live report
Bruce Springsteen & The E Street Band Il Land of Hope and Dreams Tour si chiude col botto a San Siro! Il racconto a più voci dei testimoni
di Autori vari
Concerto del 03/07/2025
#Bruce Springsteen & The E Street Band#Rock Internazionale#Rock
Seconda parte del live report a più voci (in ordine alfabetico) sulle due uniche date italiane del tour europeo di Bruce Springsteen and the E Street Band. Il racconto della prima serata del 30 giugno ha restituito uno Springsteen in ottima forma, una band centrata e un pubblico caldissimo. Ecco allora il racconto del 3 luglio...stavolta più emotivo ed emozionante... E GRAZIE a quanti hanno dato il loro contributo... buona lettura!
VALERIO CORBETTA
Ogni volta, almeno in tre o quattro delle precedenti, tenevo gli occhi fissi su Bruce che, dopo l’ultimo pezzo, voltava le spalle e scendeva la scaletta a centro palco per andarsi a infilare nel van nero coi vetri oscurati e schizzare in hotel. Pensavo (temevo) potesse essere l’ultima in cui lo vedevo dal vivo. Stavolta no. O meglio: sì, credo sia stata davvero l’ultima, quantomeno in uno stadio, immerso in quel rito collettivo, catartico, purificante, rigenerante che è un concerto di Bruce Springsteen. Non starò a rivangare la solita frase su “chi lo ama e chi non l’ha mai visto dal vivo”; o quella “non per sapere come sta lui, ma per sapere come stiamo noi”. E nemmeno a stilare classifiche per definire quale posizione gli spetti tra i più grandi animali da palcoscenico che la musica rock abbia mai prodotto. Ognuno la vede e la pensa a proprio modo, esattamente perché un live è qualcosa di talmente collettivo e totalizzante da essere alla fine quanto di più intimista ci possa essere. Le sensazioni che provi sono tue, non delle migliaia di persone che ti stanno attorno: che però le rimbalzano e amplificano. A questo pensavo, osservando dall’alto il popolo springsteeniano: dal secondo anello il 30 giugno (voto allo spettacolo? Troppo standardizzato e ingessato: 6,5), dal primo anello il 3 luglio (stavolta molto meglio: 8,5). Perché, dopo decine di pit, le casualità della vita (più che altro la sovrapposizione di eventi alle date spostate di un anno) mi hanno portato ai piani superiori della location dove si officia il rito. Là dove la prima sera ti affianca una coppia di olandesi cartonate, che sta seduta pure su Born to Run e manco reagisce alla bomba energetica di Born in the USA, quando pure le cabine elettriche della zona di S.Siro si chiedono come mai debbano sostenere tutto quel carico di luci e suoni così, de botto. Oppure il tipo in giacca, camicia, cravatta, pantaloni neri con la riga e mocassini con le calze che, accompagnandosi a una bionda in tubino (mi sa che hanno mal interpretato il titolo di “Scala del calcio”, riferito a S.Siro…), prende il suo posto alle 19.58 e ha la sfiga di trovarsi un fila proprio sopra di me. E i miei figli. Che passiamo, affiancati dal resto del settore, le tre ore in piedi a cantare, agitare mani e braccia, saltellare urlando come fossimo in transenna, producendo sudore come uno “worker on the highway layin’ down the blacktop”. C’è da dire che il camiciacravattato merita un elogio, perché non si è lamentato, nemmeno quando è stato letteralmente scavalcato due volte per il secondo (pericolosissimo al ritorno) giro di birre. E alla fine si è pure accodato, in piedi, timidamente, giacca appoggiata sul braccio, agli applausi finali. Dicevo della gente, quell’altra, la springsteeniana. A un certo punto, mi son messo a guardarla e ho faticato a rimanere lucido. Anzi, di lucido in quel momento c’erano gli occhi: perché in quella folla ho visto passare 40 anni di concerti. E di vita. Settantenni, sessantenni, cinquantenni, quarantenni, trentenni, ventenni, ragazzini, bambini (ovviamente figli o nipoti dei primi della lista: quorum ego). Gente coi capelli lunghi, raccolti in code o fasce; o gente scarsocrinita, qualcuno col cranio luccicante, o con una peluria che non ne vuol sapere di cedere definitivamente e modaiolamente il passo, con barbe, pizzi, baffi più o meno rock, più o meno curati, insomma. Con magliette, camicie, canottiere, torsi nudi, pantaloncini, sneakers, stivaletti, sandali, infradito (no: mocassini no. Solo il lord dietro di me). Un’umanità varia, colorata e fremente. Con un denominatore comune: la felicità addosso, profonda, che deborda in balli improvvisati, impacciati, inventati lì per lì. Che si abbraccia, sale sulle spalle di quello di fianco; oppure si mette in un angolo da sola a seguire il suo ritmo personale, incomprensibile agli altri, ma perfettamente coordinato con quello che sente dentro.
Ecco, in quei sette-otto minuti mi sono rivisto a S.Siro ’85, a Torino ‘88, passando poi per Bologna, Roma, Londra, Marsiglia ecc… per ritornare a Milano, che fosse Forum o altre otto volte a S.Siro. E lui, quell’ometto che mi ha regalato serate indimenticabili, punteggiandole di chicche (le “Drive All Night”, le “Trapped”, le “Indipendence Day”, le “Incident”, le “Racing”) e di quella meravigliosa rarità che son state le due “NYCS” romane. E ho pensato alla forza della musica, a quanto sia aggregante, coinvolgente. Forse delle partite di calcio e di basket riuscirei a fare a meno. Forse anche delle corse in montagna. Forse pure dei libri. Della musica no. Così come dei figli. Che, credo non casualmente, avevo sorridenti e felici al mio fianco in 9 degli ultimi 10 concerti di Springsteen con la E Street Band (a proposito: inarrivabile, la vera impalcatura che sta dietro, sotto, sopra, tutto attorno a Bruce). “Seeds”, direbbe lui… Gettati quel 21 giugno ’85 e germogliati nel tempo. E allora che “Rockin’ all over the world” sia: a unire il primo e l’ultimo, stavolta sì, forse, chissà, suo concerto a S.Siro. Se così fosse: grazie, è stato bellissimo.
MICHELE CORBETTA
2012: 14 anni, sotto i 35° del sole cocente di Milano, sull’asfalto bollente del piazzale di San Siro, in coda dall’alba per accaparrarsi nel pit un posto il più vicino possibile al palco, in attesa di vivere il mio primo concerto di Springsteen, insieme a mio fratello e mio papà (perché sì, è tutta colpa – o meglio, merito – suo): se quel giorno mi avessero detto che sarebbe stato solo il primo di 5 concerti a San Siro di un allora 63enne (E Street Band di coetanei annessa, di irraggiungibile livello), e che a 13 anni di distanza saremmo stati ancora noi tre, nello stesso stadio, a vivere le stesse emozioni… beh, avrei detto che erano le parole di uno che sotto quel sole di Milano aveva passato troppe ore.
E invece, oggi vorrei che fosse ancora quel primo giorno, e di concerti come questi averne davanti ancora tanti. Perché vedere il tuo vecchio, dopo anni di concerti tra stadi, palazzetti, fiere di paese e giardini di casa e di amici, viverli sempre con lo stesso entusiasmo e la stessa emozione, non ha paragoni: vederlo saltellare come un dodicenne in oratorio sulle note di “Wrecking Ball”,
o emozionarsi a ogni nota di una “Thunder Road” sempre da occhi lucidi in ogni sua parola (anche in una versione, purtroppo, meno toccante rispetto a quella di qualche anno fa, in chiusura in solitaria del concerto, con armonica e chitarra acustica senza il supporto della band), è qualcosa di unico. Perché il segreto sta nel vivere ogni esperienza come se fosse la prima, o l’ultima, o l’unica. Quello del 3 Luglio 2025 è stato un concerto, probabilmente l’ultimo in uno stadio (almeno giocando ‘in casa’), unico per tanti aspetti, uno su tutti: viverlo dagli spalti, invece che da sottopalco. E questo lo ha reso forse ancor più inaspettatamente memorabile. Perché è facile saltare, cantare e urlare in piedi in mezzo a migliaia di persone con la tua stessa energia, dopo dodici ore passate sotto il sole, in piedi, accalcati per avvicinarsi il più possibile al palco: prova a farlo in tribuna, sugli scomodi e ridottissimi seggiolini di San Siro, in mezzo anche a persone ben vestite, sedute per la maggior parte del tempo e che ti guardano male a ogni pezzo cantato stonando a squarciagola o ad ogni sbracciata e saltello a ritmo di musica. Preferisco prendere esempio da chi è capace di fregarsene di tutto e di tutti, per vivere appieno qualcosa che lo accompagna da esattamente 40 anni: dal primo concerto sempre in quello stadio nel lontano 1985 (quando ancora né mio fratello né io eravamo lontanamente nell’idea di poter esistere, per i nostri genitori) fino all’ultimo nel 2025. Un mantra che faccia da stella polare per chi vuole vivere di emozioni: andare a un concerto con il mio vecchio. Vedere per credere.
STEFANO CORBETTA
Poche cose valgono quanto le esperienze, che sono il tempo speso nel modo migliore, a creare ricordi. Ogni concerto di Bruce e la E-Street Band è per me il ricordo legato alle persone con cui ci sono stato. Non avrò decine di concerti alle spalle, ma posso dire questo: è da esattamente metà della mia vita che si ripetono, a distanza di anni, questi momenti in cui per qualche ora (sotto il sole o la pioggia, nella ressa in mezzo al prato o in piedi sugli spalti a ignorare il seggiolino su cui dovrei stare) sto con mio padre e mio fratello. E non importa se non conosco a memoria tutte le canzoni, se non le indovino al primo accordo, se ne spunta ogni volta qualcuna di cui non sapevo l’esistenza (ma che mio padre ovviamente conosce e tratta come se fosse parte della cultura di base dello Springsteeniano): c’è la musica, c’è l’energia degli artisti sul palco, sempre con una vita che va ben oltre la loro età o il loro strumento o il ruolo nella band. C’è l’energia della gente che ho intorno, e soprattutto di quelle due persone con cui condivido metà del mio DNA opportunamente rimescolato, che a tratti sono uno spettacolo più bello di quello che c’è sul palco. Non esiste per me concerto della E-Street Band senza la loro voce di sottofondo a cantare più forte degli amplificatori. E Bruce riesce anche in questa magia: prendere uno “ateo” come me (così dicono i due tifosi che del calcio hanno fatto buona parte della loro vita) e farlo andare allo stadio a saltellare e urlare con loro, a creare ricordi da raccontarsi anni dopo. A chiedersi prima di ogni concerto se sarà forse l’ultimo di un tour che prima o poi smetterà di far tappa da noi. A rendersi conto che quel cruccio nasce non tanto perché mi dispiacerebbe di non vedere più la E-Street Band dal vivo (certo, non sarei contento), ma perché non potrei più ripetere questa esperienza con loro. A dimenticarsi di questo cruccio appena varcato il cancello, e passare tre ore sempre, senza eccezione, fatte di emozioni e immediatamente impresse come ricordi di felicità.
GIOVANNA MENTASTI
Sin da bambina, sono sempre andata ai concerti. Ho addirittura iniziato ad andarci che ero così piccola da non ricordare con esattezza quale possa essere stato il primo concerto della mia vita. Però, il primo di cui sono sicura di avere memoria, senza avere bisogno che nessuno me lo racconti, è stato quello di Springsteen a Torino, nel 2009. Non avevo ancora nove anni, lanciata sul sedile posteriore della vecchia Meriva di mia mamma, mio fratello dodicenne di fianco a lei. Arriviamo fuori dallo stadio a concerto già iniziato, sento le urla fortissime della gente e sento la sua voce, ancora più forte, che canta Outlaw Pete, “Can you hear me?”. Penso “sì, Bruce, siamo qui fuori, adesso entriamo”. Faccio la quarta elementare, Clarence Clemons ancora incanta con il suo sassofono, chissà cosa ho fatto il giorno dopo; quella sera però so che mangio un panino nello stadio, non conosco bene le canzoni, ma l’energia mi arriva tutta tutta tutta, un fiume in piena fino agli spalti.
Tre anni di religiosi ascolti di Jungleland dopo, ho undici anni, e sono l’unica bambina tra tutte le studentesse delle scuole medie della provincia di Como a saltare un giorno di ritiro in montagna per cantare “Waiting on a Sunny Day” sul palco dell’Hallenstadion di Zurigo davanti a qualche migliaio di persone. Ho l’apparecchio ai denti e i capelli a caschetto, paura di voltarmi e vedere tutta quella gente che urla verso di me, e non capisco cosa mi stia dicendo quell’uomo del New Jersey, quando mi parla in inglese, ma forse vuole che chiami la band, quindi urlo "come on E street band!", suonate ancora e ancora e ancora, non fate finire questa notte surreale.
E San Siro, tre volte, dal pit agli spalti; undici, dodici, quindici anni, Our love is real, e mio nonno è con me in quello stadio, e la palla demolitrice non ci tirerà mai giù. Nel 2023 sto facendo la magistrale a Bologna, ma Roma non è mai stata così vicina. La polvere del Circo Massimo si bagna per la pioggia e si asciuga con la stessa velocità delle mie lacrime, tra Dancing in the Dark e Thunder Road: It’s a town full of losers, I’m pulling out of here to win, prometto quella sera a me, a lui, a chiunque fosse disposto ad ascoltarmi, in cielo e in terra.
E infine il 2025, che sarebbe dovuto essere un anno prima, ma, anche se per me sono quasi 25, per lui sono quasi 76, e deve capirla, che non può strafare, per favore, che ho tutta la vita davanti e questi momenti mi servono per ricordare chi sono stata, chi voglio essere, chi sono le persone a cui voglio bene con cui voglio condividerli. Ma eccolo che sale sul palco, e, in un istante, sono di nuovo la bambina di otto, undici, quindici, ventidue anni, e tutte cantano e ballano insieme a me, a mia mamma, a mio fratello, quella musica che è stata per me, forse, davvero, l’inizio di tutto.
VITTORIO PIO
Ho visto il futuro del rock and roll, ed il suo nome ha ancora una volta quello di Bruce Springsteen.
A distanza di 40 anni dal suo leggendario debutto italiano, il nostro eroe è ancora capace di alimentare la sua epica, con due atti che passeranno alla storia, intanto per la pura denominazione di finissimo Rock & Roll, ma anche per quelle parole scolpite nell'aria e nella memoria dei presenti, che risuonano di giustizia e denuncia nei confronti del delirio incarnato dal "clown criminale", che tutti sanno identificare senza però l'intransigente volontà di stoppare: “La mia casa, l'America che amo, l'America di cui ho scritto e che è stata un faro di speranza e di libertà per 250 anni, è attualmente nelle mani di un'amministrazione corrotta, incompetente e traditrice”, ribadisce solennemente Bruce davanti a una platea attonita, quanto rapita- “Stasera chiediamo a tutti voi che credete nella democrazia e nel meglio del nostro spirito americano di sollevarvi con noi: alzate la voce contro l'autoritarismo e fate risuonare la libertà”. Subito dopo la drammaticità intensa e sincera di "Prove It All Night " e "Darkness On The Edge Of Town"
, che aprono la strada ad uno dei set più politicamente esposti mai presentati sul palco, affrontato con stupefacente piglio, considerando anche una serie di variabili, che però, in questi giorni milanesi, si sono allineate senza alcuna incertezza. Rabbia e dolore stasera sono palpabili come il suo dolore, con canzoni che spesso oscillano tra la rabbia e il lutto, incarnando la fede di Springsteen nei valori americani che cerca ancora di testimoniare, mentre altri brani gettano una luce cruda sui diseredati, gli oppressi e i perseguitati che invece adesso ritiene giusto evidenziare: Prima di una toccante "My City In Ruins" intrisa da ipnotici accenti gospel, tuona che ci sono “cose molto strane, strane e pericolose che stanno accadendo là fuori in questo momento”: è un'altra staffilata nei confronti di Trump, ovvero quel tipo di presidente "inadatto" e a capo di un "governo canaglia", che prova un sadico piacere nel dolore che inflitto ai leali lavoratori americani. Bruce si riferisce a quei colletti blu che sono stati a lungo oggetto delle sue canzoni: "Stanno annullando la storica legislazione sui diritti civili-riprende- stanno abbandonando i nostri grandi alleati e si schierano con i dittatori, stanno togliendo i residenti dalle strade americane e, senza un giusto processo, li stanno deportando in centri di detenzione e prigioni straniere. Tutto questo sta accadendo ora", continua, ripetendo quest'ultima frase più volte mentre lo Stadio di San Siro, forse la sua casa in Europa, ammutolisce, con la gente che si stringe più vicina per la solennità del suo messaggio. In un set che sfiorerà le tre ore, i momenti di gioia arrivano nel catartico abbandono di "Hungry Heart" con Springsteen che salta su e giù per il palco come un uomo che ha la metà dei suoi 75 anni. Il pubblico è totalmente conquistato e doppia con la voce ogni sua parola, mentre un gioioso assolo di sax di Jake Clemons proietta tutti i presenti verso un altro giro di giostra tramutatosi nel frattempo in leggenda. "Dancing In the Dark" è puro e sfrenato godimento. In questo contesto la riproposizione di "Born In The USA " non lascia spazio a interpretazioni errate. Ma Springsteen non si limita solo a recuperare alcune delle sue pagine più vibranti, lui non è certamente il tipo che ama farsi trovare dove lo aspetteresti, per cui ecco il sigillo finale di "Chimes Of Freedom", il brano di Dylan pregno di metafore e simbolismi che ri-trova la sua prima uscita ufficiale in tournée dal 1988, che fu anche l'anno del tour a sostegno di "Human Rights Now!", il cui testo ermetico richiama il messaggio che Springsteen aveva posto all'inizio della serata, non impedendo però ai personaggi tratteggiati dalla canzone di fermarsi a contemplare il sole riflesso sulle campane della libertà, lontane all'orizzonte. "Riusciremo a rialzarci tutti, ce la faremo ancora", aveva detto pochi minuti prima al popolo raccolto intorno a "Our Love Is Real", l'eloquente e definitivo striscione che lo ha accolto nuovamente a Milano a 12 anni di distanza.
Qualcuno ha postulato che il mondo si divide fra quelli che hanno visto Springsteen dal vivo e chi invece non lo ha fatto. Forse non sarà proprio così, ma diffidate da tutti quelli che hanno provato a smontarlo in questi dodici mesi di attesa rispetto alla prima call dell'estate 2024: Bruce si mantiene ancora alla grandissima, ribadendo le sue credenziali di inimitabile performer dal vivo. Chi sostiene il contrario, è probabilmente in affanno nella sua, di vita.
GRAZIE A PAOLO BERRA, VITTORIO PIO, MARGHERITA GIANNICO PER LE FOTO