live report
Lucio Leoni Roma, Monk
di Arianna Marsico
Concerto del 04/12/2021
Lucio Leoni ha finalmente modo di portare più compiutamente sui palchi Dove sei disco in due parti uscito nel corso del 2020, anno nel quale il cantautore romano è stato anche direttore artistico del progetto Her dem amade me – Siamo sempre pronte, siamo sempre pronti dedicato a Lorenzo Orsetti.
Sui due volumi di Dove sei sarà incentrata gran parte dell'esibizione al Monk, ma senza escludere Il lupo cattivo (2017). Se nell' ascolto dell'album era evidente la potenza delle parole, quell'effetto da monologo teatrale, e il teatro è una delle grandi passioni di Leoni, dal vivo è tutto all'ennesima potenza.
Il suono creato con Daniele Borsato (chitarra), Lorenzo Lemme (batteria) e Giorgio Distante (tromba) tra punk, pop, ska e rap old school, caldo e dinamico, ben supporta la raffica di parole che Lucio spara come se avesse un mitra in mano. Una densità di parole, tra riflessioni serie e ironia alla Zero Calcare, che lascia senza fiato, con canzoni che sembrano ipertesti. Per esempio ne Le interiora di Filippo è un attimo collegare una conversazione sulla cucina, una conversazione dove qualcuno sembra sentirsi in dovere di spiegarti il tuo mestiere, a una riflessione sulla linguistica e la composizione di un "ritornello pop". Tra un pezzo e un altro non mancano poi battute e gag tra la Lucio e la band.
Esilarante e forbita è L’archivio segreto di Galileo, canzone d’amore decisamente sui generis. La miglior qualità di Leoni sul palco però è quel sorriso con cui riesce a cantare argomenti più malinconici. Perché non dormi mai sgretola quell’illusione di essere speciali che coltiviamo da piccoli, la stessa che Zero Calcare, ancora lui, ha distrutto anche nella sua recente serie Strappare lungo i bordi: “È solo un′altra inutile bugia e ci hai creduto/E adesso, sì, lo so, sembro depresso/Non è vero, sono solo sveglio ancora un′altra notte/Un'altra infinita notte di pensieri e calci in bocca”.
E così “senza le ali”, si arriva a uno dei momenti più intensi della serata, Il fraintendimento di John Cage, una magistrale resa dei conti, sul passare del tempo e la relatività della felicità. Un brano che fa perfettamente da complemento a Mi dai dei soldi?, tratto dal monologo teatrale di Andrea Cosentino. Lucio recita più che cantare, un Amleto che dal marcio in Danimarca approda alle nostre strade, ponendo dilemmi in fondo non meno inquietanti dell’essere o non essere: “E se ti dicessi che la storia è un'altra/E che mi sono mutilato da solo per avere i tuoi soldi/Ti farei meno pena?/Non dovrei fartene anche di più?”
La chiusura è affidata a A me mi che con la levità di una filastrocca dipinge a condizione esistenziale di chi è nato negli anni ’80 e vive in Italia: “abbiamo visto cambiare ordinamenti universitari, un numero indefinito di governi, è cambiato il mondo…e noi non eravamo pronti”.
E così scombussolati (e forse paradossalmente liberi da ideologie a volte ingombranti), ci si trova a strappare il foglio lungo i bordi. Anche se Lucio Leoni ha tutta l’aria di sapere dove andare.
Sui due volumi di Dove sei sarà incentrata gran parte dell'esibizione al Monk, ma senza escludere Il lupo cattivo (2017). Se nell' ascolto dell'album era evidente la potenza delle parole, quell'effetto da monologo teatrale, e il teatro è una delle grandi passioni di Leoni, dal vivo è tutto all'ennesima potenza.
Il suono creato con Daniele Borsato (chitarra), Lorenzo Lemme (batteria) e Giorgio Distante (tromba) tra punk, pop, ska e rap old school, caldo e dinamico, ben supporta la raffica di parole che Lucio spara come se avesse un mitra in mano. Una densità di parole, tra riflessioni serie e ironia alla Zero Calcare, che lascia senza fiato, con canzoni che sembrano ipertesti. Per esempio ne Le interiora di Filippo è un attimo collegare una conversazione sulla cucina, una conversazione dove qualcuno sembra sentirsi in dovere di spiegarti il tuo mestiere, a una riflessione sulla linguistica e la composizione di un "ritornello pop". Tra un pezzo e un altro non mancano poi battute e gag tra la Lucio e la band.
Esilarante e forbita è L’archivio segreto di Galileo, canzone d’amore decisamente sui generis. La miglior qualità di Leoni sul palco però è quel sorriso con cui riesce a cantare argomenti più malinconici. Perché non dormi mai sgretola quell’illusione di essere speciali che coltiviamo da piccoli, la stessa che Zero Calcare, ancora lui, ha distrutto anche nella sua recente serie Strappare lungo i bordi: “È solo un′altra inutile bugia e ci hai creduto/E adesso, sì, lo so, sembro depresso/Non è vero, sono solo sveglio ancora un′altra notte/Un'altra infinita notte di pensieri e calci in bocca”.
E così “senza le ali”, si arriva a uno dei momenti più intensi della serata, Il fraintendimento di John Cage, una magistrale resa dei conti, sul passare del tempo e la relatività della felicità. Un brano che fa perfettamente da complemento a Mi dai dei soldi?, tratto dal monologo teatrale di Andrea Cosentino. Lucio recita più che cantare, un Amleto che dal marcio in Danimarca approda alle nostre strade, ponendo dilemmi in fondo non meno inquietanti dell’essere o non essere: “E se ti dicessi che la storia è un'altra/E che mi sono mutilato da solo per avere i tuoi soldi/Ti farei meno pena?/Non dovrei fartene anche di più?”
La chiusura è affidata a A me mi che con la levità di una filastrocca dipinge a condizione esistenziale di chi è nato negli anni ’80 e vive in Italia: “abbiamo visto cambiare ordinamenti universitari, un numero indefinito di governi, è cambiato il mondo…e noi non eravamo pronti”.
E così scombussolati (e forse paradossalmente liberi da ideologie a volte ingombranti), ci si trova a strappare il foglio lungo i bordi. Anche se Lucio Leoni ha tutta l’aria di sapere dove andare.