Ry Cooder

Ry Cooder

Stadsschouwburg Anversa


11/10/2018 - di Marcello Matranga
Ho avuto modo di poter assistere a concerti diversi di Ry Cooder nel corso degli anni, con formazioni diverse, tra cui quello ascrivibile ai Little Village a Correggio (Re). Uno è rimasto stampato indelebilmente nella mia memoria, e parlo di quello del 4 Maggio 1982 al Rolling Stone a Milano, a mio avviso uno dei più bei concerti di sempre. Le altre occasioni sono state sempre molto ricche di aspettative, talvolta non completamente soddisfatte. Spinto dalla bellezza del recente The Prodigal Son, un disco ricco di sfumature e suonato in maniera magistrale, ho colto l’occasione per andarlo a vedere ad Anversa, una delle poche date europee previste per questo tour.

Lo Stadsschouwburg è un grane teatro con una capienza prossima alle duemila persone. Acustica perfetta, visibilità ottima da qualunque postazione. Unico incredibile difetto, le poltrone che, in molti casi hanno uno spazio per le gambe inadeguato che hanno rischiato di rendere la visione dello show una specie di supplizio. Arrivato al posto scopro subito di avere accanto a me Nicola Olivieri, un amico conosciuto su Facebook grazie alla comune passione per la musica, con il quale condivideremo i giudizi nel corso del concerto. Apre le danze, puntualissimo alle 20 Joachim Cooder accompagnato da Sam Gendel al Sax che presenta il suo recente album Fucsia Machu Picchu, le cui sonorità sono decisamente intricate e poco incisive. Momento migliore la cover di Country Blues di Doc Boggs, che conosco grazie all’imprescindibile Anthology of American Music edita dalla Smithsonian / Folkways, testo sacro per comprendere lo sviluppo della scena americana degli inizi dello scorso secolo. Una mezz’ora piuttosto noiosa nel complesso.

Ry Cooder si presenta on stage un quarto d’ora più tardi, accolto dall’ovazione del presenti (teatro praticamente esaurito), insieme a Sam Gendel, per partire con una versione praticamente identica al disco del classico Nobody’s Fault of Mine reso celebre da Blind Willie Johnson e, sopratutto dalla rivisitazione dei Led Zeppelin nell’album Presence. A pezzo finito ecco completarsi il palco con l’ingresso di Joachim Cooder che va a posizionarsi alla batteria, Robert Francis al basso e The Hamiltones, notevole trio che ha conquistato la platea con una performance molto piacevole. Prima di cominciare lo spettacolo, molto incentrato sul recente album, Ry, che appare decisamente di buon umore e voglioso di chiacchierare con pubblico, dice di essere contento di vedere il teatro pieno; “Sapete, io non faccio tantissimi concerti in genere, e gli anni passano e ti chiedi se qualcuno verrà a vederti o se ci saranno solo due o tre persone….” La tracklist della serata è abbastanza blindata ed è presumibile che, a meno di situazioni impreviste, venga rispettata piuttosto fedelmente per tutte le date. Tra i momenti bellissimi non posso non citare una stupenda e rallentata Straight Street regalataci in una versione meravigliosa. L’entusiasmo personale è alto visto che trovo questa versione di un pezzo dei Pilgrim Travelers come la cosa più bella di The Prodigal Son. Per ragioni evidentemente diverse, non possono non essere rimarcate il filotto magico di  Go Home Girl, Harbor of Love, The Very Things That Makes You Rich e 74 (che dovrebbe essere Highway 74 in realtà), pezzo a nome dei tre ragazzi Tony Lelo, 2E e J.Vito, che, ripeto, sono stati veramente sorprendenti e bravi.

Ma non parlavamo di sorprese a caso. Infatti Ry rimane solo on stage per eseguire una versione (sarà poi da standing ovation!) di Vigilante Man (adesso una canzone seria, dirà Ry presentandola), ma prima che questo avvenga l’amplificazione sul palco svanisce. Iniziano le apparizioni di tecnici vari, prima uno alla volta poi tutti insieme che suscitano l’ilarità del pubblico, Cooder compreso che, con assoluta padronanza della situazione decide di farsi portare una acustica, ovviamente non amplificata, e si piazza sul bordo del palco per eseguire una strepitosa 13 Question Method di Chuck Berry che appariva su Get Rhythm. Tanto inattesa tanto strepitosa!! Grandissimo Cooder che ha letteralmente ammutolito un teatro e le duemila anime presenti. Tornata l’amplificazione, ecco proseguire lo show come poco sopra descritto, avviarsi verso la conclusione dello show. Dei pezzi eseguiti vale la pena di annotare una versione Pop di Down In The Boondocks di Billy Joe Royal, che nel 1967 porterà in classifica Hush (pezzo scritto da Joe South) e poi reso celeberrimo grazie al successo planetario che ne decretò la versione dei Deep Purple, e la notevole 99 1/2 Won’t Do scritta da Dorothy Love Coates al tempo (siamo negli anni cinquanta) della sua collaborazione al gruppoThe Original Gospel Harmonettes.

I due bis sono indimenticabili per la loro straordinaria bellezza. Ecco quindi Little Sister con il teatro in piedi a ballare, ed una I Can’t Win dove il contributo di The Hamiltones è fondamentale alla resa del brano. Complessivamente un concerto bello che valeva la pena di essere visto, anche se occorre notare che, a parte qualche raro momento, Ry si appoggia molto sui musicisti presenti sul palco, tendendo a limitare i suoni prodotti dalle sue varie chitarre sfoggiate nel corso dello show. Cosa anche normale direi visto che Cooder ha ormai passato la boa dei 71 anni e non penso debba più dimostrare nulla a nessuno.

Gran bella serata!!

Setlist

Nobody’s Fault But Mine 

Everybody Ought to Treat a Stranger Right

Straight Street

Go Home Girl

Harbor Of Love

The Very That Makes You Rich

74

Gotta Be Lovin` Me

13 Question Method

Vigilante Man

You Must Unload

Jesus On The Mainline

Down On The Boondocks

The Prodigal Son

99 1/2 Won`t Do

Bis

Little Sister

I Can`t Win

 

 

 

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