Graziano Romani

Graziano Romani

Zagor, il leone di Casalgrande


18/12/2015 - di Corrado Ori Tanzi
Sulle strade d’Italia a portare nei teatri e nei club la sua ultima fatica, come era d’abitudine scrivere nel giornalismo musicale degli anni Settanta. Quel doppio Vivo/Live che segna il ventesimo capitolo della sua ormai lunga carriera. Dai Rocking Chairs con cuore e polmoni rivolti agli States di Bruce Springsteen al tempo di oggi, con gambe e piedi che continuano a produrre energia nelle backstreet dell’Emilia. Lui è Graziano Romani. Lo abbiamo incontrato.
Cosa ti portò nel 1993 a comporre e cantare in italiano dopo l’esperienza con i Rocking Chairs?

«Vedi, ho fondato i Rocking Chairs nella primavera del 1981, è tutto nato da una mia idea, nome compreso, e la formazione degli inizi era completamente differente da quella che oggi chiamano “classica”, quella del primo album o del secondo, Freedom Rain. Ho iniziato a fare il musicista e l’autore grazie a questa mia “rock band emiliana”, e ho scritto tutto, proprio tutto il materiale dei quattro album dei Chairs, testi e musica. Tanta roba, un decennio di dischi, concerti e viaggi in America. Tante esperienze, anni memorabili, puoi immaginare. Però dopo il quarto album la figura di songwriter nascosto dentro una band iniziò a starmi stretta, volevo tentare qualcosa di mio, di più personale, e ho pensato di farlo iniziando a cantare e comporre in italiano. E presto arrivò il mio primo album da solista, realizzato con la produzione Claudio Dentes e Massimo Riva, il sideman di Vasco Rossi e con quasi tutte le Storie Tese come strumentisti, ma senza Elio...»

Dal punto di vista compositivo, qual è la maggiore differenza nella creazione di una canzone usando l’una o l’altra espressione linguistica?

«Non ci trovo grandi differenze. Prima compongo la musica, di solito, poi ci canticchio delle cose, che possono essere in inglese o anche in italiano, frammenti che a volte si rivelano solo provvisori, altre diventano il punto di partenza per il testo e il soggetto del brano. I testi li scrivo a parte, spesso di getto, sovente durante i miei viaggi in treno, li scribacchio su dei quadernetti a righe dalla copertina nera, li porto sempre con me, e cerco di catturare l’idea appena arriva. Ovvio che l’inglese lo puoi vocalizzare meglio, è più fluido, più efficace, più diretto, ed è la lingua originaria del rock. Ma mi trovo molto bene anche con l’italiano, che permette di scrivere cose molto poetiche, talvolta.»

In inglese stai esplorando il mondo del fumetto. Che rapporto hai con questo mondo?

«Un rapporto molto diretto. Ho sempre amato il fumetto, sono un appassionato e mi ritengo un cultore della “nona arte”. E da quando ho iniziato a lavorare ai miei dischi-concept dedicati agli eroi celebri del fumetto d’avventura ho avuto anche l’onore e il privilegio di conoscere e collaborare con tanti artisti e addetti ai lavori. Diventare amico e collaborare con artisti come il maestro Gallieno Ferri – creatore grafico di Zagor – oppure con il grande illustratore senese Giovanni Ticci, celebre per il suo Tex, è stato per me davvero straordinario. Ma il rapporto d’amicizia, di collaborazione e di stima reciproca che ho avuto con il grande Sergio Bonelli è una cosa che non potrò mai più dimenticare. Era una persona straordinaria, un grande narratore, illuminato e colto, sinceramente appassionato del suo lavoro. Gli ho dedicato una ballata, inclusa nel mio disco Yes I’m Mister No intitolata Soul Traveler (to Sergio), è il mio personale omaggio a un indimenticabile amico.»

Tutto Bonelli nelle tue scelte. Ora aggiungi Diabolik. Come mai nulla dell’universo Marvel?

«Il disco dedicato a Diabolik è quasi pronto, uscirà nel 2016 e includerà 10 miei brani scritti appositamente e 3 cover di brani del grande maestro Morricone tratti dalla rara soundtrack del film Danger Diabolik del 1968. Dopo la trilogia bonelliana di eroi buoni, ora mi cimento con un celebre eroe noir molto amato... Ah, la Marvel e i supereroi americani mi sono sempre piaciuti, ma davvero non sento proprio il bisogno di omaggiarli con un disco. A dirla tutta un omaggio al grande Silver Surfer l’ho inserito anni fa in una strofa del mio brano Listen to your heart scritto per il quarto album dei Rocking Chairs.»

Le tue radici affondano negli States. Cosa è stata e cosa è oggi l’America per te?

«L’America è stata un sogno e lo rimane tutt’ora, per me. Ci sono stato parecchie volte, negli anni, specialmente per registrare il terzo e il quarto album dei miei Rocking Chairs, tra il 1989 e il 1991. Registrare a New York o a Nashville è stato fantastico, esperienze di cui faccio tesoro anche tutt’oggi. Ma è da parecchio che non vado, non mi attira più come un tempo, il sogno rimane, ma come faceva il grande Salgari preferisco stare nella mia città, a scrivere le mie canzoni sulla Via Emilia. Dell’America continuo però a seguire la scena musicale e ovviamente i percorsi dei vari cantautori che mi hanno influenzato da ragazzo e continuano a farlo anche ora. Mi vedo come una moneta: su una faccia i miei brani in italiano, sull’altra quelli influenzati dalle “canzoni d’oltremanica e oltreoceano”, come diceva il grande Augusto Daolio dei Nomadi.»

Il tuo ultimo disco arricchisce il portfolio della Route 61. Che esperienza è stata con Labianca?

«Ermanno Labianca è un amico sincero, ci conosciamo dai tempi del primo album dei Rocking Chairs, e da quel momento il suo apporto è stato fondamentale per la realizzazione esecutiva dei dischi successivi fino al quarto intitolato Hate and love revisited. Nei Chairs Ermanno è stato come un componente della band. Poi ci siamo sempre tenuti in contatto, a volte con alti e bassi, ma sempre con una grande stima reciproca. Labianca ama la musica, ha un grande talento, passione e competenza in tutto quello che fa. E con grande passione porta avanti la Route 61, etichetta di cui ora sono onorato di fare parte come artista. Il progetto del doppio disco dal vivo VIVO/LIVE lo ha subito appassionato, e ora la Route 61 si sta occupando anche di tutto il mio back catalog ridistribuendolo e rendendolo disponibile in digitale. Spero che questa collaborazione continui anche per i miei progetti futuri, magari per un nuovo album di canzoni in italiano, vedremo.»

Gli Stones ammettono senza vergogna che tutti i loro live siano poi passati in studio per un’aggiustatina. E non sono gli unici. Il tuo VIVO/LIVE è tutto pane e salame?

«Be’, anche io non faccio eccezione, sono sincero. Qualche aggiustatina in studio l’abbiamo data, ma veramente roba da poco. Le sbavature troppo evidenti a mio parere vanno tolte, se possibile. Specialmente dal punto di vista vocale, visto che sul palco sono un tipo molto “mosso”, tra un salto e un urlo e una corda di chitarra che si rompe a volte sfugge una parola del testo o una piccola stonatura, ma si parla davvero di inezie, di peccati veniali. Il disco è la registrazione integrale di un concerto dell’agosto di due anni fa, più tre bonus-track inedite registrate durante i soundcheck. È un disco che mi rappresenta pienamente, più o meno il ventesimo album della mia discografia, è una specie di testimonianza del percorso artistico fatto fino a oggi. Sta ricevendo ottimi consensi, sia dal pubblico che dalla critica, e questo mi riempie di soddisfazione.»

Come vedi l’Italia oggi?

«Immagino tu ti riferisca all’Italia strettamente in senso musicale, se no il discorso si farebbe davvero lungo e forse inappropriato in questa sede. Dal punto di vista musicale mi sento una specie di outsider, mi considero fuori dal giro della musica pop italiana, da tanti anni faccio la mia musica e la mia strada tranquillo, stando acceso e attento quando possibile anche alle nuove proposte artistiche, ai gruppi e agli artisti giovani. Nella mia Emilia c’è sempre tanto fermento, tante giovani band e nuovi talenti. A volte mi faccio pure coinvolgere, come ad esempio ho fatto con Lassociazione, una interessante band folk-rock capitanata dall’amico Gigi Cavalli Cocchi. Ho cantato, nel dialetto delle montagne tosco-emiliane un paio di brani nel loro album d’esordio e ho inoltre partecipato come ospite in parecchi loro concerti ed è stata un’esperienza fantastica.»

Chi è o chi è stato il miglior utilizzatore in musica della nostra lingua?

«Ne potrei enunciare parecchi, ma visto che ne chiedi uno, allora sinteticamente faccio tre cognomi: De Andrè, Battisti, De Gregori.»

La rete, almeno nelle sue potenzialità, avrebbe dovuto diminuire la distanza tra i paesi, rendendo quasi ogni soggetto immediatamente accessibile e facilitando la comunicazione tra persone in luoghi opposti dell’emisfero. Invece, per quanto riguarda la musica, io trovo che la distanza col mondo anglosassone nel modo di sentirla, di viverla e lavorarci professionalmente sia addirittura aumentata. Qual è il tuo parere?

«Dipende. Credo che l’ambiente della musica pop-rock italiana non abbia nessun interesse a confrontarsi e/o collaborare con il mondo anglosassone. È musica che viene creata esclusivamente per il pubblico italiano. Non voglio fare polemiche sui gusti e sulla cultura dell’ascoltatore medio di musica in Italia. Quello che so è che nelle backstreet che frequento si vengono a creare continuamente delle collaborazioni fruttuose e stimolanti tra artisti italiani e stranieri, credo non ci dovrebbero essere limiti o barriere. Prendi il caso dell’ultimo album degli amici Gang, realizzato e prodotto dall’americano Jono Manson, che ha fatto collaborare con il gruppo marchigiano tanti musicisti anche illustri come il mitico Garth Hudson della Band. Io ad esempio adoro collaborare o duettare con artisti stranieri nei miei dischi, recentemente ho duettato con l’irlandese Andy White e con l’americano Matthew Ryan nel disco Zagor king of Darkwood, e con la cantautrice newyorchese Carolyne Mas nel mio album Yes I’m Mister No. La musica non dovrebbe avere confini o frontiere.»

Il disco che rappresenta il tuo sangue.

«Il sangue è un miscuglio fatto di globuli rossi e bianchi, e di tanta altra roba, quindi... No, te ne dico tre di dischi che mi hanno formato: Darkness on the edge of town di Bruce Springsteen, The lamb lies down on Broadway dei Genesis con Peter Gabriel e Moondance di Van Morrison.»

Il libro che non smetteresti di leggere.

«Il libro di poesie del 1855 Foglie d’erba del grande Walt Whitman.»

Il film che non smetteresti di guardare.

«E come si fa a sceglierne solo uno? Guarda, per spiazzarti scelgo il cartoon Peter Pan prodotto da Walt Disney nel 1953, lo guardo spesso anche ultimamente perché è diventato il preferito di Gabriele, il mio figliolo che ha da poco compiuto quattro anni. Un capolavoro, un classico senza tempo.»

 

Fotografie per gentile concessione di:  Giuseppe Verrini

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