spezzati.

Se continuiamo a correre viene talmente riarrangiata da sembrare un altro brano. Le falcate new - wave cedono il passo ad una scarnificazione all’osso che permette quasi di guardarsi allo specchio senza trucchi e inganni. Abbiamo  vinto un’altra guerra è disarmante, quel suo “Fragile è una colpa/È una ferita aperta/Non serve a far capire/Che si può fare male” riecheggiano per tutto l’Atlantico. Sei bella davvero, splendida come non mai e che fa saltare tutti, diventa un modo per omaggiar l’amico e mentore Riccardo Sinigallia, raccontando come il produttore avesse minacciato di porre fine alla loro amicizia se il brano non fosse stato inserito ne La fine dei vent’anni.

La nostra ultima canzone è una sorpresa carica di emozione, che bilancia tristezza e voglia di rinascita, di respirare forte lasciandosi tutto alle spalle.

Sembra finire tutto così all’improvviso, ma ovviamente non è così.

La conclusione di una serata di questa intensità emotiva non può che essere affidata a Mi parli di te, dedicata al padre Giovanni.  E’più un dialogo che una canzone, e dal vivo spreme il cuore fino a far uscire la linfa dell’infanzia, del percorso di crescita, dei contrasti e delle riappacificazioni, “Babbo siamo ancora in tempo”  riassume tutto.

Non si può andare oltre stasera, ed è giusto così. Motta chiama tutta a raccolta tutta la band e tenendosi per mano, come una compagnia teatrale e come un vero gruppo, si inchinano e ringraziano tra i meritatissimi applausi. E a questo punto si esce, col cuore gonfio di gioia e gli occhi un po’ lucidi.

Setlist

Intro

Ed  è quasi come essere felice

La fine dei vent’anni

Quello che siamo diventati

Vivere o morire

La prima volta

Chissà dove sarai

Per amore e basta

Prima o poi ci passerà

Del tempo che passa la felicità

E poi ci pensi un po’

Prenditi quello che vuoi

Roma stasera

Se continuiamo a correre

Abbiamo  vinto un’altra guerra

Sei bella davvero

La nostra ultima canzone

Mi parli di te

Foto di Daniele Di Mauro