Graham Nash

Graham Nash

Teatro Sociale Como


03/06/2016 - di Laura Bianchi
And the day that breaks before me

May never be surpassed

And the question haunting me

Is my future just my past?

 

Il cuore del concerto che Graham Nash offre al Sociale di Como (such a beautiful place…two hundred years? Wow…happy birthday!) sta tutto nelle parole di Myself at last, struggente brano tratto dall’ultimo lavoro, This path tonight, riassunto del percorso di una vita creativa e vissuta intensamente, senza risparmio, in cui si vedono compagni di strada cadere (“So many people passed away this year…and we’re only in June!”, riflette ad alta voce, introducendo un nuovo pezzo sul passaggio across the border, Back Home).

Piedi nudi, capelli candidi, resi ancora più abbacinanti dalle luci verticali, scattante e sorridente, Nash è a proprio agio sul palcoscenico minimalista e misticheggiante, fra drappi esotici, tappeti e candele accese, a sottolineare la fedeltà dell’artista all’ispirazione introspettiva e spirituale, che ha costituito la vena pulsante del suo contributo al supergruppo, formato, oltre che da lui, da Crosby, Stills and Young.

Il tempo passato e la strada percorsa, le esperienze vissute e gli incontri consumati, i suoni prodotti e quelli ascoltati: nel Nash dei 74 anni, che calca il palco del Sociale, c’è tutto questo, e anche di più. Ci sono piedi nudi e chitarre con accordature aperte, tocchi di piano percussivo ed evocativo, voglia di spiegare i brani e attimi di totale concentrazione, ironia british e sarcasmo contro Donald Trump, understatement (quando, presentando Simple man, spiega “I wrote this song the morning I broke with Joni Mitchell”…) e rimpianto per gli anni wasted on the way. E c’è una voce miracolosamente quasi intatta, intensa e vibrante, che restituisce amplificati non solo il senso e lo scopo di quei tempi esaltanti, quando tutto sembrava possibile accadesse, ma anche l’energia raccolta lungo la strada, quando è stato chiaro che poco era accaduto e che occorreva continuare ad avere un code that we can live by.

Ma, in ogni viaggio importante, occorre avere accanto un amico, un compagno che condivida il cammino: è Mick Barakan, alias Shane Fontayne, eclettico e funambolico chitarrista, produttore dell’ultimo lavoro di Nash, che arricchisce ogni passo del percorso, recente o passato, con tocchi discreti e geniali, come un vero amico. Sempre presente quando serve, a sottolineare la sbalorditiva contemporaneità di testi come Immigration Man o Cathedral con suoni sporchi e perfetti insieme, oppure a compensare l’assenza delle harmonies degli ex partners con una voce duttile, tre in una.

E allora, via, partiamo tutti in questo path, tonight: che ci fa riscoprire perle del Nash pre- USA, vissuto con gli Hollies, ci fa rivivere momenti indimenticabili degli eroici CSN&Y, ci fa amare le composizioni nuove, presentate con pudore e convinzione, ci fa alzare per una standing ovation o correre sotto il palcoscenico nei bis finali, nei quali Nash fa cantare tutto il teatro su Chicago o Teach your children, come prima aveva fatto su Our House in una sfida a distanza con il pubblico della sera prima, a Lucca; ma che ci fa tacere, in un silenzio sospeso e ammirato, in una Blackbird a due voci e una chitarra, che ricrea potentemente l’incanto del glorioso tour del 1974, arricchito dalla consapevolezza che, sì, il futuro può anche essere il passato, ma che occorre vivere, e amare, il presente, unico dono a noi concesso dal dio del rock.

 

1 set

  Bus Stop

  King Midas in Reverse

  Marrakesh Express

  I Used to Be a King

  Immigration Man

  Sleep Song

  This Path Tonight

  Myself at Last

  Wind on the Water

  Wasted on the Way

 

2 set

  Simple Man

  Taken at All

  House of Broken Dreams

  Mississippi Burning

  Back Home

  Golden Days

  Cathedral

  Our House

 

  Encore:

  Chicago

  Blackbird

  Teach Your Children

 

FOTO di Giuseppe Verrini e Federico Sponza

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