Bruce Springsteen & The E Street Band

live report

Bruce Springsteen & The E Street Band Bruce Springsteen: la sua Land of Hope and Dreams è ancora viva...a San Siro!

di Autori vari

Concerto del 30/06/2025

#Bruce Springsteen & The E Street Band#Rock Internazionale#Songwriting

DISCLAIMER: Questo non è un live report. Anche perché i live sono due, uno il 30 giugno, e uno il 3 luglio. Piuttosto, è una riflessione corale, con voci diverse, che hanno visto uno o due concerti a San Siro di Bruce Springsteen con la sua E Street Band in versione allargata, e da prospettive differenti. C'è chi è stato solo al 30, o solo a quello del 3, o a entrambi; chi ha seguito il live dal pit A, dal B, dal secondo o terzo anello. Per qualcuno era l'ennesimo, per altri no. Qualcuno l'ha visto solo, altri con amici o familiari. Ma è proprio questo che rende il tutto speciale: tante voci, nessun giudizio definitivo, tanti punti di vista ed emozioni. Ve li proponiamo qui: si inizia col 30 giugno...Buona lettura!


30 GIUGNO - LAURA BIANCHI

Inizia così:

ed è subito batticuore, entusiasmo, ed esplosione di gioia nel vedere salire sul palco Steve Van Zandt che, a 74 anni, e a distanza di nemmeno una settimana da un'appendicectomia, davvero è la prova vivente della prima canzone: No Surrender, inno alla resistenza e all'amicizia, che riempie il catino di acciaio e cemento. Da qui, saranno quasi tre ore di pura energia, ampliata da una E Street Band in stato di grazia, e diffusa ovunque a piene mani, raggiungendo tutti, dal pit all'ultima fila del terzo anello; ma anche saranno ore di riflessioni, di denunce, di impegno civile e politico in senso alto. Da quando ha iniziato il suo tour europeo, Springsteen ha ritrovato la forza polemica degli inizi, ha scritto un discorso, che dissemina prima delle canzoni per lui più significative, e ha voluto che tutti potessero capire le frasi e i versi delle canzoni; così, in Francia sono stati tradotti in francese, in Spagna in spagnolo, e anche a Milano il pubblico legge, capisce e accompagna con lunghi applausi i passi più significativi, come quando dice: "Nel mio Paese stanno definanziando le università americane che non si piegano alle loro richieste ideologiche", oppure quando ammette: "So che in molti altri Paesi ci sono governi corrotti, ma io sto parlando del mio", suggerendo a tutti "di alzarvi e far sentire la vostra voce contro l'autoritarismo". Così, anche un brano considerato minore come Rainmaker acquista vigore e rabbia, House of a 1000 guitars si accende di migliaia di luci, per sottolinearne i versi, e la conclusiva dylaniana Chimes of Freedom ci accompagna verso il mondo fuori,

consapevoli che sarà una Long Walk Home, ma che l'energia incamerata ci servirà per risentire ancora l'invito: "Come on, rise up!"

Poi, c'è tutta una serie di emozioni private, personali: un altro concerto coi figli, ed è per me una gioia vederli emozionarsi su Wrecking Ball, mai tanto azzeccata, in uno stadio che rischia di essere demolito, o su The River, cantare e agitare le mani su Born To Run e Twist and Shout, o assistere a unaThunder Road che perde la sua intimità, per diventare quello che è ormai da decenni: la canzone di tutti, soprattutto di quanti hanno dovuto, saputo, voluto compiere scelte dolorose forse, ma che hanno dato loro la libertà:

Serata benedetta, generosa, indimenticabile. "San Siro, the best!"


VALERIA DI TANO

La teoria dei vasi comunicanti afferma che in un sistema di recipienti collegati tra loro un liquido, in condizioni di equilibrio, raggiungerà lo stesso livello in tutti i recipienti, indipendentemente dalla loro forma e dimensioni.Si tratta di fisica. Al concerto di Springsteen, lunedì, questa teoria si è fatta musica. Sessantamila persone ad affollare San Siro bollente, un pubblico maturo mescolato a giovani e giovanissimi, migliaia di tshirt con le copertine degli album, i titoli dei tour, il suo nome scritto in decine di grafiche diverse: una moltitudine che ha riempito lo stadio in una sera d'estate già fuori controllo.

Eravamo tantissimi, ognuno con i propri subbugli, strazi personali, ognuno diversamente trascinato dall'angoscia per i giorni (mesi ormai) di sangue e dannazione che attraversano il mondo: non si può assistere a un concerto di questa portata senza sentire dentro il peso di quel che accade intorno, la musica risveglia l'empatia ancora prima della prima nota.

E poi sale sul palco lui, con tre minuti di anticipo, la band uno a uno a prendere il proprio impeccabile posto.

L'atmosfera si accende all'istante di un calore che non ha nulla a che fare con la temperatura esterna: è carica di energia, una risolutezza data dalla visione lucida e sofferta che Springsteen non ha mai smesso di dichiarare, da quando Trump è tornato Presidente.

Il suo è un appello al resto del mondo, al pubblico italiano, a chi lo sta ascoltando a San Siro: è accorato e fermo, come se, prima di cantare, fosse indispensabile chiarire perché continua a farlo, condividere paura e allo stesso tempo speranza, di certo coraggio. E ce ne vuole, per essere così chiaro, così limpido e feroce.

In questo senso, "No surrender" e"My love won't let you down" con cui si apre il concerto sono un urlo. E commuovono.

Seguono canzoni che trascinano sulle strade americane, che ricordano qualcosa di quel vecchio sogno, la malinconia, la stanchezza, la casa in cui tornare, le braccia in cui trovare riparo. Continuano a scorrere le lacrime, impossibile frenare l'emozione. Impossibile non rendersi conto che l'uomo che parla dopo quasi due ore di concerto, ha la mano sul petto e racconta la sua America, ancora, ancora, sofferente e traviata, abbandonata.

Ecco. Dopo queste parole (tradotte sul maxischermo) sentirlo cantare "Born in the U.S.A." è stato un affondo drammatico, la rabbia ancora lì, insieme allo stesso orgoglio di quarant'anni fa, ancora fragile e ferito.

Era il mio primo concerto di Springsteen e ho ballato e cantato e pianto, perché era impossibile restare insensibili a tutto questo senso, tutto il peso, tutta la forza della sua musica e della sua presenza solida e potente sul palco. Una menzione speciale per me la merita Jack Clemons con il suo sax, uno strumento che dialoga direttamente con qualcosa di ultraterreno, profondo e vero.

La teoria dei vasi comunicanti, dicevo. Sì, perché ognuno di noi a San Siro ha portato le sue cicatrici, le sue falle e le sue speranze. E da quel palco scorreva musica liquida che ha colmato i vuoti. Non so se risulti su enciclopedie e manuali scientifici, ma questo effetto, dilagante e contagioso, deve essere un teorema infallibile del rock.


ALBERTO LANFRANCHI

Non sono bravo a scrivere come tanti altri. Ma qualcosina penso di riuscire a dirla e penso che in molti di voi possiate capire ciò che sento e provo. Ieri sera ho pubblicato una serie di video che ho voluto condividere. Non è stato facile, perché l'attenzione era massima e l'adrenalina piano piano mi aggrediva oltre che la stanchezza per le ore attese. Ho pubblicato senza riflessioni particolarmente profonde. L'ho fatto e basta. Ma questa mattina non posso fare a meno di dire qualcosa in più. Più di un momento lo guardavo e pensavo a quell'incontro del 1987. È cambiato tanto, l'ho visto invecchiare come del resto sono invecchiato io. E qui subito il primo pensiero è andato a Massimo Cotto e alle sue bellissime parole a riguardo. Avevo di fronte un amico. Un amico che seguo, ascolto da quarant'anni! Quante cose gli direi.... Non si è fermato un istante. Una carica che pochi hanno, e continuavo a dirmi che sul palco non ha davvero eguali. Quasi tre ore di musica e non solo: una sorpresa vedere salire Little Steven sul palco. Non ci avrei scommesso un soldo.

Ieri sera c'è stata pura magia. Come spesso capita con lui, ma ieri sera gli astri si sono allineati, come disse un caro amico, perché, a parte il caldo torrido, tutto è stato perfetto. Sono partito da solo questa volta. Tanto di amici a Milano ne ho tantissimi, mi dicevo.

Uscendo pensavo a giovedì. Non nego che per un attimo, prima dell'inizio del concerto, sbuffavo, pensando a dover ripetere tutta questa trafila: la lunga attesa, il caldo, la sofferenza. Ma poi ci ha pensato lui. Ed ora sono più carico di prima, e non vedo l'ora che arrivi giovedì, per un'altra notte magica, insieme a colui che, con la sua musica, la sua vita, ha segnato profondamente la mia esistenza!


LORENZO SEMPRINI

Esattamente 25 anni fa, 1 luglio, con alcuni amici entravo al Madison Square Garden di New York per lo show conclusivo del Reunion tour di Springsteen, quello poi pubblicato nel Live in NYC. Mi ero appena laureato, vivevo a casa con i miei genitori, avevo appena smesso con il calcio e iniziato con la chitarra. C'erano Clarence e Danny su quel palco.

Oggi 25 anni dopo, l'ennesimo cerchio si è chiuso, a San Siro, vicino ad un paio di quegli amici che erano a New York, con altri che invece hanno segnato indelebilmente (in meglio) questi anni e con coloro che in qualche modo mi hanno insegnato a vivere. Gli occhi di Liam, di Silvia, di Rob, di Fil, di Ale, di Alan, di Gio sono stati la compagnia migliore possibile di ieri sera. Mentre sul palco ho visto qualcuno che ha lottato in questi anni per conquistare uno dei valori più rari, la credibilità, con dedizione e fatica, tra magie e qualche errore umano, come ogni wrestler.

Quindi pazienza se ieri nella setlist non è sbucata nessuna "solo per San Siro", siamo forse entrati nella parte del viaggio dove le curve che ti colgono di sorpresa sembrano alle spalle e la strada sembra dritta verso nuovi posti, nuove città e nuove avventure. Ci sono le tenebre sempre in agguato con i loro stregoni, il futuro può far paura, ma per fortuna non è ancora scritto.

"Sopravviveremo a questo momento" è la cosa che volevo sentire ieri sera. Non ci arrenderemo e se anche incerottati, ammaccati, imperfetti, con un po' di fantasmi alle spalle, potremmo guardare ad un'altra notte dove il nostro tempo è stato scandito e gli occhi si sono riempiti di gioia e commozione, come solo chi è davvero vivo può fare, come solo chi è davvero vivo sa ancora fare.



(FOTO COPERTINA DI GILBERTO GIARDI)