Cheap Wine

interviste

Cheap Wine Move on

26/04/2005 di Vito Sartor + Christian Verzeletti

#Cheap Wine#Rock Internazionale#Rock

Finalmente siamo riusciti ad incontrare i Cheap Wine dal vivo, ovvero in quella dimensione live che la band predilige e di persona, faccia a faccia con Marco Diamantini. Tutto è avvenuto al Banale di Padova, in occasione di una delle loro date all’interno della rassegna Acusticamente: la serata è iniziata sotto una veste acustica per acquistare man mano quella tensione che anche le parole di Marco cercano di trasmettere.

  
    
Move on
       Intervista ai Cheap Wine

Finalmente siamo riusciti ad incontrare i Cheap Wine dal vivo, ovvero in quella dimensione live che la band predilige e di persona, faccia a faccia con Marco Diamantini.
Tutto è avvenuto al Banale di Padova, in occasione di una delle loro date all'interno della rassegna Acusticamente: la serata è iniziata sotto una veste acustica per acquistare man mano quella tensione che anche le parole di Marco cercano di trasmettere.


Mescalina: Marco, prima di tutto mi fa piacere bissare l'intervista e bissarla con un altro disco di valore dei Cheap Wine …
Marco Diamantini: Il piacere è prima di tutto mio, in ogni senso …

Mescalina: Sai, dopo "Crime stories" faticavo ad immaginare un altro disco dei Cheap Wine invece "Moving" è almeno allo stesso livello …
Marco Diamantini: A dir la verità, già nei dischi precedenti ci hanno sempre detto "… ma tanto non riuscirete a fare meglio di così": devo dire che noi non ci siamo posti mai il problema, non abbiamo mai cominciato a lavorare su un disco pensando al traguardo di superare il precedente, anche perché non abbiamo mai considerato la musica come una gara, come uno sport … proprio per questo non abbiamo mai partecipato a concorsi …
Mescalina: Già di concorsi e di festivals in Italia ce ne sono troppi … e poi anche solo come idea sono la morte della musica …
Marco Diamantini: Sì, nella musica secondo noi non c'è chi arriva primo o secondo! È una questione emozionale e perciò abbiamo sempre evitato questo tipo di approccio. Anche in questo disco abbiamo lavorato in questo modo, semplicemente pensando a far uscire quello che avevamo dentro e a renderlo nel miglior modo possibile senza mai fare dei confronti o delle gare al miglioramento …

Mescalina: Però ripensando e riascoltando i vostri dischi mi sembra che negli ultimi due lavori abbiate fatto un salto in avanti come compattezza e come tensione …
Marco Diamantini: Sicuramente un'evoluzione col passare del tempo c'è ed è naturale che ci sia: c'è un'evoluzione nella scrittura, poi cresce magari anche la capacità sugli strumenti, cresce l'esperienza in studio e infatti gli ultimi dischi anche dal punto di vista del suono e della produzione hanno qualcosa in più: in gran parte lo si deve a Michele che si è occupato della produzione e che comunque aveva fatto il lavoro più grosso anche in "Crime stories" …

Mescalina: Non a caso questi sono i dischi più a tema della vostra discografia: il crimine e il lato oscuro della vita sono temi che avete affrontato anche in passato, ma in questi due ultimi album sono stati molto più sviluppati …

Marco Diamantini: Sì, questo è un po' il risultato del mio immaginario, delle influenze che ho avuto a livello cinematografico e letterario e anche musicale … poi sai ognuno di noi ha un po' i suoi temi cardine per quanto riguarda la sua personalità e la sua formazione. I temi che mi hanno più affascinato sono sempre stati quelli del lato oscuro, dell'orrore e del crimine, di come quest'ultimo viene giudicato, perché viene giudicato, se viene giudicato … e anche questo tema del viaggio in fondo vi si collega strettamente, basta pensare ad un film come "Natural born killers" o come "California" … A livello letterario poi mi sono sempre piaciuti autori come Chatwin, tra gli scrittori di viaggio, o come Jim Thompson per la descrizione della parte oscura del sé …

Mescalina: Però in questo disco il viaggio è inteso non solo come spostamento, ma anche e soprattutto come una reazione, come una conseguenza e in questo si collega al precedente disco …

Marco Diamantini: "Moving" è un disco in cui c'è parecchia rabbia e il tema del viaggio viene sfruttato anche come metafora, appunto come dici tu, è una ribellione, un voltare le spalle, un tentativo di inversione di tendenza … lasciare qualcosa di certo per qualcosa di incerto, lasciare la tranquillità per la passione, se vogliamo sintetizzare … c'è comunque un coraggio di partenza nel lasciare qualcosa di consolidato e indagare che cosa fa scattare questa reazione, questo coraggio, mi è sembrata una cosa molto interessante e anche uno stimolo a non adagiarsi mai, a tenere la mente sempre in movimento, a non prendere come buono tutto quello che ci viene dato da bere dai media, dalle televisioni, dalla radio, anche dal buon senso comune …

Mescalina: Mi sembra che tutto questo sia ben riassunto e sottolineato nel testo di "Move along" …
Marco Diamantini: … io direi che si tratta di mantenere una sorta di inquietudine, diciamo le antenne sempre dritte e lo spirito critico sempre vivo, farsi sempre delle domande: è una cosa fondamentale per poter restare vivi …

Mescalina: Questa inquietudine la si ritrova anche a livello musicale e strumentale negli arrangiamenti, dove non solo nei pezzi tirati, ma anche nelle ballate, c'è sempre una tensione …
Marco Diamantini: Sicuramente io credo che questo sia venuto molto fuori e, sai, sono tempi in cui diciamo la gente più inquieta, come possiamo essere noi, sta vivendo dei momenti difficili e quindi probabilmente questo viene fuori nel momento in cui andiamo a suonare o a cantare o a scrivere, viene fuori in maniera naturale … è molto giusto quello che dici: è un disco dove c'è molta tensione.

Mescalina: Così le ballate non sono pezzi morbidi e allo stesso modo le parti strumentali non sono fini a sé stesse ma sono condotte proprio da questa tensione …
Marco Diamantini: Difatti tu nella recensione hai scritto che le code strumentali non sono delle jam fini a sé stesse, ma fanno parte del pezzo e sono proprio una parte integrante del pezzo: non c'è una semplice improvvisazione fine a sé stessa, ma il pezzo è lungo perché deve essere così, perché ha un suo senso compiuto nella sua lunghezza … non c'è un di più nella nostra visione …








Mescalina: Anche il tuo modo di scrivere rispecchia questa caratteristica: spesso le tue canzoni sono come dei fermi immagine di qualcosa che sta per succedere o di un personaggio che è pronto a muoversi e a scappare via … è un modo anche per catalizzare questa tensione anche nel testo?
Marco Diamantini: Sì, mi piace molto chi scrive in maniera un po' cinematografica, nel senso che mi piace molto la descrizione di un immagine, di un momento, di una sensazione e riuscire a renderlo penso sia una cosa molto bella: riuscire attraverso le parole a dare un'immagine ad una persona … allo stesso tempo non mi piace molto dare risposte o giudicare, preferisco descrivere e lasciare a chi legge o a chi ascolta il giudizio, la risposta o l'immaginazione di come andrà a finire: lasciare un discorso aperto è una cosa che mi è sempre piaciuta … mi è sempre piaciuto leggerlo o vederlo al cinema e quindi farlo anche quando scrivo …

Mescalina: Quando scrivi, ti muovi un po' come una telecamera che cerca di catturare e di riprendere?
Marco Diamantini: … ovviamente come sappiamo bene in questi tempi le telecamere possono essere usate in tanti modi… non dico che mi piace usarle in modo neutro, perché ognuno di noi ha comunque il suo punto di vista e la sua prospettiva, però mi piace comunque inquadrare una situazione e poi lasciare che chi legge possa metterci anche del suo fino ad identificarsi … non mi piace dare un esito alle situazioni che vengono descritte …

Mescalina: Difatti le tue canzoni, per il testo, per il tipo di il suono, per l'ambiente interiore e anche per il modo in cui si svolgono, richiamano una certa cinematografia diciamo vicina a quella di Peckinpah e affini … per esempio l'ultima ballata del disco mi fa pensare a quei film western in cui alla fine l'eroe si allontana e l'immagine va in dissolvenza …
Marco Diamantini: … tra l'altro nel testo di "Fade out" ci sono proprio delle citazioni: c'è una citazione da "Easy rider", da Kerouac … diciamo che la cinematografia dei road movies in me ha contato molto e Peckinpah è un regista che amo da tanto … io poi sono sempre stato molto affascinato dal deserto e infatti, quando ho fatto un viaggio in America, ho girato praticamente tutti i deserti del Sud-ovest e anche film come "Zabriskie Point" o come …
Mescalina: "Paris, Texas"?
Marco Diamantini: Sì, fanno sicuramente parte del mio immaginario, nel senso che hanno scavato molto e hanno lasciato un segno e questo viene fuori, perché il cosiddetto suono desertico è quello che mi affascina di più ed è quello che io molte volte cerco di ottenere …

Mescalina: Non hai mai pensato alla possibilità di riprodurre questo tipo di paesaggio con un disco acustico?
Marco Diamantini: Sì, più di una volta e infatti alcuni pezzi della nostra discografia sono già così: se pensiamo ad "Among the stones" oppure in "A better place" che eravamo agli inizi però è già su quella falsa riga e anche nell'ultimo disco pezzi come "Snakes" hanno un po' questa attitudine …

Mescalina: … anche la cover di Dylan che hai scelto proviene da uno dei dischi più desertici di Dylan ed è anche uno dei suoi pezzi più epici e più outlaw …
Marco Diamantini: Esatto e infatti fino a poco tempo fa dal vivo facevamo anche "Hurricane". Sicuramente poi anche delle bands come i Green On Red o alcune cose dei Giant Sand e alcune cose anche dei Dream Syndicate oppure anche tanti autori del Sud io penso a Terrell che è un autore che mi piace tantissimo hanno dei forti elementi desertici …

Mescalina: … forse questo è più facile riconoscerlo per questi artisti, perché li connoti subito anche geograficamente, mentre voi siete di Pesaro e a nessuno verrà mai in mente di associare il vostro suono col deserto, ma in effetti è così, anche se nei confronti degli americani noi manteniamo sempre uno sguardo diverso …
Marco Diamantini: Sì, io credo che noi siamo stati accostati a tante bands, però, in realtà, anche se abbiamo tante influenze, non ne abbiamo una sola: io amo dire che noi abbiamo cinquant'anni di rock come influenza e che la band ha trovato un suo suono proprio per questo, perché non ha mai inteso imitare qualcuno, non ha mai avuto la volontà di inserirsi in un determinato filone … tanto è vero che poi noi quattro abbiamo ascolti e un background diversi e nel processo che abbiamo portato avanti emerge il background di ognuno e il ruolo di ognuno. Credo che questo suono che abbiamo costruito sia inseribile in un contesto, però penso anche abbia una sua personalità propria … insomma credo che nessuno potrà mai dire che noi suoniamo come quel determinato gruppo …

Mescalina: Infatti nei vostri dischi vi siete costruiti un vostro immaginario ed anche una vostra precisa iconografia: a proposito perché non avete scelto di proseguire con i fumetti di "Crime stories"?
Marco Diamantini: Quello è solo dovuto alla pigrizia del batterista …
Mescalina: Avrebbe potuto essere un ulteriore segno della vostra continuità, della vostra visione, no? A me era piaciuto molto questa grafica perché la collegavo ad una caratteristica del vostro suono per così dire illegale …
Marco Diamantini: Sì, a me sarebbe piaciuto molto, ma lui per ragioni di tempo legate al suo lavoro non ce l'ha fatta … tutta la band avrebbe voluto che anche in questo disco ci fosse un artwork di quel tipo …

Mescalina: A proposito di continuità nel disco dopo "One more cup of coffee" fate "Shakin the cage" che mi ricorda "I want you", sempre di Dylan …
Marco Diamantini: Guarda, questo me l'hanno già detto, non so …
Mescalina: Venendo questo pezzo subito dopo "One more cup of coffee" ed essendo molto più tirato, sembrava quasi che voleste bruciare via Dylan …
Marco Diamantini: Io non so se ci sia veramente un'assonanza così forte, ma, se c'è, è involontaria: io non c'ho pensato finchè non me l'hanno detto …

Mescalina: In ogni caso anche questo pezzo esprime una tensione che crea una linea di fuoco e mi viene da chiederti se di questo passo il prossimo disco non sarà dal vivo …
Marco Diamantini: Ti dico che l'idea è proprio quella di un disco dal vivo, ma non sappiamo se riusciremo a farlo, anche perché non sappiamo se verranno fuori altri pezzi nuovi che magari renderanno necessario un altro album in studio … l'idea del disco dal vivo comunque ce l'abbiamo da tanto tempo: dobbiamo vedere se riusciamo a realizzarlo a livello tecnico perché abbiamo bisogno di avere a disposizione il nostro fonico in maniera costante dal momento che registrare un solo concerto è rischioso e difficile e poi si lascerebbe fuori di sicuro del materiale interessante, invece l'ideale sarebbe registrare cinque o sei concerti e poi fare una selezione …

Mescalina: Diciamo però che, pur nella fatica di dover sempre fare i conti con la propria indipendenza e con una realtà non agevole, i Cheap Wine sono comunque più riconosciuti …
Marco Diamantini: Sì, in anni e anni siamo riusciti a conquistarci una fetta di pubblico e di affezionati. Questo non è poco, per quello che è il genere e per la diffidenza che hanno gli appassionati nei confronti di questo genere cioè di una band italiana che suona rock di questo tipo, anche se non abbiamo ancora fatto un salto di qualità decisivo dal punto di vista della popolarità …

Mescalina: Tu soffri questa che non chiamerei una mancanza di risultati, ma piuttosto il fatto di di non arrivare ad essere riconosciuti come si merita?
Marco Diamantini: Ma, guarda, ti dico la verità: sì, perché credo che i Cheap Wine siano una band di valore. Non parlo di me, ma gli altri tre ragazzi hanno veramente del talento e mi dispiace vedere che questo talento non viene premiato come meriterebbe. È una band che meriterebbe di avere più esposizione per far vedere quello che sa fare, poi giudicherà il pubblico, ma quanto meno un livello di esposizione maggiore …

Mescalina: Più esposizione ma anche un'attenzione diversa che solo in pochi casi la stampa concede: troppo spesso i gruppi italiani che fanno rock vengono solo recensiti e poi tutto si ferma fino alla recensione successiva … così non se ne segue l'evoluzione e il pubblico non percepisce il valore aggiunto che può avere una band …

Marco Diamantini: È giustissimo quello che dici: è utile che esca la bella recensione e poi il mese dopo l'intervista … per carità è utile, però finisce lì e il discorso rimane un po' fermo. C'è anche da dire che quello che ha frenato i Cheap Wine è che, essendo veramente indipendenti, veramente autoprodotti, qualcuno me lo ha detto anche in faccia "Promuovendo voi, noi cosa ci guadagnamo?", mentre promuovendo il tale artista che alle spalle ha un'etichetta e un certo giro … siccome non ci sono in Italia realtà editoriali forti che abbiano come motore unicamente la passione per la musica, non veniamo ritenuti appetibili e vantaggiosi …

Mescalina: E a qualcuno magari darebbe anche fastidio vedere che viene spinto un gruppo totalmente indipendente …
Marco Diamantini: Io non dico che le realtà editoriali devono trascurare il mercato, ma, se ogni tanto mettessero in primo piano anche la passione, ne guadagnerebbero la musica e la qualità della musica, perché c'è un certo tipo di musica e un certo tipo di rock che sta morendo …
Mescalina: E soprattutto perché il pubblico cresce e si raffronta solo con quegli standard che vengono proposti …
Marco Diamantini: È vero, anche rispetto a noi per esempio: penso che sia una visione molto ottusa vedere nei Cheap Wine qualcosa di così strettamente americano, perché ci sono moltissimi elementi italiani ed europei che fanno parte della nostra cultura, che noi non abbiamo mai rinnegato, e nei testi stessi io penso che vengano fuori. Noi non siamo aderenti ad un modello, a nessun modello, e questo i più sensibili lo hanno colto …