live report
Matt Pascale and The Stomps Il blues del ventunesimo secolo: il live infuocato di Matt Pascale and The Stomps al Black Inside
di Laura Bianchi
Concerto del 16/01/2026
"Ah, ma è italiano?", chiede una ragazza al suo amico dietro a me, non appena Matt Pascale, Mattia all'anagrafe, prende la parola dopo un inizio a dir poco infuocato del suo live, in un Black Inside affollato di gente curiosa di sentire la next big thing del blues coi suoi fedelissimi The Stomps.
Vero: il piglio, la presenza scenica, la tecnica, tutto fa pensare a una giovane star piovuta a Lonate Ceppino da Los Angeles. Invece, sì e no: sì, perché Pascale è certo più noto oltreoceano che in patria, e perché il suo primo, nuovo, splendido disco Home è stato concepito proprio in L.A. Ma no, perché il chitarrista e cantautore è italianissimo, e così la sua sfolgorante band. Ma c'è un altro, non piccolo, dettaglio: sono tutti under trenta, Pascale è classe 2000, e la freschezza entusiasta, la complicità dei cinque sul palco, la strabordante energia che dimostrano in oltre due ore di set senza respiro testimoniano la vitalità del blues - e dintorni -; ma, anche, le acclamazioni e l'approvazione crescente del pubblico comprovano quanto bisogno ci sia di aria fresca, di giovani che sappiano non solo suonare, ma comporre brani originali, traendo il meglio dai maestri che li hanno preceduti, senza complessi di inferiorità, ma seguendo il loro istinto puro e sincero.
Altra impressione positiva: Pascale non è il classico enfant prodige del rock, che se la tira, che scimmiotta le movenze delle star, che esibisce una maschera recitando una parte: è un giovane uomo che non teme di parlare delle proprie fragilità, dei periodi negativi trascorsi in una "città tossica", della propria voglia di riscattarsi e tornare a comunicare, scusandosi per l'imperfetta forma vocale...mentre snocciola con assoluta tranquillità assoli da paura, si produce in vocalizzi totalmente black, rende omaggio al vate Hendrix, inerpicandosi sulle vette delle irraggiungibili Hey Joe e Little Wing, e piantandoci la bandiera, con l'abbinamento vincente: tecnica e carisma. Lo testimonia il momento in cui, su Little Wing, si sposta fuori dai riflettori, suonando in sordina, tenendo tutto il locale col fiato sospeso, perfino gli irriducibili chiacchieratori delle ultime file.
Tecnica e carisma, ma anche passione, cuore e amicizia; Pascale non fa il front man con tutte le luci addosso, ma tutta la band prende il proprio spazio, con lunghi assoli dall'interplay esaltante, in cui sono palesi la complicità e il divertimento, che tracimano dal palco al pubblico, come un'onda di vibrazioni positive. Anche le composizioni originali dimostrano il lungo studio, la cura per i dettagli e l'attenzione per i suoni della coppia Mattia Pascale - Matteo Magnaterra, un bassista funambolico, che più di chiunque altro, per stessa ammissione del chitarrista, ha dato forma al disco. Ma tutti gli elementi sono da dieci e lode, dalla precisissima chitarra ritmica di Andrea Pasini, alle tastiere di Andrea Bonetti, con coloriture prog e psichedeliche, dalla batteria ad alta frequenza di Mattia Principi, che non sa risparmiarsi, fino all'intervento di Marcello Muscolino nei brani hendrixiani e della splendida voce di Federica Librone, che dà vita a un classico black, per concludere con la hit Just the Two of Us di Bill Withers e Grover Washington Jr., e, richiamati a gran voce, con una Proud Mary (Fogerty) cantata da un pubblico in piedi, entusiasta.
La scelta dei brani - senza scaletta, tutta lasciata all'estro del momento, come si faceva un tempo - apre un ventaglio ampio di riferimenti, sia chitarristici (Stevie Ray Vaughan, Rory Gallagher, George Benson, Santana, Hendrix ovviamente), sia vocali, che attingono non solo al blues, ma anche alla black e al rhythm and blues, anche se non mancano episodi quasi hard rock, con punte che sfiorano il soul:
Ed è proprio la commistione di generi, dal funky al latino, dal jazzy al rock, che potrebbe spiazzare i duri e puri del blues, ma che esalta gli ascoltatori che sanno lasciarsi prendere dal groove, dalle lunghissime suites strumentali, dagli assoli che danno modo a tutti i musicisti di esprimersi al meglio, dall'anima (soul, appunto) che sprizza da ogni battuta, da ogni interplay, da ogni acuto, da ogni sfida musicale a due o a tre, raccolta sempre col sorriso sulle labbra e gli occhi negli occhi, a ribadire che, prima di tutto, e sempre, vengono la confidenza e l'amicizia.
"Questa sera è molto importante per me, perché è l'unica data italiana per ora...andremo in Francia, Spagna, Norvegia, ma in Italia no..." esclama Pascale. Noi non possiamo fare altro che stupirci per la miopia di certi promoter, rallegrarci per l'ottima vista di Paolo Zangara e del Black Inside, e sperare che questo straordinario musicista e i suoi degni compagni di viaggio possano essere, finalmente, profeti in patria. Sono giovani: time is on their side...